Salpiamo di buon ora. Usciamo dal ridossato golfo di Kekova, ma anche in mare aperto non c'è una bava di vento. Attraversiamo il passaggio tra la terraferma e l'isolotto di Icada Adasi. Superata la successiva ampia baia, doppiamo il capo di Ulu Burun da dove si inizia ad intravvedere l'isola greca di Kastellorizo. Evitiamo il passaggio con bassi fondali che circonda un gruppo di isolotti antistanti l'isola ed entriamo nella baia davanti all'abitato. Sulla banchina sono ormeggiate alcune barche a vela. Riusciamo a trovare posto tra un 51 piedi, che partirà poco dopo, ed un pontile in cemento occupato dai tavoli della taverna "Lazarakis". Kerem e sua moglie Angela, che lavorano da "Athina", la taverna di Niko che si trova alle nostre spalle ci riconoscono e ci salutano calorosamente. Altrettanto affettuoso è Niko, con il quale siamo rimasti in contatto su Facebook. C'è una fastidiosa risacca. Dopo aver comprato alcune bottiglie di Moscofilero e di Retzina per la cantina di bordo, facciamo due passi e ci sediamo all'ombra su una panchina davanti alla chiesa gustandoci due birre ghiacciate. Trascorriamo le restanti ore calde della mattinata seduti in un bar davanti al mare sorseggiando due frappé al caffè. In paese ci sono ancora molti turisti, la maggior parte dei quali arrivano dalla vicina Kas a bordo dei traghetti che li sbarcano la mattina per recuperarli nel tardo pomeriggio. Ci sono anche tanti greci in vacanza. La maggior parte sono i discendenti di quelle famiglie che nel corso degli anni hanno lasciato Kastellorizo per emigrare all'estero. La storia di questa piccola isola, propagine orientale della Grecia, è ricca di avvenimenti. Nel corso dei secoli essa passò sotto il dominio dei Cavalieri di Rodi, del Sultano d'Egitto, di Alfonso V d'Aragona, re di Napoli, di Solimano il Magnifico, finanche di Venezia. Nel 1659 divenne per alcuni secoli un possedimento Ottomano. Nel 1912, durante la guerra italo-turca, i suoi abitanti chiesero che essa fosse annessa all'Italia. Ottenendo un rifiuto, il 14 marzo 1913 la popolazione imprigionò il locale governatore turco proclamando un governo provvisorio. Il governo greco inviò immediatamente un suo governatore, rafforzato da una guarnigione, ma anche questi furono cacciati dagli abitanti. Nel dicembre 1915 la marina militare francese occupò. Le batterie turche risposero all'occupazione francese bombardando Kastellorizo nel 1917. Con il trattato di Sevres l'isola fu assegnata all'Italia che la denominò Castelrosso. La presenza italiana non creò mai grosse imposizioni, se si eccettua il divieto di dipingere le case coi colori azzurro e bianco, che ricordavano il colore della bandiera greca. A partire dal 1928, a seguito delle condizioni economiche estremamente difficili in cui versava l'isola numerosi abitanti emigrarono in Australia e nelle Americhe. Durante la Seconda Guerra Mondiale i britannici occuparono l'isola deportando il migliaio di abitanti che erano rimasti a Gaza, allora loro possedimento. Nel 1944 circa metà delle abitazioni di Kastellorizo furono distrutte a seguito dell'esplosione di un deposito di munizioni. Nel settembre del 1945, a guerra finita, il governo britannico noleggiò una nave per riportare gli esuli nella loro isola, ma dopo poche ore dalla partenza da Port Said la nave prese fuoco. Molti profughi morirono e i sopravvissuti persero tutto ciò che gli restava. Perse le proprie case e i propri averi, quasi tutti gli abitanti di Kastellorizo raggiunsero quelli già precedentemente trasferitisi in Australia, dove tuttora costituiscono una compatta comunità. Nel 1947 l'isola fu infine affidata alla Grecia unitamente alle altre isole del Dodecanneso. A guardarsi intorno, oggi, sembra impossibile che quest'isola abbia vissuto periodi così terribili. Tuttavia, a guardare bene, anche oggi non si vive del tutto esenti da problemi. L''incrociatore della marina militare ellenica e le motovedette della missione Frontex ormeggiati alla banchina dei traghetti sembrano testimoniarlo: le relazioni con la Turchia continuano ad essere difficili e il numero degli immigrati clandestini che di notte tentano di sbarcare sulle coste dell'isola lo dimostrano. Nel pomeriggio, le onde provocate dalla fastidiosa risacca aumentano all'ingresso del traghetto e dell'aliscafo provenienti da Rodi. Bene avevo fatto a tenere lontana la poppa di Habibti dalla banchina. Accanto a noi ormeggia un First 47.1 con una coppia di italiani ed un bambino a bordo. Sono decisamente poco socievoli e trascorrono tutto il tempo concentrati sui loro palmari. Pranziamo, sul tardi, nella taverna di Niko. Telefono ad Andrea, che avevamo conosciuto a maggio e che a Kastellorizo ha casa. In questo momento è in Italia e arriverà qui solo la prossima settimana. Peccato, non riusciremo ad incontrarci. Prima di ritirarci in barca facciamo un po' di spesa. Purtroppo la speranza di vedere la risacca ridursi con il giungere della notte viene delusa. Infatti non accenna a diminuire.
(Giornale di bordo)

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