CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







venerdì 18 settembre 2020

Keci Buku - Dirsek


Il Najad 34 alla fonda accanto a noi parte mentre ancora stiamo dormendo. Sull'Oceanis 55, invece, una volta svegli accendono nuovamente il generatore. Lo avevano già acceso per un'oretta la sera precedente. La coppia a bordo che avevamo conosciuto ieri ci saluta e ci lui ci dice che intendono trascorrere qui un'altra giornata. Come dargli torto. Noi invece vorremmo cominciare a risalire il golfo lungo il passaggio che si apre tra alcuni isolotti e la terraferma, poco più ad ovest.  Mentre usciamo da Keci Buku ci accodiamo ad un paio di barche a vela che come noi procedono a motore. Anche oggi, infatti, non c'è vento. Inizialmente avanzano molto vicine e di pari passo, tanto che pensiamo si tratti di una coppia di amici, ma appena fuori dalla baia quella più grande accelera e taglia letteralmente la strada a quell'altra. Ma che bisogno c'era? Anche in mare, purtroppo, si assiste sempre più spesso a questo genere di comportamenti. Gli stessi che si riscontrano in alcuni automobilisti arroganti. Il che purtroppo la dice tutta su che tipo di gente circola spesso per mare, indipendentemente che si trovino a bordo di ina barca a vela o a motore. Usciti dalla baia appare una bava di vento e apriamo il genoa per dare un piccolo aiutino al motore. In questo modo acquistiamo un po' più di velocità, ma dura poco. Al traverso della baia di Selimye, una bella insenatura con dei fondali molto profondi, il vento sparisce nuovamente. Ci infiliamo a motore nel passaggio che separa l'isolotto di Kamerye Adasi dalla terraferma. In questo stretto tratto di mare c'è un discreto andirivieni di imbarcazioni. Il lato meridionale di Kamerye Adasi offre numerosi ancoraggi, anche se le profondità sono considerevoli. Alle spalle di una piccola insenatura vi sono i ruderi di una chiesa, probabilmente risalente al periodo bizantino. Peccato che l'ancoraggio sia già occupato da un paio di caicchi. Entriamo allora nella stretta baia di Germe Koyu, le cui alte e ripide pareti rocciose si gettano in un mare blu cobalto. Sul fondo della baia c'è una banchina alla quale si accede anche da una strada proveniente dalla limitrofa Bozburun. Un ambiente suggestivo, ma poco adatto a fermarsi, non solo per la profondità dei fondali ma anche perchè le alte pareti strapiombanti danno un netto senso di oppressione. Poco più ad ovest troviamo invece una bella insenatura con un paio di costruzioni, un pontile ed un paio di boe. Uno dei due edifici, molto curato e con un prato all'inglese tutt'intorno, è un piccolo "hotel de charme", mentre il secondo è un ristorante. Poichè una delle due boe è libera decidiamo che potremmo fermarci qui, andando al ristorante per cena. Tuttavia, mentre ci avviciniamo alla boa, un signore dal pontile ci fa capire a grandi gesti che se intendiamo fermarci dobbiamo ormeggiare al pontile, dove già vi sono un paio di barche. Probabilmente vuole lasciare libera la boa per qualche imbarcazione più grande che al pontile non potrebbe ormeggiare. Comprendiamo la logica, ma proprio non ci va, in un posto così selvaggio, di restare affiancati ad altre barche come se fossimo in un marina. Quindi ringraziamo e ce ne andiamo via. Poco lontano c'è un'altra insenatura non lontana dal ristorante. Il posto è ben ridossato, tuttavia in prossimità della spiaggia vi è un recinto con delle capre all'interno. Avvicinandoci, l'odore che si respira non è dei più gradevoli. La baia successiva, prospiciente a Koca Adasi, è decisamente affollata. Il suo nome è Kocaba Buku e nella sua parte terminale vi è anche qui un ristorante con un pontile. Lasciamo perdere anche qui. Entriamo allora in quella successiva, Girneyit Buku. Quest'ultima è divisa in due insenature: in quella orientale vi entra un po' d'onda, mentre quella occidentale è ben ridossata. Qui troviamo solo un paio di barche a vela con le cime a terra. Diamo fondo sul lato opposto a loro e a pochi metri dalla spiaggia in un fondale di circa una decina di metri. Anche noi portiamo due cime a terra dopo aver dato una cinquantina di metri di catena. Vicino alla spiaggia pascolano alcune capre. Restiamo quì una mezz'ora, fino a quando mi accorgo che l'ancora ha spedato. La tenuta del fondale non deve essere delle migliori in quanto prima di portare le cime a terra mi ero assicurato che l'ancora avesse agguantato a dovere. E poiché ci resta ancora da visitare Dirsek, l'ultima baia di questo frastagliato tratto di costa che si trova a meno di un miglio di distanza, ci spostiamo in quest'ultima.  Qui diamo fondo sul suo lato settentrionale prendendo il posto di una barca a vela che se ne sta andando. Sul fondo della baia anche qui c'è un ristorante con il suo pontile. La baia ha inoltre una peculiarità in quanto nel suo bel mezzo il fondale si eleva a meno di 10 metri, dando la possibilità ad alcune barche di stare alla ruota. Dopo una nuotata fino alla spiaggia, mentre ci stiamo asciugando al sole si avvicina un gozzo che per poche lire turche raccoglie i sacchi dell'immondizia. Un servizio che ci fa comodo in quanto sono alcuni giorni che non scendiamo a terra. Lo stesso signore ci propone del pesce fresco che ci mostra in una cassetta di legno. Compriamo un polpo che cucino seguendo pedissequamente una ricetta letta su internet. Preparo un sugo con pomodori, capperi ed olive nel quale faccio cuocere il polpo tagliato a pezzetti a fuoco lento. Il risultato finale purtroppo non è dei migliori. Il sapore della salsa è squisito, ma il polpo è duro e gommoso. A saperlo che il polpo per diventare morbido deve cuocere diverse ore. Ci accontentiamo quindi dell'intingolo che fortunatamente è abbondante e che mangiamo inzuppandoci dentro del pane casereccio. Nel frattempo ormeggia accanto a noi un Hanse 40 nuovo di pacca e con due coppie a bordo. Ci salutiamo e, dopo il tramonto, trascorriamo la serata in pozzetto sorseggiando della retsina a lume di candela. Fa fresco e il maglione di lana che indossiamo non è di troppo.
 
(Giornale di bordo)

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