Notte tranquilla. Al nostro risveglio il caicco ed il catamarano che erano vicino a noi sono già partiti. Anche oggi abbiamo solo una ventina di miglia da fare e quindi, come ieri, ci muoviamo verso le 11. Poco vento. Un nord-ovest sui 3 nodi che in giornata cessa del tutto. Procediamo a motore, anche per ricaricare le batterie. Si vede che sono nuove, in quanto in tutta la notte, con il frigo acceso, hanno consumato davvero pochissimo. Lasciamo la centrale elettrica di Oren, con la sua alta ciminiera che costituisce un evidente punto cospicuo, sulla sinistra. Poco dopo c’è il Gokova Marina che tuttavia non individuiamo al nostro passaggio. Non perché non si veda chiaramente dal mare, ma perché siamo distratti a chiacchierare. In questo tratto, la costa settentrionale del golfo di Gokova è prevalentemente montuosa. Rocce ed alberi si intercalano per diverse miglia. Molto rari sono i centri abitati. Attraversiamo in modo obliquo tutto il golfo dirigendoci verso un gruppo di isolette situate a poca distanza dalla parte terminale di quest’ultimo. La più grande si chiama Sehir Adalari. Di fronte al suo lato occidentale c’è una secca segnalata da una meda. Poco più a nord c’è una seconda isola, Kuçuk Adasi, riportata sul portolano con il poco attraente nome di “isola dei serpenti”. Nella baia, ben ridossata, ad est della prima isola troviamo qualche caicco e barca a vela alla fonda. Diamo fondo anche noi alle spalle di due “gulet” in un fondale di sabbia di 7 metri di profondità. Nel frattempo si è alzato un po’ di vento e fuori dal ridosso vediamo comparire alcune creste bianche sulle onde. Poco dopo i due caicchi davanti a noi se ne vanno e ne approfittiamo per dare nuovamente fondo avvicinandoci alla riva. Qui ci sono un paio di pontili dove attraccano i battelli che durante la giornata portano i numerosi turisti in visita. Sehir Adalari, infatti, è famosa, oltre che per il sito archeologico, anche per la sua spiaggia di sabbia. Quest’ultima ha la particolarità di essere composta da sedimenti che sembra non si trovino nelle zone limitrofe. La leggenda vuole che sull’isola abbiano soggiornato Antonio e Cleopatra e che quest’ultima, nota per la sua eccentricità, avesse fatto portare dall’Egitto la sabbia in questione. Per visitare l’isola occorre pagare un biglietto di 50 lire turche a testa (circa 6 euro) che ti dà accesso anche al sito archeologico. Scesi a terra con il tender compriamo due biglietti nel botteghino dove si trovano due graziose ragazze impegnate a digitare sui loro smartphone. Per entrare vi è l’obbligo di indossare la mascherina. Cosa che peraltro noi facciamo regolarmente ogni qualvolta scendiamo a terra. La decantata spiaggia in realtà è una piccola striscia di sabbia delimitata da alcune transenne che, in teoria, dovrebbero impedire l’accesso ai visitatori e ai numerosi bagnanti che si trovano nel limitrofo stabilimento balneare. Dico in teoria in quanto sulla sabbia vi sono tracce di passaggio ovunque. Dico a Tania che di sabbia così ad Ostia ve ne sono tonnellate. La spiaggia, infatti, non ha nulla di speciale. Poi ci incamminiamo verso il sito archeologico. È in quel momento che sentiamo in lontananza un tuono. Effettivamente, sopra i rilievi della non lontana costa settentrionale si sono ammassati inquietanti nuvoloni neri che sembrano avanzare proprio nella nostra direzione. Mi ricordo allora di aver lasciato tutti gli oblò e gli osteriggi della barca aperti e non vorrei che se venisse giù un acquazzone ci ritrovassimo l’interno di Habibti tutto bagnato. Cerco di temporeggiare un poco sperando che il vento allontani le nuvole in un’altra direzione, ma l’ennesimo tuono, sempre più vicino, ci fa decidere di tornare di corsa sui nostri passi. Mentre Tania cerca di spiegare alle due ragazze che ci hanno fatto il biglietto e che continuano ad armeggiare sui loro smartphone che vorremmo semplicemente andare a chiudere la barca e poi ritornare per continuare la nostra visita, visto che la spiegazione va per le lunghe, salto sul tender e raggiungo Habibti. Chiuso tutto ritorno a terra. Tania con un po’ di sforzo è finalmente riuscita a far comprendere la situazione e possiamo riprendere la nostra visita. Le rovine sono quelle di una città costruita da una popolazione indigena qualche secolo avanti Cristo, poi divenuta greca, romana ed infine bizantina. Delle vestigia non rimane molto se non qualche tratto del muro perimetrale sul bordo del mare, il piccolo ma pittoresco anfiteatro e qualche pietra del tempio dedicato ad Apollo. Il luogo ha comunque il suo fascino. In meno di un’ora, mentre nel frattempo le nuvole minacciose si sono allontanate, la visita è terminata. Verso sera l’isola si svuota. Con l’ultimo battello partono anche gli inservienti del sito e del piccolo ma affollato stabilimento balneare. Viene anche spento il generatore. Rimane solo il custode, che vive in una casetta con di fronte un’aia con qualche gallina ruzzolante. Da quel momento vi è il divieto di scendere a terra. Anche molte delle barche che erano in rada se ne vanno ed insieme ad Habibti ne restano solo altre tre. Il luogo diventa allora un vero incanto, ed assistiamo ad uno splendido tramonto. Per cena preparo un’insalata di funghi con olio e prezzemolo con un po’ di formaggio. Accompagniamo il tutto con una bottiglia di vino bianco fresco della fornitissima cantina di Habibti. Siamo veramente in paradiso.
(Giornale di bordo)

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