CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







mercoledì 16 settembre 2020

Datça - Armak Buku


Con il vento che c'è stato nella notte la coperta della barca stamattina è bella asciutta. Fatta colazione, Tania fa un salto al supermercato a comprare burro e salmone affumicato che ieri sera abbiamo terminato. Sparisce per un'oretta facendo il giro di diversi alimentari, ma di salmone affumicato nemmeno l'ombra. Con calma ci prepariamo quindi a partire e lasciamo la banchina alle 10,15. Il nostro vicino austriaco, che dopo un primo saluto non ha più spiaccicato una parola, continua a trafficare a testa bassa sul suo Amel. Superato sulla sinistra il piccolo isolotto antistante il porto e su cui si trova un faro apriamo il genoa. Soffia un bel nord-ovest sui 15 nodi e Habibti scivola tranquilla al gran lasco ad una velocità di 5 nodi. Notiamo le pale eoliche che avevamo visto mentre risalivamo nei giorni scorsi il golfo di Gokova, che si trova al di là della stretta striscia di terra su cui sono collocate. Lungo la costa vi sono diverse baie dove poter sostare. Superiamo quelle di Ciftlik Limani e Kuruka Buku alle cui spalle vi è un villaggio turistico. In entrambe vi sono numerose barche a vela. Il fatto che la frontiera marittima con la Grecia sia chiusa ha fatto sì che in Turchia quest'anno vi siano molte più barche in giro rispetto al passato. Superiamo anche Goulucek Buku, un'ampia baia che si apre di fronte a delle alture scoscese. Ci teniamo sempre leggermente lontani dalla costa, in modo da evitare di ridossarci troppo e perdere così il vento che ci spinge. Poco ad est di capo Dil Burun c'è l'insenatura di Armak Buku, la nostra meta odierna. Al suo interno ci sono un caicco e due barche a vela. Diamo fondo portando due cime a terra e legandole agli alberi che lambiscono la spiaggia. Tra questi vi sono alcune palme che rendono il luogo inusuale rispetto a tutte le baie che abbiamo visitato negli ultimi giorni. L'acqua è limpidissima e non c'è bisogno della maschera per vedere il fondale. Sul portolano c'è scritto che il fondo non è buon tenitore, probabilmente a causa dell'ampia ed evidente distesa di poseidonia. Fa caldo e ci rinfreschiamo facendo più di un bagno. Verso sera mi accorgo che i metri sotto la chiglia sono diminuiti. Segno che l'ancora non ha agguantato alla perfezione. Pertanto, anche se avendo due cime a terra è un po' una seccatura, rifaccio la manovra usando l'accortezza di dare nuovamente fondo calando l'ancora in corrispondena di una delle rare chiazze di sabbia. Mentre sto effettuando la manovra vedo che nella baia sta entrando un'altra barca a vela. Si tratta di un Hallberg Rassy 412, la sorella maggiore di Habibti. Ormeggia non lontano e poco piu' tardi il suo proprietario ci viene a fare visita a nuoto. Ci dice di aver dato alla barca il nome della figlia, "Idil", aggiungendo di seguito anche "412". E' curioso di sapere con quale altro modello l'Halberg Rassy sostituirà il 412. Gli rispondo che molto probabilmente potrebbe essere sempre un 40 piedi con lo scafo del recente 40C a pozzetto centrale. Ceniamo prima che scenda il buio: cotolette alla milanese e insalata di pomodorini con timo libanese e poi un dolcino che ci gustiamo aprendo una bottiglia di passito comprato l'anno scorso a Bozcaada. La conversazione nel dopo cena cade sui diversi amici che abbiamo incontrato durante le nostre navigazioni passate e che non sentiamo da un po' di tempo. La lista è lunga e dopo avere scritto ad alcuni una mail, con whatsapp chiamiamo Nabil, conosciuto in quel di Procida, e Umit, incontrato ad Asmalikoy, nel Mar di Marmara. Riceviamo notizie buone e meno buone e riflettiamo su come nella vita, oltre a non dare mai nulla per scontato, occorra veramente approfittare di ogni bel momento che questa ci offre. E con questi pensieri, un po' malinconici e che occorrerebbe tenere sempre bene a mente, ce ne andiamo a dormire.
 
(Giornale di bordo)

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