CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






venerdì 10 maggio 2013

Universo mare



Al tempo della mia infanzia e della mia giovinezza il mare era per il bagnante un gigantesco coperchio, una colossale porta chiusa. Il suo elemento essenziale era la sua orizzontalità che ne faceva una sconfinata pianura, una enorme e uniforme steppa liquida. Vi arrivavamo come a un deserto azzurro, e per quanto lo popolassimo di barche, di remi, di vele, di reti eccetera, la sensazione fondamentale che esso ci dava, paragonata alle sensazioni che ci dava la terra, era quella della solitudine. Bastava immergerci nelle sue acque per sentirci soli. A tre metri dalla riva era come fossimo stati proiettati nel vuoto, eravamo entrati dentro la cecità, in un mondo, dico, luminoso quanto si vuole, ma cieco. Se aprivamo gli occhi sott'acqua, per un attimo, la vista diveniva un velo opaco e glutinoso, che ci faceva rapidamente abbassare le palpebre: era come fossimo affetti da cateratta. Premere il viso contro l'acqua era come premerlo contro un suolo, una terra cedevole, liquida, ma buia, dalla quale i pescatori traevano i pesci come contadini che estraggono patate da un campo, dissotterrandoli da una profonda notte.
In realtà, a quei tempi, del resto non lontani, il mare aveva per noi un suo aspetto concreto solo riferito alla terra o al cielo; nuotando tenevamo l'occhio fisso alla costa o all'orizzonte. Al di fuori della costa e dell'orizzonte esso era un rotondo zero nel quale ci avvolgevamo piacevolmente. I nostri movimenti, sia pure di abili nuotatori, erano quelli di animali che si trascinano carponi al suolo, di vermi che strisciano dentro la polvere d'un campo.
Finché, un bel giorno, qualcuno scoprì il "mare con gli occhiali", mise in uso gli occhiali da mare, due cerchi di vetro, una ellissi di vetro, applicati a una maschera. Uno strumento ottico infantile, tant'era semplice; ma portentoso. E immergemmo gli occhi nell'acqua, bene aperti, all'asciutto. Con un niente la grande rivoluzione (per l'uomo di tutti i giorni, beninteso, non per lo specialista come il palombaro o il sommozzatore) era un fatto compiuto. Di colpo il deserto del mare era annientato, scomparso: finita la sua solitudine, finita la sua orizzontalità, finita la nostra cecità. Avevamo spaccato la crosta liquida dell'acqua, spalancato quella "porta", sollevato quella "botola" piatta e azzurra. Di più: quei pochi millimetri dello spessore del vetro che ci faceva tenere aperti gli occhi davano il via a un viaggio di milioni di chilometri. Avevamo fatto anche noi la nostra grande scoperta geografica, non da meno di quella di Colombo, il nostro nuovo leggendario viaggio esotico, non da meno di quello di Marco Polo. Avevamo scoperto il "Paese del mare"; leggevamo, con gli occhiali, il mare.
La prima rivelazione di questa lettura del mare, ai bagni, è che esso non è mare; è un cielo. Un cielo più spesso, più denso, posato su quella terra che noi chiamiamo il fondo del mare. Un cielo che sovrasta pianure, vallate, promontori campi, piccole colline e perfino piccole montagne. Nuotando non è più come se ci trascinassimo carponi, ciechi, al suolo: è come se planassimo ad ali aperte (le braccia) sulla superficie di un'atmosfera. Immerso il viso nell'acqua, abbiamo finalmente la sensazione del volo (e qualche volta l'altezza ce ne dà la vertigine) molto più autentica di quella che ci dia l'aeroplano. Ecco laggiù, sotto le nostre ali, le campagne del mare, i prati di muschio, le selve d'alghe, le foreste inerpicate sui fianchi dei pendii. Ecco gli autentici borghi, le autentiche città del mare al fondo del cielo del mare: palazzi di roccia, case di scoglio, paesini di ghiaia, giardini di piante acquatiche, tunnel, archi, ponti, sottopassaggi, e tutta una popolazione varia e irrequieta, dai grassi borghesi autorevoli, come le cernie, alla piccola borghesia irrequieta dei merluzzi, alle masse proletarie delle sardine.
Con occhio incantato scopriamo un fatto inaudito: che i pesci in realtà sono uccelli; si posano al suolo tratto tratto come uccelli, e poi saltano su un ramo d'albero e poi volano verticalmente, obliquamente, orizzontalmente, per poi posarsi di nuovo al suolo o nel folto del fogliame, rientrando ai loro nidi.
Cade la nostra antica illusione che il mare sia azzurro. Azzurra è la sua volta celeste, per così dire, ma la sua terra è verde, è rossa, è nera, è gialla, è marrone, arancione, viola eccetera come la terra sulla quale poggiamo i piedi: paesaggio vario, policromo, nel quale, attraverso la coltre d'acqua, gioca la luce coi suoi bianchi e neri di sole e ombra come gioca sulla terra attraverso la coltre del cielo. Se lo ritraessimo col pennello, seduti sul fondo davanti al cavalletto, astenendoci dal farvi apparire la sua popolazione, nessuno lassù, sulla terra, s'accorgerebbe che abbiamo ritratto il Paese del mare, il mondo subacqueo. Penserebbe si trattasse d'un paesaggio immerso nell'aria, nel cielo.
Guariti con gli occhiali dalla nostra antica cecità, voliamo a nostra volta dentro il mare, verticalmente, orizzontalmente, simili ad angeli, ne tocchiamo il fondo, ne sfioriamo le piante, non più ancorati al suolo, librandoci nel suo cielo per qualche attimo con la riserva d'aria dei nostri polmoni o più a lungo con gli apparati d'ossigeno che ci rendono anfibi.
Tale la elementare e magica rivoluzione del "mare con gli occhiali". Lo scoglio, la riviera, la costa non sono più la "fine della terra"; sono un confine tra due "Paesi". La superficie del mare è un soffitto: il suo limite estremo nel cosmo. Al di là di quella superficie comincia per il mondo del mare "lo spazio", l'ignoto, l'impalpabile. Un pesce che si dovesse avventurare oltre quella superficie avrebbe bisogno, a suo modo, d'una tuta spaziale, come un cosmonauta che s'avventurasse oltre il soffitto dell'atmosfera.
Ma non si tratta, forse, proprio di quello che avviene a noi, creature terrestri, che viviamo sul "fondo del mare d'aria"? Come le creature subacquee noi viviamo dentro un'acqua sia pure rarefattissima, aeriforme, superleggera; uno spessore "d'acqua d'aria" che arriva fino al limite di quello che a nostra volta chiamiamo spazio. Ci trasciniamo sul fondo del "mare dell'aria" come pesci, ce ne distacchiamo con le nostre macchine alate, navighiamo dal basso in alto e dall'alto in basso nel nostro "oceano d'aria" come i pesci navigano nel loro "cielo d'acqua". Le nostre città e i nostri paesi sono tane subacquee a loro volta, le nostre foreste sono distese di muschio o d'alghe che le correnti subacquee del mare fanno ondeggiare e fremere come i "venti d'acqua" delle correnti sottomarine fanno ondeggiare e fremere le piante del fondo del mare.
Anche noi, abitanti di quella che chiamiamo la "superficie terrestre", siamo dunque in realtà "abitanti d'un fondo". Anche la nostra vita è una vita sepolta, chiusa sotto un coperchio, sotto una botola. E chissà che lassù, alla superficie, al limite della coltre d'aria ch'è il nostro mare, non esistano esseri "con occhiali" che ci guardino muoversi quaggiù e qua dentro, come noi, galleggiando sulla superficie del mare, guardiamo i pesci e le alghe. Chissà che un giorno non li si veda arrivare quaggiù, dalla superficie del mare d'aria, come i pesci ci vedono arrivare laggiù fra loro, con occhiali, pinne e respiratori. Chi sa, soprattutto, se anche quegli esseri dell'oltrearia non striscino a loro volta su un fondo d'un ennesimo mare di spazio, guardati con occhiali da altri esseri che a loro volta vivono su un fondo eccetera eccetera.
Chi sa, dico, chi sa, se i cosmonauti in virtù dei loro occhiali da spazio non potranno raccontarci in avvenire che l'universo è fatto di mari, sempre meno densi, sempre più inavvertibili, fino ad essere impensabili, fino al niente dell'assoluto, sovrapposti concentricamente l'uno sull'altro, all'infinito?

(Virgilio Lilli, Scritti)

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