Ci svegliamo verso le 8. Il cielo è sereno e per ora c'è poco vento. Secondo le previsioni dovrebbe aumentare nel corso della giornata, sempre da sud-est. Facciamo il punto e decidiamo di abbandonare l'idea di restare qui un altro giorno. In effetti, spostandoci di poche miglia più a nord potremmo raggiungere Yediadalar, una baia anche conosciuta come "Seven Islands". Ci eravamo già stati lo scorso anno ormeggiando ad un gavitello nella baia orientale, ma in questa zona di ancoraggi ce ne sono veramente tanti altri. La marea si è alzata nuovamente. Uscendo dal fiordo e gettando un colpo d'occhio verso Cati Koyu ci pare di vedere il Canados degli amici turchi conosciuti a Cokertme. Avanzando verso nord, superiamo a motore Mersincik Burun, il primo capo che incontriamo sulla nostra rotta e sulla cui sommità spicca un faro. Poche miglia ed è la volta di un altro capo, dal nome impronunciabile di Goelluebuek Burun. Qui ci teniamo a debita distanza dalla secca antistante il capo che dovrebbe essere segnalata da una meda di cui però non se ne vede nemmeno l'ombra. Procediamo al gran lasco con un vento sui 15 nodi. Entriamo nell'ampia baia di Yediadalar dal suo ingresso meridionale. Al centro di quest'ultimo la carta segnala un basso fondale di poco meno di 5 metri che, per prudenza, lasciamo sulla nostra sinistra. Diamo fondo poco lontano in 5 metri d'acqua davanti ad una distesa di pini. Mettiamo il tender in acqua e scendiamo a terra. Lo lasciamo su una stretta striscia di sabbia che costituisce la spiaggia e attraverso un passaggio tra i pini ci inoltriamo all'interno dove c'è una strada sterrata che corre parallela al mare. Nei giorni scorsi deve essere piovuto molto in quanto in alcuni tratti il suo tracciato è impercorribile a piedi, a meno di volersi infangare fino al ginocchio. La macchia mediterranea ai suoi lati è molto fitta ed è impossibile addentrarcisi. Ci avviamo allora nell'unica direzione possibile, verso il capo che delimita l'ingresso meridionale della baia. Ci imbattiamo in un paio di tartarughe che oziano sul ciglio della strada. Quando si accorgono della nostra presenza alcune cercano di nascondersi tra la vegetazione, altre rimangono immobili, semplicemente rintanando la testa nel loro guscio. Unica nota negativa è la quantità di immondizia che troviamo sparsa un poco ovunque. Bottiglie, sacchetti in plastica, cartacce, barattoli vuoti. Che peccato che non si sappia conservare pulito l'ambiente. Proseguiamo lungo la strada fino a che essa termina in prossimità di una spiaggia dove si sono accampati alcuni pescatori giunti in auto. Fa decisamente caldo e ce ne torniamo in barca. Cucino una sfoglia di melanzane e salmone che accompagniamo con l'ultima bottiglia di Moscofilero che ci ha seguiti fin qui dalla Grecia. Nel pomeriggio entrano nella baia tre barche a vela. Si dirigono tutte verso il caratteristico fiordo di Sakli Koyu, poco lontano. Prima che scenda il buio lavo i piatti in mare. Al tramonto, in un'insenatura poco lontana ormeggiano due barche di pescatori. A bordo ci sono anche un paio di bambini. Poi scende la notte ed è ora di ritirarsi sottocoperta. Non sappiamo esattamente che ora sia quando decidiamo di andare a letto, né ci interessa saperlo. E' così bello vivere al ritmo della natura.
(Giornale di bordo)

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