Dopo una gran dormita ci svegliamo che il sole è appena sorto. La baia, all’alba, è di una tranquillità assoluta. Sulle altre tre barche a vela accanto a noi tutti dormono ancora. Il mare è liscio come l’olio e non c’è una bava di vento. Facciamo colazione in pozzetto e ci godiamo questo momento. È da diversi mesi che sogniamo di rivivere sensazioni come questa. Tutti i problemi che stanno caratterizzando questo difficile periodo sembrano essere così lontani. Poi, lentamente, la baia si ripopola. Un gozzo da fondo non lontano dalla nostra prua e verso le 8 arriva anche il battello con gli inservienti dello stabilimento balneare e del sito archeologico. Dopo cinque minuti, in lontananza, sentiamo che il generatore è stato rimesso in moto. Alla realtà ci porta infine l'arrivo dei primi turisti. Tutti indossano la mascherina e il sogno in cui stavamo vivendo si infrange. Alata l’ancora, lasciamo la baia percorrendo la rotta a sud di Sehir Adalari e attraversando il canale che separa l’isola dalla terraferma. Visto dal mare, il muro perimetrale dell’antico insediamento è ancora più impressionante. In una baia antistante, ben ridossato alle spalle di un promontorio, vediamo un caicco alla fonda. Metto la prua in direzione di Kara Adasi, un’isolotto di fronte a Sazan Burun, il capo che raggiungiamo dopo aver superato la baia di Karaca Sogut, dove si trovano alcuni pontili su cui stazionano permanentemente alcune imbarcazioni. Noi intendiamo raggiungere Digirmen Buku, una profonda insenatura poco più lontana dalla quale si dipartono alcune baie interne più piccole, tutte perfettamente ridossate dal vento prevalente. Vorremmo dar fondo in quella più occidentale, meglio conosciuta come “English Bay” in quanto durante la fine della seconda guerra mondiale costituiva la base di alcune torpediniere britanniche. Avvicinandoci a Digirmen Buku notiamo che al suo ingresso staziona una corvetta della Guardia Costiera, mentre nell’antistante tratto di mare aperto fa avanti ed indietro un incrociatore. Ci avviciniamo lentamente e giunti di fronte a Zeytinli Adasi da dietro l’isolotto vediamo improvvisamente comparire un gommone con quattro militari in piedi a bordo che punta a tutta velocità verso di noi. Quando ci raggiungono, ad ampi segni ci fanno capire che l’ingresso nell’insenatura è proibito e ci invitano, peraltro molto gentilmente, ad allontanarci. Mentre cambio rotta seguendo le loro istruzioni il loro capo ci urla: “Have a nice day”. Scopriremo qualche giorno dopo, parlando con un amico turco, che in fondo all’insenatura di Digirmen Buku c’è una delle residenze estive di Erdogan, l’attuale Presidente turco che, probabilmente si trova qui in questi giorni. Ci dirigiamo quindi verso la baia successiva, Kocayali Buku, dove sulla spiaggia vi sono alcuni campeggiatori. Prima di entrare nella baia notiamo che sul suo lato occidentale appare una piccola insenatura nascosta da un isolotto. Il luogo ci incuriosisce e ci avviciniamo per darvi un’occhiata. Sulla piccola spiaggia vi sono alcune persone ed un paio di gommoni. Potremmo avvicinarci di più, ma ho la netta sensazione che il fondale sia piuttosto basso e con degli scogli a filo d’acqua. Pertanto desistiamo dall’addentrarci ulteriormente e puntiamo invece verso un ridosso posto alle spalle di capo Cicekli Burun. In pochi minuti lo raggiungiamo e diamo fondo tirando due cime a terra. Operazione, quest’ultima, che volendo affrontare per la prima volta avvalendomi del tender ed utilizzando i remi si rivela più complessa del previsto, a causa del vento contrario. Il luogo è molto bello. L’acqua è cristallina e una fitta foresta di pini lambisce la spiaggia. Poiché non c’è nessuno, invece di portare le due cime a terra verso la spiaggia le lego ad un paio di massi sul piccolo promontorio che costituisce la parte estrema del capo. Ad assistere a tutta l’operazione, resa ancora più complessa dalla presenza di numerosi ricci con degli aculei lunghissimi, c’è un pescatore seduto tutto solo sulla sua minuscola barchetta. Dopo un’oretta, mentre stiamo pranzando in pozzetto, arriva un piccolo caicco che invece di dare fondo stendendo il calumo parallelamente al nostro, pensa bene di metterlo incrociandolo sulla nostra catena. Inutile il mio tentativo di farglielo capire. D’altra parte non insisto più di tanto in quanto, in tutta onestà, la mia linea di ancoraggio, considerata la profondità del fondale, avrebbe potuto essere più corta. Verso mezzogiorno, come accade sempre in questo periodo, il vento prevalente da nord-ovest aumenta leggermente, ma il nostro ridosso è perfetto e così trascorriamo il pomeriggio. La sera ceniamo a lume di candela in pozzetto: “Cordon bleu” ed insalata di pomodorini, con una delle ultime bottiglie di vino bianco che ci seguono dall’Italia. Lavo le stoviglie nel secchio con acqua di mare utilizzando quella dei serbatoi per il risciacquo. Farò così anche nei prossimi giorni, con la gioia di a Tania, felice di lasciarmi questa incombenza.
(Giornale di bordo)

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