CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







martedì 8 settembre 2020

Bodrum - Cokertme


Giorno di partenza. Le miglia da percorrere fino a Cokertme, la baia che vogliamo raggiungere, non sono molte. Circa una ventina. Così c’è la prendiamo comoda e alle 11 avverto il Marina sul canale 73 che stiamo salpando. Come di consueto ci mandano un ormeggiatore che a bordo di un gommone toglie la trappa dalla galloccia. Fatto ciò lega il galleggiante posto in cima alla trappa alle draglie di una barca vicina, oppure al pontile. Poichè la trappa non è rinviata al pontile, salpare senza l’assistenza di un ormeggiatore sarebbe decisamente più complicato. Prima di uscire dal porto dobbiamo fare il pieno di gasolio. La banchina del distributore è occupata da un enorme yacht a motore che lascia libero solo un minuscolo spazio a poppa. Ci auguriamo che il suo rifornimento sia quasi terminato in quanto, viste le dimensioni, non oso immaginare quante migliaia di litri contengano i suoi serbatoi. Aspettiamo nelle bacino antistante per una decina di minuti. Il comandante dello yacht è spaparanzato su uno dei divani a poppa e da la netta impressione di volerci restare ancora a lungo.che intende restarci ancora a lungo. Fortunatamente, dopo un po' il benzinaio mi fa cenno di ormeggiare in uno spazio ristretto appena lasciato libero da un gommone che era affiancato anch'esso alla banchina.  La manovra deve essere fatta veramente al millimetro dovendomi infilare tra la poppa dello yacht che sta facendo rifornimento e la prua di un’altro mastodonte ormeggiato al pontile retrostante. Anche grazie all'assenza di vento, tutto si svolge senza inconvenienti. Fatto il pieno prendiamo il mare. Soffia un nord-ovest sui venti nodi e apriamo le vele. Al gran lasco si viaggia che è una meraviglia. Ci dirigiamo ad est, verso il canale che separa la terraferma dall’antistante isola di Karaada, lussureggiante e disabitata. In mare c’è qualche caicco che va nella nostra stessa direzione. Incrociamo anche qualche barca a vela che risale il vento a motore. Procediamo tra i 5 e i 6 nodi di velocità fino a quando, in prossimità del capo orientale di Karaada, il vento diminuisce e si mette a fare giri strani. Riprende a soffiare con regolarità appena usciamo dal ridosso dell’isola, dove troviamo anche un po’ d’onda. Superiamo a poppa una motovedetta della Guardia Costiera turca ferma in mezzo al mare e costeggiamo fino a lasciare l’isola di Arak Adasi sulla sinistra. Per proseguire a vela siamo costretti a bordeggiare. Un’altra barca a vela con il solo genoa aperto riesce invece a mantenere una rotta più diretta verso la baia che intendiamo raggiungere. Vi entriamo a vela verso le 3 del pomeriggio. La baia è un semicerchio quasi perfetto, ben ridossata e con alle sue spalle una foresta di pini che scende fino al mare. Nel suo lato orientale ci sono alcuni ristoranti che mettono a disposizione dei gavitelli, ma noi preferiamo dare fondo un po’ più lontano portando due cime a terra. Un’altra motovedetta della Guardia Costiera occupa il tratto di mare antistante a dove vorrei dare fondo, ma quando ci avviciniamo si sposta e così possiamo fare la manovra con tranquillità. Il fondale è abbastanza profondo e mi tocca dare tutti i 60 metri di catena per avere sufficiente calumo ed avvicinarmi a terra. Ci infiliamo nell’ampio spazio che c’è tra un caicco con a bordo un paio di famiglie turche e un catamarano il cui nome ci fa un po' sorridere: “Natika”. A bordo del caicco l’atmosfera è gaia. Da parte nostra, una volta fatto un bagno,  mettiamo il tender in acqua e, una volta messo il fuoribordo, provo a farlo partire. Sono tre anni che non lo uso e non sono del tutto certo che il cantiere lo abbia controllato, come avevo chiesto. Apro la benzina, tiro la leva dell’aria, metto la manopola dell'acceleratore nella posizione indicata per la partenza a freddo, inserisco la forchetta in plastica che crea il contatto e tiro il cavo dell’accensione. Una, due, tre, quattro volte. Niente da fare, non parte. Ed è allora che riesumo l'esperienza maturata per anni da ragazzo sui motorini a due tempi. Un po’ di “smanettamento” su candela e carburatore e alla fine il Mercury comincia a scoppiettare. Facciamo un giro di prova fino all’altezza dei ristoranti dall’altra parte della baia e, una volta tornati in barca, mi metto ai fornelli. Sono quasi le 17 e i morsi della fame si fanno sentire. Preparo un millefoglie di melanzane farcito al salmone che mangiamo in pozzetto. Questa prima giornata di vela ci ha rimesso in pace con il mondo.

(Giornale di bordo)

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