La notte scorsa ho dormito poco e male. Probabilmente nel mio subconscio è viva la preoccupazione per le circa 100 miglia da fare nei prossimi giorni con il problema dell'infiltrazione d'acqua dall'asse del timone. Fino ad oggi è stata minima e l'auspicio è che non aumenti, ma non si può dire che io sia del tutto tranquillo. E' la prima volta in tanti anni che ho un problema simile e ne avrei volentieri fatto a meno. Anche perchè questo inconveniente ha finito per farmi modificare il programma che avevo in mente, e cioè arrivare quanto meno fino a Marmaris fermandoci in tutta una serie di baie sulla strada del ritorno. Oggi la nostra destinazione è Datça, ad una trentina di miglia di distanza. Nel pomeriggio è previsto vento da ovest e per evitare di averlo contro ci svegliamo che è ancora buio in modo da poter partire alla prima luce dell'alba. La notte è stata umidissima e la tuga è tutto bagnata. Stupidamente non metto le scarpe, scivolo, e per non cadere appoggio pesantemente il piede sul carrello del genoa portandomi via un pezzo di pelle sotto il piede. Niente di grave, ma fa piuttosto male. Non posso fare a meno di darmi del fesso. Non sono infatti io a ripetere costantemente a Tania che in barca occorre indossare sempre le scarpe? La solita storia di chi predica bene e razzola male. Lasciamo il gavitello appena diventa un po' chiaro. Contemporaneamente a noi partono sia la barca olandese che quella turca ormeggiate accanto ad Habibti. La prima si dirige verso Marmaris, mentre con la sconda navighiamo a poca distanza l'uno dall'altro verso ovest. Attraversiamo il passaggio tra i due isolotti limitrofi a Serçe e poco lontani dalla terraferma. Lasciamo sulla dritta la baia dove si trova il ristorante di Mustapha e, giunti al traverso del capo, apriamo le vele. Procediamo per un po' di bolina, poi il vento gira e ce lo troviamo diritto sul naso. Non mi va di mettermi a bordeggiare in quanto con il problema che abbiamo a bordo non voglio aumentare le miglia da percorrere. Di tanto in tanto controllo il flusso dell'acqua che si deposita in sentina: un piccolo rivolo regolare. In questo tratto di mare che separa la costa turca dall'isola greca di Symi incrociamo un paio di motovedette della Gurdia Costiera. La prima è turca avanza con i motori al minimo al limite delle proprie acque territoriali, mentre la seconda è greca e staziona nelle vicinanze di Symi. Mentre l'isola ci sfila sulla sinistra distinguiamo le sue baie, che conosciamo bene. Rispetto ai ricordi che ne avevamo, l'abitato di Symi si è notevolmente ingrandito espandendosi sulle pendici della montagna alle spalle del nucleo di case originario. Invece restano immutate e del tutto isolate sul crinale occidentale dell'isola la piccola casa e la minuscola chiesa in calce bianca poste sotto l'unico grande albero della collina. E' questo uno dei luoghi che più mi sono rimasti impressi nella vita, tanto che a suo tempo mi ero informato per sapere se fossero in vendita. Purtroppo un avvocato di Atene aveva avuto la stessa idea prima di me. Superato a debita distanza il capo settentrionale di Symi, puntiamo diretti su Datça, che di qui dista una decina di miglia. Entriamo in porto verso le 11 ed ormeggiamo accanto ad una barca a vela con a bordo dei giovani turchi che stanno facendo colazione. Ci salutano e dopo una mezz'ora scendono a terra. Un buon momento per lavare per bene Habibti. Poi scendiamo a terra anche noi pranzando da "Maradona", un ristorante con i tavolini sulla spiaggia davanti alla baia settentrionale del paese. Una vera chicca. Ordiniamo un'insalata di polipo, una "casserole" di gamberetti con formaggio fuso, delle triglie fritte e una bottiglia da un quarto di raki. Ci gustiamo tutte queste prelibatezze seduti all'ombra a due passi dal mare. Nei giorni succesivi, parlando con alcuni amici turchi, scopriremo che il ristorante è famoso. Il proprietario lo ha chiamato così in omaggio al campione argentino di cui, ci dicono, ha la stessa identica capigliatura. Mentre rientriamo in barca percorrendo il lungomare ci fermiamo in una gelateria che produce dei gelati con il latte di capra. Buoni, ma un po' troppo cremosi per i miei gusti. Fa decisamente caldo. Nel frattempo ha ormeggiato accanto ad Habibti un enorme yacht a motore, talmente alto che dai ponti superiori possono tranquillamente vedere l'interno della nostra barca attraverso gli osteriggi. Il personale di bordo, indaffarato nelle pulizie, è molto discreto, ma la sensazione di non disporre della nostra "privacy" ci mette un po' a disagio. Ed è così che in serata decidiamo di spostarci e di dare fondo nella baia antistante. Una scelta azzeccata in quanto, non solo siamo più tranquilli, ma ci possiamo anche godere la leggera brezza che si è alzata al tramonto. Mentre sta scendendo la notte entra nella baia l'Hanse 54 che la sera precedente era ormeggiato accanto a noi a Serçe. Il suo skipper si conferma decisamente imbranato. In una baia completamente deserta, da fondo in modo tale che la poppa della sua barca finisce a ridosso dalla nostra prua. Sarà imbranato ma almeno è di buon senso. Infatti rendendosi conto dell'assurdità della situazione ripete la manovra spostandosi un poco più in là. Seduti in pozzetto ci godiamo la vista della luna crescente sulle note del grande Fred Buscaglione che, con la sua voce roca, intona: "guarda che lunaaa, guarda che mareee...."!
(Giornale di bordo).

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