Nei giorni scorsi abbiamo notato che in questo periodo, dal punto di vista atmosferico, la giornata si sviluppa secondo un copione che si ripete regolarmente. La prima mattina è caratterizzata da una quasi totale calma di vento. Quest’ultimo, proveniente sempre da ovest-nord-ovest, aumenta gradualmente di intensità a partire dalle 10 e questa situazione perdura fino a poco dopo il tramonto. Segue una notte di calma piatta. Alla luce di questa evoluzione, dovendo oggi risalire tutto il golfo di Gokova senza attardarsi in lunghi bordi ed evitare al tempo stesso di prendere le onde diritte sulla prua, decidiamo di partire molto presto. Per raggiungere Mersincik, la nostra metà odierna, le miglia sono 26. Ci svegliamo quindi poco prima dell’alba. Dalla foresta di pini alle nostre spalle sentiamo provenire un inquietante brusio di api (o vespe?). Meglio non indagare. Alle 7,10, fatta una rapida colazione, aliamo l’ancora e puntiamo verso ovest lungo la costa. Nel suo primo tratto, fino a capo Kuzgun Burun, quest’ultima è particolarmente frastagliata, con decine di piccole cale, molte delle quali sono occupate da caicchi. Una volta superato il capo la costa diventa più lineare e difficile, se non impossibile, è trovare un buon ancoraggio protetto. Intorno alle cime delle montagne che risalgono direttamente dal mare vi sono dei densi banchi di nuvole bianche. La punta più elevata, il monte Kucadag, raggiunge i 744 metri, anche se visto dal mare sembra ancora più alto. I pendii, lungo i quali si alternano ampi spazi boscosi e speroni di roccia, sono percorsi da una serie di canaloni che rendono l’orografia molto articolata. Mentre procediamo, come previsto, il vento rinforza gradualmente, fino a raggiungere i 15 nodi di intensità. Di conseguenza, dopo un poco si forma una leggera onda che tuttavia non infastidisce. Nel punto in cui la penisola di Datça diventa più stretta i rilievi si abbassano per risalire nuovamente verso la sua parte occidentale, fino a raggiungere la quota massima di 1144 metri. In questa specie di avvallamento il vento si incanala prendendo maggiore forza. Lo confermano le numerose pale eoliche posizionate sul crinale. Poco distante da Mersincik vediamo sulla nostra sinistra il Marina di Kormen. Rispetto alla descrizione e alla foto riportati sul nostro portolano, che ormai è un po’ datato, vi sono stati numerosi cambiamenti. Oggi nel Marina vi sono diversi pontili con acqua ed elettricità e, anche grazie ai prezzi decisamente più modici rispetto a quelli applicati nell’antistante Bodrum, pare che negli ultimi anni è decisamente crescente il numero di coloro che lasciano qui le loro barche a svernare. Di tanto in tanto incrociamo qualche caicco, mentre molte di meno sono le barche a vela. Quelle poche che incontriamo approfittano del vento in poppa per procedere con il solo genoa aperto. Poco dopo le 12 raggiungiamo Mersincik. Qui, oltre ad una baia piuttosto ampia e protetta dai venti occidentali, al cui fondo notiamo alcune abitazioni, si trova una stretta insenatura. È abbastanza piccola e vediamo che al suo interno vi sono già alcune barche. Per curiosità decidiamo comunque di andare a dare un’occhiata. Siamo fortunati in quanto troviamo uno spazio disponibile tra un caicco blu e un paio di barche a vela. Diamo fondo in 15 metri d’acqua, portando due cime a terra. Il posto è davvero un incanto. L’acqua è cristallina e per rinfrescarci facciamo un bagno. A nuoto raggiungo la spiaggia. Poco lontano è ormeggiato un 34 piedi piuttosto vecchiotto battente bandiera australiana. A bordo vi sono un giovanotto e una attempata signora dall’aria decisamente anglosassone che mi si rivolge in turco. Credo mi stia dicendo che il posto è pieno di pesci, in quanto colgo la parola “balik”. Gli rispondo in inglese dicendogli che non ho capito che cosa mi abbia detto, ma lei, imperterrita, prosegue parlandomi in turco. Tornato in barca facciamo la conoscenza di due signore turche che stanno chiacchierando in acqua non lontane dalla poppa di Habibti. Si chiamano Ebra e Arzu e fanno parte del piccolo gruppo di persone a bordo del caicco blu ancorato accanto a noi. Quest’ultimo, curato all’inverosimile, è di proprietà del marito di Ebra, un uomo d’affari di Istambul, mentre Arzu ci dice di essere stata sposata con un turco la cui madre era italiana. Purtroppo, aggiunge, l’italiano non lo ha mai imparato, mentre invece parla correntemente francese. Sono entrambe molto gentili e ci chiedono se abbiamo bisogno di qualcosa. Replichiamo che a bordo abbiamo tutto e che l’unica cosa che purtroppo ci manca è un po’ di ghiaccio per un buon bicchiere di raki. Ritornate a bordo del loro caicco, dopo cinque minuti arriva su un gommone il loro marinaio con un grosso sacchetto pieno di ghiaccio. Un pensiero davvero gentile. Ci sdebiteremo regalandogli una bottiglia di vino bianco comprata a Bozcaada, avendo ormai purtroppo finito tutte le bottiglie di quello italiano. In realtà ce ne resta una sola di prosecco, ma quella la conserviamo per quando incontreremo il nostro amico Umit con cui abbiamo appuntamento tra qualche giorno dalle parti di Bozburun. Dopo pranzo mettiamo il tender in acqua con l'intenzione di raggiungere a piedi l’altura alle nostre spalle. Nel scendere a terra Tania scivola su una roccia tagliente e si scortica per bene la gamba all’altezza della tibia. Benché azzoppata raggiungiamo comunque la bandiera turca posta un poco più in alto. Il cammino è veramente disagevole a causa dei numerosi sassi, della vegetazione pungente e della mancanza di un vero e proprio sentiero. Poco più tardi, tornati in barca, assistiamo alla complessa manovra d’ancoraggio di un grande Beneteau blu con a bordo due persone: un signore turco brizzolato piuttosto impositivo ed “Eliane”, una graziosa signora non più giovanissima ma ancora attraente che a suon di incalzanti ordini impartiti in inglese dal suo compagno viene spedita incessantemente da poppa a prua e viceversa senza capire bene che cosa debba fare. Il teatrino va avanti per circa 45 minuti per concludersi con la vigorosa nuotata del "comandante" che con maschera e pinne va ad accertarsi che l’ancora abbia bene agguantato. Un altro diversivo è poi costituito dall’arrivo di “Popeye” in rada, un rimorchiatore riadattato per il diporto che con tanto di strombazzata di sirena finale da fondo accanto al caicco dei nostri vicini. Sceso il buio l’insenatura riacquista la sua tranquillità e noi ci godiamo un vasetto di uova di lompo con pane, burro, limone e una bottiglia di vino bianco fresco.
(Giornale di bordo)

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