Le due coppie di turchi a bordo del caicco accanto a noi hanno dormito all'aperto sotto il tendone a poppa dell'imbarcazione. La notte è stata davvero umida e mi chiedo quanto bene siano riusciti a riposare. Nonostante ciò, mi pare che abbiano tutti un'aria sorridente e soddisfatta. Appena sveglio mi butto in acqua e tolgo il parabordo che ieri avevo legato a metà della lunga cima a terra per segnalarla. Alle 8,30 facciamo colazione e subito dopo ci muoviamo in direzione di Port Bozburun, il cantiere dove da alcune settimane si trova Umit con la sua barca. Dopo averlo conosciuto l'anno scorso ad Asmalikoy, mentre risalivamo il Mar di Marmara e averlo rivisto nuovamente al nostro ritorno scendendo verso i Dardanelli, in tutti questi mesi siamo sempre rimasti in contatto con lui tramite whatsapp. Poichè parla solo turco le nostre conversazioni sono avvenute grazie a "google translator", un programma davvero utile in questi casi. Ieri sera ci ha scritto che avremmo potuto dare fondo davanti alla banchina del cantiere scendendo a terra con il tender. Tuttavia, arrivati a destinazione un signore ci indica di affiancarci ad un caicco ormeggiato in banchina. Parla in turco e non capisco se vuole passarmi una trappa o se invece intende farci affiancare con due traversini legati al caicco. Dopo un attimo di confusione realizzo che quella che ci prospetta è la seconda soluzione. In quel momento appare anche Umit che ci aiuta nelle ultime fasi dell'ormeggio. Ci spostiamo sulla sua barca, un Beneteau di 37 piedi, dove scodinzolando ci da il benvenuto Paris, la sua piccola yorkshire. Beviamo un caffè seduti in pozzetto e conversiamo per un paio d'ore. Umit è veramente una persona speciale. Estremamente colto, come scrittore e giornalista in passato si era impegnato in numerose campagne in difesa dei diritti umani. Con la pensione ha scelto di vivere sulla sua barca, anche per sentirsi più libero in una realtà che nel suo paese ha subito forti cambiamenti negli ultimi anni. Gli chiedo informazioni in merito ad un enorme capannone che si trova alle nostre spalle e che non ricordavo avere visto l'ultima volta che siamo passati di qui. Mi dice che è stato costruito in questi ultimi anni e che si tratta di un progetto andato a finire male finanziato da una società russa che qui voleva costruire delle barche a vela. A suo avviso, si è trattato di un'operazione di riciclaggio di denaro da parte della mafia russa, in quanto, una volta costruito il capannone, del progetto non se ne è più fatto nulla. Nel cantiere retrostante la banchina, invece, si costruiscono e si riparano caicchi. Ne vediamo un paio in corso d'opera. Tutte le parti in legno sono costruite a mano da maestri d'ascia. Guardando queste imbarcazioni a nudo sono davvero delle opere d'arte. Umit mi fa omaggio di un cappellino bianco da capitano e noi ricambiamo dandogli l'ultima bottiglia di prosecco che abbiamo a bordo. La sua barca, che porta il suo cognome, è tenuta in perfetto ordine. Sottocoperta spiccano un paio di quadri e soprattutto molti libri. Saremmo rimasti qui a parlare ancora a lungo, ma temiamo che nel caso ci attardassimo ulteriormente rischieremmo di non trovare più posto in porto. Ci salutiamo con la promessa di rimanere in contatto e ci muoviamo verso Bozburun, che da qui dista poche miglia. Avvicinandoci al paese, noto che negli ultimi quindici anni, tanto manchiamo da queste parti, vi sono stati molti cambiamenti. Innanzitutto il paese si è espanso. Infatti, non c'è più solo il piccolo abitato alle spalle del porto, ma sono state costruite accanto ad esso molte nuove case ed una banchina, dove ora è ormeggiata una lunga fila di caicchi. La visione d'insieme resta molto gradevole, ma si percepisce chiaramente che il turismo di massa anche qui ha preso il sopravvento. In porto ci affianchiamo ad un Oceanis con bandiera turca che poco dopo partirà alla volta di Kusudasi, un marina a nord di Turgutreis. Così ci dice uno dei due signori a bordo, molto fiero di sottolineare che dovranno percorrere 170 miglia in un paio di giorni. Poco dopo si affianca a noi un Sun Odissey 42 con bandiera inglese con a bordo una coppia di pensionati. Lei all'ancora e lui al timone. Sono decisamente tecnologici in quanto durante la manovra comunicano tra loro tramite un microfono collegato a due cuffie. Un sistema intelligente, che evita di sgolarsi nel caso vi sia vento, ma che francamente mi pare un po' eccessivo su una barca di queste dimensioni. Dalla parte opposta a loro vi è un Hallberg Rassy 42, sempre inglese, di una coppia di loro amici conosciuti al Marmaris Marina dove entrambi lasciano le barche a svernare. Una volta terminato l'ormeggio lui mi si rivolge dicendomi: "Well! That is really a very good Hallberg Rassy sandwich!". Che egli sia un tipo particolarmente ironico mi viene confermato poco dopo, quando uno yacht a motore da fondo proprio davanti alla prua di Habibti stendendo la catena in modo tale da lasciare il serio dubbio che essa sia finita sopra alla nostra. "We will have spaghetti anchors for tonight", commenta con un ottimo "sense of humor". Da parte mia, poichè è nostra intenzione fermarci qui per un paio di giorni, spero che il nuovo arrivato se ne vada prima di noi. Dopo aver dato una bella pulita ad Habiti scendiamo a terra. Io a pagare l'ormeggio e Tania a fare acquisti in un negozio di monili artigianali che si trova a pochi metri dalla barca. Per pranzo preparo un'insalata di funghi che condisco con olio e prezzemolo. Verso sera facciamo una passeggiata fino a Germe Koyu, la baia incassata tra alte pareti rocciose che si affaccia su Hisaronu Korfezi e dove eravamo passati un paio di giorni fa. Vi troviamo ormeggiato "Halcon del Mar", un enorme e bellissimo caicco che il personale di bordo sta tirando a lucido. Alle spalle di un piccolo molo trovano rifugio diverse barche di pescatori, tutte di dimensioni modeste. Scattata qualche fotografia, piano piano ci incamminiamo nuovamente verso Bozburun che dista solo un paio di chilometri. Verso sera, fatta una doccia nella struttura, estremamente pulita, messa a disposizione dal comune, ceniamo da "Filika", un ristorante che ci è stato consigliato. Ci sediamo ad un tavolo posto su una balconata costruita sul mare ed ordiniamo un antipasto di carciofi farciti, gamberetti e polpo in casseruola, mezza porzione di branzino e le immancabili patatine fritte. Tutto squisito. Verso le 23, ritornando a piedi verso Habibti, le strade sono già quasi deserte. Da queste parti la movida non sembra andar molto di moda e, considerati i tempi in cui viviamo, decisamente meglio così.
(Giornale di bordo)

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