Al risveglio scopriamo che la comunità di api che occupa le arnie che si trovano sulla strada sterrata che abbiamo percorso ieri sera devono aver trovato particolarmente stimolante per l’espletamento dei loro bisogni il tendalino “beige” che siamo soliti appoggiare sul boma per proteggerci dal sole. Quando ci svegliamo lo troviamo infatti tutto cosparso di piccole macchioline di colore marrone, quasi indelebili. Per pulirle, una ad una, dobbiamo strofinare forte con una spazzola con le setole dure e fare ricorso al magico sapone “arabo” liquido che Ozgur ci aveva consigliato per pulire lo spayhood che al nostro arrivo avevamo trovato segnato da alcune strisce di grasso. Un’operazione certosina che ci prende quasi un’ora di tempo. Tutto ciò mentre un nugolo di api ci svolazza intorno. Un aspetto da tenere veramente in conto semmai ci capitasse nuovamente di fermarci da queste parti, tanto più che l’ampia baia di Yedi Adalari dispone di tante altre zone di ancoraggio. Riusciamo comunque a partire di buon ora. Non c’è un alito di vento e pertanto attraversiamo a motore tutta la baia. Usciamo dal suo lato meridionale per un passaggio con un fondale sui 20 metri di profondità. Superiamo, sempre a motore, una secca posta ad ovest di capo Gollubuk Burun e non segnalata da alcuna meda. Lasciamo sulla nostra sinistra anche Mervincik Burun prima di attraversare il piccolo golfo di Bordubet Limani. Vogliamo raggiungere una piccola cala segnalataci da Dale e Linda, i nostri amici scozzesi che vi avevano soggiornato lo scorso anno e che si trova ad ovest di Cati. Non essendovi alcun nome riportato sulla carta nautica avevano deciso di chiamarla “Paradise Bay”, in omaggio alla sua tranquillità e alla sua bellezza. Purtroppo quando vi arriviamo la troviamo già occupata da un enorme caicco. Diamo quindi fondo in un'altra caletta poco distante, un po' meno ridossata rispetto alla precedente. Alle sua spalle si trova una piccola spiaggia di sassi, mentre una foresta di pini piuttosto intricata lambisce il mare. Anche questo posto non ha nome sulla carta nautica e quindi decidiamo di chiamarlo Yumurta Bay, dal nome del rilievo che si trova alle sue spalle. Rimarremo qui, tutti soli, fino a domani, scendendo a terra con il tender nel pomeriggio per scattare qualche fotografia. Il resto del tempo lo dedichiamo alla lettura e a qualche bagno. L’acqua è limpidissima e sotto la chiglia noto due forme scure che di tanto in tanto cambiano posizione. Potrebbero essere due murene, in quanto la forma è proprio quella. In ogni caso, preferisco non approfondire. Invece un incontro che ci riempie di curiosità è quello con “Carolina”, il nome che Tania ha affibbiato alla tartaruga caretta che si avvicina curiosa ad Habibti. Per pranzo preparo una robusta frittata alle cipolle che accompagniamo con un’insalata di pomodorini e basilico. Non soddisfatto, verso sera mi preparo un sandwich prosciutto crudo e formaggio, mentre Tania, sempre salutista, replica l’insalata di pomodori. Per godersela basta veramente poco.
(Giornale di bordo)

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