Nella notte una delle due barche di pescatori giunte ieri sera è partita. Il cielo è sereno e la giornata odierna dovrebbe essere una replica di quella di ieri con un vento costante da est-sud-est intorno ai 15 nodi per le prossime 24 ore. La baia dove abbiamo dato fondo è perfettamente ridossata e si sta benissimo, ma siamo curiosi di esplorare le diverse insenature della zona, compresa quella di Sakli Koyu, un fiordo che si insinua verso est in una foresta di pini. Qui troviamo ormeggiate con le cime a terra le tre barche a vela che avevamo visto transitare ieri nella baia. Ne incrociamo una quarta mentre ci dirigiamo verso l'uscita settentrionale di Yediadalar. Superato il passaggio tra la terra ferma ed un isolotto circondato da spuntoni rocciosi, proseguiamo con un leggero vento al traverso lungo la costa in direzione di Teke Burun. Sulla nostra dritta si apre un'ampia e profonda baia dove sul fondo è visibile una lunga spiaggia con alle spalle una collina ricoperta da una fitta vegetazione. Superato il capo puntiamo su quello successivo, Koyun Burun, di fronte al quale si trova una pericolosa secca a pelo d'acqua. Di giorno e con il mare calmo la si distingue abbastanza chiaramente anche ad occhio nudo, ma di notte occorre prestare molta attenzione soprattutto in quanto non c'è traccia della meda che dovrebbe segnalarla. Superato il capo viriamo leggermente a dritta uscendo dalla zona fin qui ben ridossata. Con il vento aumentano anche le onde che ci fanno ballare un po'. La doppia insenatura che si trova alle spalle del capo e dove avevo pensato di trascorrere la notte è occupata da un caicco. Lo devono aver lasciato qui a svernare perchè lo ritroveremo ancora nella stessa posizione una quindicina di giorni più tardi. In questo punto incrociamo un catamarano battente bandiera francese. Scende tranquillamente cavalcando l'onda al gran lasco, mentre noi continuiamo a risalire faticosamente. Per questo decidiamo di infilarci nella profonda e stretta baia di Tuzla Koyu. Man mano che ci inoltriamo al suo interno vento ed onda diminuiscono, fino a calmarsi del tutto nello specchio d'acqua dalla forma rotondeggiante che si trova nella sua parte terminale. Qui la profondità diminuisce rapidamente. Diamo fondo in 5 metri d'acqua e con cautela ci avviciniamo in retromarcia alla battigia. Smetto di dare calumo quando lo strumento della profondità segnala 2,5 metri. Con il tender scendo a terra e con un po' di fatica fisso due cime ad alcuni massi. Anche questo angolo del golfo di Gokova è uno splendore. Scendiamo a terra inerpicandoci su una breve ma ripida scarpata che termina su una strada sterrata. La seguiamo inoltrandoci in una fitta ed ombrosa foresta di pini. Anche qui, come ieri, incontriamo diverse tartarughe e, nelle vicinanze di una fattoria, un gregge di capre che brucano ai lati della strada. Ci sembrano più incuriosite che spaventate. Poco dopo imbocchiamo un sentiero laterale che ci conduce nei pressi di un'altra fattoria in prossimità della quale vediamo parcheggiata un'auto della Gendarmeria che dopo un poco si allontana. Proseguendo lungo il sentiero ci sono alcuni ricoveri per gli animali e dei campi coltivati. In uno di questi, pieno di papaveri, ci imbattiamo in un anziano signore che sta tagliando l'erba. Ci dice che il sentiero conduce al mare e noi lo seguiamo fino a quando esso si immette in un campo brullo e cosparso di piccoli arbusti pieni di spine. Al limitare opposto del campo si ergono, solitari, tre cipressi. Sotto ciascuno di essi si trova una tomba. Su due di esse sono riportati i nomi e le date di nascita e di morte di chi vi è sepolto, mentre la terza è semplicemente delimitata da un bordo in cemento grezzo. Proseguendo ci imbattiamo in un'altra casa di contadini intorno alla quale razzolano alcune galline. Poi, finalmente, ecco il mare. Si tratta dello stretto fiordo di Kargilibuk, uno degli angoli più suggestivi di questa parte del golfo di Gokova. Un vero covo di pirati, e non è detto che in passato non lo fosse davvero. A questo punto decidiamo di ritornare sui nostri passi, ma invece di ripercorrere il sentiero preferiamo seguire la strada sterrata che fa un lungo giro verso l'interno. Stupidamente non ho calzato le scarpe da trekking ma quelle che uso quando scendo per per mettere le cime a terra ed evitare di pungermi incappando in qualche riccio. Ora mi danno molto fastidio e mi stanno distruggendo i piedi. Risalire su Habibti dopo quasi tre ore di camminata è un sollievo. Trascorriamo a bordo il resto della giornata. Verso sera le due barche di pescatori ormeggiate ai due piccoli pontili in fondo alla baia prendono il mare. Su entrambe ci sono marito e moglie, non più giovani. Gli uomini hanno entrambi i baffi e la barba incolta, mentre le donne portano il tradizionale fazzoletto legato sul capo. Li salutiamo e ci rispondono con un gesto della mano. Ormai è sceso il buio e non ci resta che cenare e poi andare a letto.
(Giornale di bordo)

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