CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






venerdì 22 ottobre 2010

La filosofia e il mare



Mare e filosofia, l'associazione e' insolita. Eppure la filosofia e' nata sotto il segno dell'acqua. Nel VI secolo a.C., in Asia Minore, nelle citta' fiorenti dello Ionio, in riva al mare Egeo. Per Talete di Mileto, l'elemento liquido costituisce il principio del mondo: secondo lui, la terra e' appoggiata sull'oceano come un disco. Anassimandro, suo allievo, che scopri' i solstizi, gli equinozi e disegno' la prima carta geografica, indica il pesce come l'antenato dell'uomo.

Osservando il cielo, per capire la formazione dei temporali, dei lampi e dei tuoni, lo sguardo dei primi pensatori si volge verso il mare. Dall'evaporazione degli oceani nascono le nuvole, le piogge, il vento: il ciclo della vita. In quell'epoca, le magnifiche intuizioni di Eraclito di Efeso, detto l'Oscuro sono evidenti: "Non ci si bagna due volte nello stesso fiume". O ancora, secondo il capovolgimento ironico delle cose: "Mare, l'acqua piu' pura e la piu' snaturata, per i pesci bevibile e salutare, per gli uomini imbevibile e mortale".

A partire dal 546, la grande citta' di Mileto, invasa dai persiani, cade in rovina: la filosofia si sposta nell'Italia del Nord, in Sicilia e poi in Grecia. Il pensiero s'innalza al di sopra del Mare Nostrum. La citta' impone il suo potere sul Mediterraneo. Si afferma come primo esempio di talassocrazia della storia. Il mare conferisce uno splendore incomparabile al suo impero prima di inghiottirlo. Nel 404, alla fine della guerra del Peloponneso che la oppone a Sparta, Atene ha perso tutto, compresa la democrazia. Della sua flotta tanto temuta, la citta' greca conserva solo dodici navi.

Platone cresce durante questo periodo di disordini che culmina con il governo oligarchico dei Trenta Tiranni, con il ritorno infine della democrazia, con Pericle e poi con Anito, che condanna a morte Socrate. Dovra' bere la cicuta quando la nave tornera' dall'isola di Delo, dove nacque Apollo. Il mare e' anche un messaggero sinistro. Da parte sua, Platone, con il celebre mito di Atlantide, denuncia i pericoli di un imperialismo navale.

Quest'isola, racconta Crizia nel dialogo incompiuto che porta il suo nome, era "estesa come la Libia e l'Asia Minore messe insieme" al largo delle Colonne d'Ercole, l'attuale stretto di Gibilterra. I suoi abitanti , gli atantidei, avevano creato "un impero vasto e meraviglioso". Avidi di ricchezze, potere, piaceri, vollero conquistare l'antica Atene. La risposta fu tanto smisurata quanto il loro orgoglio: dopo i diluvi e i terremoti, Atlantide sprofonda sotto i flutti in un sol giorno e in una sola notte.

Il mare e' il simbolo di hybris, l'eccesso che il filosofo condanna a beneficio dell'armonia, della stabilita', sinonimo di perfezione. I riflessi cangianti dell'oceano sono l'immagine del contingente. Platone preferisce il cielo delle Idee al mare delle apparenze sensibili. Come potrebbero l'informe e l'imprevedibile costituire un punto d'appoggio del pensiero?

Se i primi pensatori sono affascinati dall'acqua, un'intera corrente filosofica fa del mare il teatro dell'illusione metafisica, dove il senso si perde e la coscienza si inabissa. Il mare rappresenta una metafora ideale per denunciare gli smarrimenti della ragione quando questa abbandona il terreno dell'esperienza: "Il paese della verità" scrivera' Kant "e' un'isola circondata da un vasto e tumultuoso oceano, sede dell'apparenza, dove parecchie coltri di nebbia e numerosi banchi di ghiaccio sul punto di sciogliersi presentano l'immagine ingannevole di nuovi paesi, e non smettono d'ingannare con vane speranze il navigatore partito all'avanscoperta, e lo trascinano in avventure alle quali non puo' rinunciare, ma che non puo' mai condurre a buon fine". Di certo lo spettacolo che offriva Konigsberg, citta' natale di Kant, porto aperto sul Baltico, prigioniera dei ghiacci per la maggior parte dell'anno, deve aver ispirato questa allegoria del filosofo.

Nietzsche, nella sua opera La gaia scienza, sottolinea l'avidita' delle onde che paragona alla volonta' dell'uomo animata dalla cupidigia: in Aurora insiste sul silenzio del mare: "Oh, l'ipocrisia di questa muta bellezza".

Piu' tardi, nel XX secolo, il mare rappresentera' l'insignificanza, la perdita di senso: l'uomo, come scrive Foucault in Le parole e le cose, tende a diventare un "volto di sabbia" che il mare presto cancellera'.

L'oceano trova veramente il suo posto e la sua estensione in letteratura: le opere che gli sono consacrate, oltre all'Odissea di Omero, sono racconti di spedizioni, trattati di idroterapia. Robinson Crusoe (1719), secondo alcuni il primo romanzo inglese, fu ispirato a Daniel Defoe dalla storia vera di Alexandre Selkirk, marinaio che si fece sbarcare sull'isola deserta di Mas a Tierra, al largo del Cile, dopo una lite con il capitano della spedizione. Il mare non e' piu' la posta in gioco in battaglie e ricchezze, ormai invita all'avventura, insegna un'igene di vita e di sopravvivenza! Paul e Virginie di Bernardin de Saint-Pierre, best seller del 1787, libro prediletto di Madame Bovary, che ha come cornice scintillante l'isola di Mauritius, cristallizza tutti i luoghi comuni: innocenza, amore, separazione, naufragio.

Musa di scrittori e poeti, di pittori e musicisti, il mare suggerisce l'orrore e la bellezza, la morte e la purezza, l'evasione e l'esilio. L'idea di "coltivare il proprio giardino" secondo l'espressione di Voltaire alla fine del Candido, scritto nel 1759, quattro anni dopo il terremoto di Lisbona, ignora volontariamente la presenza del mare, pericoloso, agitato, che non invita affatto al raccoglimento, alla meditazione. In un giardino, proviamo la felicita' di veder nascere i frutti della nostra pazienza e si raccomanda persino di riposarvisi la domenica, come il Creatore. Il mare invece non offre una tale soddisfazione: e' una distesa di acqua mortale per l'uomo, una regione ingovernabile, il dominio dell'insocievole. Non genera alcuna messe: qualsiasi cosa vi si semini, non cresce niente. "Non si puo' scrivere niente sul mare" aggiunse il filosofo Alain. Quindi non e' ragionevole tentare di scolpirci delle verita' piu' di quanto lo sia sperare di vedervi crescere un campo di grano!

Eppure il mare e la filosofia condividono lo stesso movimento: incarnano la vita, le indicano una rotta. Menone, il giovane bello e ricco venuto dalla Tessaglia che voleva sapere se la virtu' s'insegna, paragona Socrate a una torpedine, un grande pesce di mare che ha il potere di stordire la sua vittima. Niente resiste al lavorio regolare e agile dell'acqua, espresso dalle parole paradossali del filosofo taoista Lao-Tzu: "La debolezza ha ragione della forza". O ancora: "In questo mondo il piu' tenero domina sul piu' duro".

Dobbiamo domare le contraddizioni dell'oceano, permanente e mobile, uniforme e vario, regolare e aleatorio. Indifferente alla gioia e al dolore, sollecita senza sosta il contemplativo. E' la preghiera pressante di Barnabooth, il protagonista viziato di Valery Larbaud:


Lasciatemi solo, lasciatemi solo col mare!

Abbiamo tante cose da dirci, non e' vero?

Conosce i miei viaggi, le mie avventure, le mie speranze:

E' di questo che mi parla frangendosi

Sui cubi di granito e di cemento del molo...


Spetta all'uomo chiarire le sue impressioni, sperimentare le sue idee, capire il piu' possibile la sua sete di mare.

(Cecile Guerard, Piccola filosofia del mare)

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