CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







lunedì 16 settembre 2019

E quindi apri le vele


Salpi, perché vuoi, non perché devi. Lo fai con la scusa di una nuova meta, spinto dal desiderio di conoscere, esplorare. Nei giorni precedenti hai programmato, verificato il meteo, studiato la rotta; ipotizzato il tempo di percorrenza di quelle miglia, poche o tante, che separano l’ultimo ancoraggio dal nuovo. Aspetti il vento, il motore è un accessorio fondamentale, ma ausiliario. Hai scelto la barca a vela proprio per sentirti un po’ distante dai vincoli della società moderna: non puoi uscirne totalmente, lo sai, ma almeno provi a navigare sulla linea di confine, e in questo il vento è complice, forse protagonista. Ci siamo, osservi il mare più fuori, ne scorgi il colore che ora ha una tonalità più scura, pennellata di blu dalla brezza che attendevi. Metti in moto, quel poco che basta per darti manovra tra gli altri gusci presenti; il verricello inizia a lavorare e metro dopo metro il tuo collegamento alla terra svanisce. L’àncora è su, la blocchi, riponi il comando nel gavone e torni in pozzetto, dove le manovre sono già in chiaro. Scendi sotto coperta e chiudi gli oblò, il mare è bene resti fuori. È il momento delle ali, devono essere spiegate, e allora ti rechi all’albero per issare la randa. La drizza fa il suo dovere, come sempre, e tu la cazzi ogni volta un po’ di più, nella speranza non serva… Spegni il motore, subito, non attendi oltre, non occorre, già vai, il vento e la randa ti portano. Liberi le scotte, un giro al rollafiocco e apri finalmete anche il genoa, godendoti la potenza dell’azione, quando quei 15 nodi fanno sibilare il tamburo liberando la poesia. Regoli per l’andatura che la rotta ti chiede e ti metti al timone. Sei il direttore di un’orchestra privata, non c’è dubbio, nessun pubblico ad applaudire, nessuna invidia o critica da suscitare. Tu, solo, e il mare. Pochi secondi, l’abbrivo si genera, osservi il cambiare dell’apparente e attendi che la tua “ragazza” si spinga al massimo delle sue possibilità, così da premiarla con gli ultimi ritocchi, fino al prossimo variare. È sempre una questione di equilibri, hai imparato la lezione, non solo un gioco, ma una necessità; vuoi l’armonia, vuoi sentirti a posto, che hai fatto tutto il possibile per farla andare bene, perché come nei migliori concerti, gli strumenti devono suonare senza stonare. La mente va, insieme alla barca, ti senti bene, respiri a pieni polmoni e un friccichio arriva al naso: non è l’ossigeno ma qualcosa che viene da dentro, l’emozione. Quella sensazione di pienezza che poche cose nella vita possono regalare, e poche volte si può provare. L’hai scoperta per caso, a bordo della barca di un amico, forse mettendo piede sul veliero della scuola, quel giorno che capisti cosa avevi perso per tanto tempo ma di cui poi non avresti più fatto a meno. Potresti chiamarla droga, ma si porterebbe con sé un significato malevolo, macchia nera che le bianche vele non meritano: però è vero, crea dipendenza, ed ecco il perché del facile accostamento. Ma qui l’arduo paragone termina; tu hai lavorato per lei, hai sofferto a volte, hai atteso tempi migliori per comprarle quel pezzo indispensabile a farla tornare a volare. Hai smontato, pulito, riparato, migliorato, hai fatto tutto il possibile per curarla, nella speranza che come una cosa viva lei ti restituisca con gratitudine le carezze ricevute. Come ora, in questo preciso istante. La timoni con leggerezza, le vele sono a segno e la pala non sforza, il famoso equilibrio ambito è raggiunto. In qualche modo ti senti un trapezista, sai che non sei nel tuo elemento, ci passi solo sopra grazie al tuo guscio, unica garanzia di sopravvivenza. Tante, troppe sono le parti che lo compongono; osservi l’albero, pensi alle sartie, ai frenelli della ruota, le stesse vele che speri facciano sempre la loro parte, in eterno. Sei consapevole che quell’estasi dipende da troppi fattori, che non puoi governare sempre con certezza. Niente e nessuno potrà mai darti alcuna garanzia, sei alla mercé degli elementi, degli imprevisti, basterebbe una raffica inaspettata e ben fatta, a metterre a dura prova tutta la precarietà del gioco, lo sai, ma non importa. Perché hai compreso essere metafora della vita: impossibile tenere sotto controllo tutto, devi osare per vivere, non esiste nessuna ricetta magica per impedire il corso delle cose, per cui è meglio lasciarsi andare, trasportare, al massimo puoi partecipare con qualche piccola correzione alla barra, o se in burrasca prendere i terzaroli, ridurre vela, tutto qui. Il resto non è nelle tue mani. Ed eccolo il brivido lungo la schiena di cui parlo, sei sul tuo trapezio e volteggi, ondeggi, ti senti preparato, hai controllato gli attrezzi e le tue forze, sei sicuro di quello che fai, ma sotto non c’è nessuna rete a proteggerti. Sono le regole, le conoscevi e le hai accettate dal momento che hai afferrato la vita nelle tue mani e ti sei lanciato con tutto te stesso saltando dalla pedana della certezza, salpando dal porto sicuro. Passano gli anni, pensi di essere sazio di tale immensità, e sei preoccupato che la prossima volta non proverai più nulla… ma non accade mai, e quindi continui, prosegui, verso l’unica vera meta che è il viaggio stesso; continuerai a navigare, a volerlo fare, perché in fondo, diversamente, è come se rinunciassi alla vita.

(Giampaolo Gentili, Pensieri da "Yakamoz")  

venerdì 13 settembre 2019

Orizzonti senza nome


Tieni fermi nella mente
I tuoi occhi per Itaca
Prendi altri tuoi pensieri 
L'emozione per l'isola 
Persi dentro la tempesta 
Sai diventa lunga la tua via 
Sulle mappe del mio cuore 
Orizzonti senza nome 
Mi incammino per Itaca
Nelle mani i coralli dipinti 
Da un Sole che non può finire 
Senti il vento che scivola 
Sulle rughe sapienti di eroi 
Naviganti che sanno morire 
Non precipitare nel tuo viaggio 
Il silenzio ti coprirà 
Negli empori dei nemici 
Cerca gesti di etica 
Berrai il vino dei ciclopi 
Che ti canteranno la follia 
Sulle mappe del tuo cuore 
Orizzonti senza nome 
Mi incammino per Itaca 
Nelle mani i coralli dipinti 
Da un Sole che non può finire 
Senti il vento che scivola 
Sulle rughe sapienti di eroi 
Naviganti che sanno morire 

(Radiodervish, Itaca)

martedì 10 settembre 2019

Tra il dire e il fare


Il tratto di mare in cui spariscono piu' persone non e' il Triangolo delle Bermuda, ma quello tra il Dire e il Fare.

(Stewart Gilligan, Pensieri)

venerdì 16 agosto 2019

Cesme


Ci svegliamo presto. Salutiamo Daniele Marina che di li' a poco si apprestano a partire. Ci assicurano che saluteranno il comune amico Mario quando arriveranno a Leros. In serata hanno intenzione di stare alla fonda ridossati nel tratto di costa a sud di Cesme. Nei prossimi giorni, infatti, il vento dovrebbe rinforzare leggermente. Il tecnico di Mezlum Marin che attendevamo per le 10 non si presenta. Chiamo il negozio e mi dicono che sara' da noi alle 12. E cosi' e'. Gli faccio vedere i lavori che desidero effettuare. Per quanto riguarda i pulsanti dei winch li dovra' ordinare ad Istanbul in quanto ha disponibili solo quelli di Osculati e non della Lewmar. Insieme andiamo all'ufficio del Marina dove lascio il doppione delle chiavi dicendo che il tecnico e' autorizzato a prenderle per effettuare i lavori a bordo. Anche da questo punto di vista il Marina mi pare ben organizzato. Hanno un apposito registro su cui mi fanno apporre una firma di avvenuta consegna, un proprio portachiavi su cui scrivono il nome della barca, il pontile e il posto nel quale e' ormeggiata. Insomma, almeno all'apparenza, mi pare una cosa seria. Nel frattempo Tania fa pulizia sottocoperta. Come di consueto io prendero' in carico quella del bagno. Pranziamo in barca, anche per terminare cio' che ci resta della cambusa. Nel pomeriggio approfondiamo la conoscenza dei nostri dirimpettai: marito e moglie di una certa eta' che hanno un motoscafo con un marinaio a bordo. Sono di Istanbul. CI dicono che domani rientreranno in quanto hanno finito le vacanze, trascorse nelle vicine isole greche e che nei prossimi giorni arrivera' al loro posto la figlia con la sua famiglia. Sono molto gentili e ci aiuteranno a prendere accordi con Onur che in questo periodo si occupera' di Habibti, anche lavando la coperta una volta a settimana. Verso sera facciamo due passi in citta'. A parte la zona limitrofa al Marina che e' piuttosto occidentalizzata, il centro cittadino, accanto alla fortezza genovese, rispecchia di piu' il carattere turco del luogo, soprattutto se si percorrono le viuzze interne che si dipartono da quella principale piena di negozi. Camminiamo per un paio d'ore e prima di rientrare in barca ci fermiamo al supermercato vicino al porto dove compriamo del ghiaccio per terminare, sgranocchiando qualcosa, la bottiglia di "raki" comprata a Foca. Domani, alle 14, verra' a prenderci il taxi che ci accompagnera' all'aeroporto di Smirne, ad un'ora di distanza da Cesme. Di qui prenderemo l'aereo per Istanbul e poi quello per Kabul. Anche questa tappa del viaggio e' terminata. Dovremmo essere di ritorno ai primi di ottobre per proseguire ancora verso sud. Ci auguriamo che nel periodo autunnale le isole che intendiamo visitare siano meno affollate di adesso e che riprendano il loro "charme". Quest'anno ci siamo abituati veramente bene, trovando pochissime barche in giro. Speriamo di continuare cosi'!

(Giornale di bordo)

giovedì 15 agosto 2019

Langada (Chios) - Cesme


La festa di ferragosto iniziata alle 10 di ieri sera si e' conclusa alle 8,30 di stamattina. Per tutta la notte, tra fiumi di "ouzo", una gran parte degli abitanti di Langada ha danzato al suono dell'infaticabile orchestra, spesso accompagnando il cantante nel suo repertorio. Quasi 12 ore "non stop" di "rebetiko", uno stile che amiamo tantissimo. Non fosse stato che oggi vogliamo arrivare presto a Cesme, in modo da sistemare la barca e prepararci alla partenza, ci saremmo senz'altro uniti a loro nella festa. Chissa', magari un giorno se ci trovassimo ancora da questi parti la notte di ferragosto ci potremmo venire appositamente. Prima di partire facciamo ancora due passi in paese. Dopo la notte brava, per le strade non si vede anima viva e tutto e' chiuso, compresa la chiesa che si trova all'ingresso dell'abitato, che si raggiunge attraverso una scalinata e il cui orologio posto sul campanile e' fermo, chissa' da quanto, alle 12,24. Nonostante sia ancora presto fa gia' caldo. Cio' dipende probabilmente anche dal fatto che non c'e' un alito di vento. Lasciamo l'ormeggio salutando Langada che ci ha lasciato un bel ricordo. Superiamo sulla sinistra un paio di allevamenti ittici posti appena fuori dalla baia e puntiamo su Cesme, che dista 12 miglia. Il mare e' una tavola. Durante la breve traversata che ci riporta in Turchia e che facciamo a motore sostituisco nuovamente la bandiera di cortesia. A poca distanza dall'ingresso del Marina della Camper &Nicholson dove lasceremo Habibti per un paio di mesi incontriamo un paio di barche a vela e a motore. Poi, quando raggiungiamo la diga foranea chiamiamo sul canale 72 annunciando il nostro arrivo. Come al solito, dovendo lasciare la barca per qualche settimana incustodita avevo chiesto un posto tranquillo e non vicino ad un eventuale "charter". L'ormeggiatore ci accompagna al posto assegnato precedendoci a bordo di un gommone. Ormeggiamo nella parte piu' interna del Marina, in una specie di enclave racchiusa tra diversi pontili, accanto a due barche a vela che mi pare non si siano mosse da tempo, vista la polvere che hanno sulla tuga. Il posto mi pare davvero perfetto. All'estremita' del pontile e' ormeggiata una barca a vela battente bandiera belga, ma con il tricolore italiano sulle sartie di sinistra. Si tratta di "Tulsa" i cui armatori, Daniele e Marina, conosceremo poco piu' tardi. Ci dicono che sono da anni di base a Leros e che, avendo entrambi smesso di lavorare, trascorrono molti mesi navigando da queste parti. A conferma di quanto a volte anche il mare sia piccolo, scopro che conoscono Mario, un mio caro amico che da anni tiene anche lui la sua "Aristidine" in quel di Leros. Poiche' partiranno il giorno seguente diretti a sud, li preghiamo di salutarlo da parte nostra. Chissa' che non ci si incontri nuovamente in autunno, quando anche noi probabilmente ci fermeremo a Leros sulla strada verso Bodrum. Il Marina e' molto accogliente e ben tenuto, con standard decisamente superiori a qualsiasi altro Marina incontrato fino ad ora, sia in Italia che in altri paesi. Completate le formalita' di accettazione facciamo un salto da Mezlum Marin, un negozio di nautica che fornisce anche assistenza tecnica. Voglio sostituire i quattro pulsanti dei winch elettrici che, con gli anni, sono un po' cotti dal sole, tanto che in uno di essi, forse a causa dell'acqua o dell'umidita' che penetra al suo interno, in questi ultimi giorni spesso si avviava da solo. Vorrei anche far dare un'occhiata all'elica di prua, sperando che la sostituzione delle spazzole del relativo motorino risolva il suo malfunzionamento. Ci mettiamo d'accordo e domani verranno a bordo. Poi ci sediamo in uno dei locali appena fuori del Marina e ci prendiamo un paio di pizze "margherita" e due birre. Quando il sole si avvia al tramonto mi dedico alla pulizia della barca, lavando anche le scotte, la tuga, la catena dell'ancora ecc...  Mi ci vogliono 3 ore, ma alla fine sono soddisfatto del mio lavoro. Per cena scegliamo un ristorante appartenente alla stessa catena, "Baba", dove nel pomeriggio ci eravamo fermati a mangiare la pizza. Si rivela ottimo, anche se i prezzi sono a livello europeo. D'altra parte, Cesme, almeno in quest'area limitrofa al Marina, si presenta come una localita' frequentata da un turismo di "elite". I bar, i negozi, siano essi di abbigliamento o di oggettistica, hanno lo stesso stile e gli stessi prezzi di quelli che si possono trovare in una localita' di mare italiana alla moda. Anche se noi tendenzialmente preferiamo posti un po' piu' ruspanti, tutto sommato non ci dispiace questo piccolo bagno di mondanita', soprattutto sapendo che dopo domani partiremo nuovamente per Kabul. 

(Giornale di bordo)  

mercoledì 14 agosto 2019

Mandraki (Oinoussa) - Langada (Chios)


Alle 9,30 vediamo Delos apparire sulla piazzetta alle spalle di Habibti. Come d'accordo faremo colazione a casa sua, un edificio ristrutturato alle spalle del porto con una bellissima vista sul mare. Conosciamo i suoi genitori. La madre, una elegante e bella signora, ci ha preparato una colazione superba che prendiamo seduti sul balcone godendoci, oltre alle varie prelibatezze che ci sono sul tavolo, anche il panorama d'eccezione. La colazione si protrae con un'interessante conversazione che fa si che il tempo velocemente. Alle 11 decidiamo di prepararci per la partenza. Ma prima di ritornare alla barca facciamo un salto in farmacia. Questa si trova in cima ad una ripida salita, tanto che, mi viene da pensare, chi deve raggiungerla a piedi, deve godere di buona salute. Il che, per chi ha bisogno di medicine non e' sempre scontato. Tornati in barca, troviamo in pozzetto una lettera del direttore della banca che ci chiede di passare nel suo ufficio per delle comunicazioni. Ci andiamo accompagnati da Delos. "c'e' un problema per quanto riguarda il pagamento effettuato ieri per l'e-tepai", esordice. "La sede centrale ci ha restituito il bonifico in quanto gli risulta che la tassa sia stata gia' pagata". Con tanto di documentazione al seguito, spiego allora al direttore che effettivamente in precedenza avevo gia' effettuato ben tre bonifici alla Bank of Greece e che due, il primo e il terzo, mi erano stati restituiti. Per quanto riguarda il secondo, non avevo piu' avuto notizie, ne' dalla banca ne' dalla Indipendent Authority for Public Revenue, l'ente a cui il bonifico era destinato, tanto che nessuno mi aveva mai mandato una ricevuta di avvenuto pagamento. In sua assenza e in caso di controllo, faccio presente, mi e' impossibile dimostrare che la mia posizione sia in regola. Ed e' proprio per evitare questo problema, continuo, che ho preferito ripagare la somma di 66 euro di cui non ho piu' avuto notizie, avendo pero' questa volta in mano una ricevuta da esibire. Dopo le diverse telefonate fatte dal disponibilissimo direttore ai diversi uffici coinvolti, sia della banca che della Indipendent Authority for Public Revenue, non riusciamo comunque a venirne a capo. In sostanza, il pagamento risulta essere stato gia' effettuato ai primi di luglio e pertanto, teoricamente, siamo in regola, ma non avendo in mano nessuna ricevuta non possiamo dimostralo in caso di controllo. Il direttore, da parte sua, e' costretto per motivi di contabilita' interna a restituirmi i soldi che avevo versato ieri, ma fortunatamente e' disposto a lasciarmi la relativa ricevuta. E sara' quella che mostrero' in caso di controllo, con la speranza che nessuno vada a fondo della questione. Per maggiore sicurezza, nel caso vi fossero eventuali problemi, mi faccio anche lasciare il numero di telefono dell'ufficio della Indipendent Authority for Public Revenue al quale risulta che comunque un pagamento, anche se non quello della ricevuta, io l'ho effettuato correttamente. Tutto cio' e' veramente estenuante! La burocrazia e' burocrazia ovunque tu vada, e quando le cose vanno storte diventano irrisolvibili!! La lezione che ne traggo e' che il prossimo anno paghero' il dovuto direttamente in banca e non piu' per via telematica, con l'auspicio che il nuovo governo greco, visto che questa tassa sembra aver creato piu' danni che benefici (un po' come quella che il governo Monti introdusse in Italia nel 2011) prossimamente la sopprima. A questo punto ci tocca partire veramente. Invece di dirigerci nella baia di Nisos Pasas, come avevamo preventivato, ci spostiamo invece a Langada, un piccolo paesino di fronte a Oinoussa sull'isola di Chios suggeritoci da Delos. Con lui ci ripromettiamo di restare in contatto. Mentre ci allontaniamo, resta a salutarci con la mano dalla banchina. Ricambiamo, sapendo che stiamo lasciando questa piccola ed affascinante isola, ma che su di essa abbiamo trovato un amico che speriamo di poter incontrare nuovamente un giorno. La breve traversata che ci porta a Langada, seppur vi sia un bel vento al traverso sui 25 nodi, la facciamo con il solo genoa aperto ma lasciando acceso anche il motore a 1500 giri. Abbiamo necessita' di ricaricare le batterie, anche perche' dubito che a Langada troveremo una colonnina a cui collegarci per l'elettricita'. In porto troviamo un paio di barche a vela gia' ormeggiate di poppa alla banchina. La profondita' e' notevole e diamo fondo una prima volta in quasi 20 metri d'acqua dando quasi tutta la catena per raggiungere la banchina. Mentre stiamo lanciando le cime ad un ragazzo che ci viene in aiuto, questi ci dice che siamo liberi di ormeggiare in quel posto, ma ci avverte che la sera, proprio alle nostre spalle, ci sara' una festa che durera' tutta la notte. Lo ringraziamo per l'informazione e ci spostiamo un centinaio di metri piu' in la' ripetendo la manovra. Qui, mentre stiamo sistemando le cime, incontriamo due italiani di Milano, di cui lui e' un velista, i quali, vedendo che la barca e' immatricolata Roma, ci chiedono se siamo arrivati fin li' per mare. Ovviamente gli rispondiamo di si, spiegandogli che siamo partiti dall'Italia due anni fa e che stiamo facendo questo viaggio a tappe.  Sono molto gentili e si complimentano con noi. Sono i primi italiani che incontriamo quest'anno, nonostante le tante miglia percorse fin dal mese di marzo. Fa molto caldo e ci rinfreschiamo andando a fare un bagno in una spiaggetta limitrofa. Langada e' carina. Il paese si sviluppa essenzialmente lungo il porto, quest'ultimo costituito dalla semplice banchina alla quale siamo ormeggiati. Sul lungomare ci sono diversi ristoranti che, forse perche' e' la sera di ferragosto, sono parecchio affollati. Noi ceniamo da Dimitris, una taverna poco lontana da Habibti. Triglie fritte, scampi alla griglia, insalata, patatine fritte e una bottiglietta di Ouzo locale. Tutto ottimo, al prezzo irrisorio di 32 euro! Quando ritorniamo in barca, sul lungomare alle spalle di Habibti c'e' una famiglia di zigani greci. Padre, madre e figlio, tutti dall'aria un po' equivoca che vendono palloncini illuminati e fiori tra i tavoli dei vari ristoranti limitrofi. Noi ci ritiriamo in cabina mentre fuori, verso le 10, inizia la festa di ferragosto.

(Giornale di bordo) 

martedì 13 agosto 2019

Mandraki (Oinoussa)


La musica greca proveniente da uno dei bar limitrofi alla piazzetta si e' protratta fino alle 6,30 di stamattina. Benche' avessimo tutti gli oblo' e gli osteriggi aperti per far circolare l'aria il suono giungeva nella nostra cabina attenuato, tanto che invece di essere fastidioso ci ha tenuto compagnia nei periodi di dormiveglia. Oinoussa ci piace talmente tanto che decidiamo di fermarci qui per un'ulteriore giornata. Alle 10 ci rechiamo all'ufficio postale per pagare l'e-tepai, la nuova tassa introdotta dalla scorsa primavera per poter navigare in regola nelle acque greche. Essa si e' aggiunta al pagamento del DEKPA. Per Habibti, che ha una lunghezza di 11,35 metri il costo e' di 33 euro al mese, che aumentano a 100 per metro per le imbarcazioni a partire dai 12 metri. Dopo essermi iscritto al relativo sito e ricevuto per mail sia la comunicazione della somma che devo pagare per i mesi di agosto e ottobre da me richiesti, sia il codice identificativo chiamato "paravolo" da citare nel pagamento, avevo tentato inutilmente di effettuare il pagamento stesso tramite bonifico bancario. Ogni qualvolta mi veniva restituito. All'ufficio postale l'impiegata, che parla solo greco, non ne sa nulla e per tirarsi fuori d'impaccio chiede aiuto al direttore della limitrofa banca. Questi e' un giovane molto gentile, che parla un buon inglese. Ci chiede di seguirlo nel suo ufficio e qui da subito disposizione ad uno degli impiegati di prelevare la somma da noi dovuta e di rilascirci la ricevuta di avvenuto pagamento. Semplicissimo.... se non e' che che siamo in Grecia e quindi, come peraltro accade in Italia, quando si ha a che fare con la burocrazia ogni cosa semplice diventa complicata. Ma questa parte della storia ve la raccontero' domani! Trascorriamo il resto della mattinata seduti all'aperto nel bar alle spalle di Habibti a giocare a "tawle". All'ora di pranzo, fa troppo caldo per un prendere un vero e proprio pasto e quindo ordiniamo un "club sandwiches" che divideremo in due e un paio di birre. Poi torniamo in barca per una siesta. Tania resta in pozzetto e verso il tardo pomeriggio la sento parlare con qualcuno a proposito di Habibti. Dopo un po' mi affaccio e mi presento a Pandelis o, "Delos", come suggerisce lui, per semplificare. E' un giovane trentacinquenne, architetto, appassionato di vela.... e degli Hallberg Rassy. "Appena sara' possibile ne comprero' uno!", ci dice. Lo invitiamo a bordo a bere una birra e tra un discorso e l'altro trascorriamo insieme tutto il pomeriggio, fino a sera. E' veramente simpatico, colto e con la giusta ironia nei confronti del mondo e delle cose. Poiche' la madre e' originaria di Oinoussa, dove la famiglia ha una casa, e conoscendo bene l'isola ci racconta un poco della sua storia, della fortuna che essa ha di essere sostenuta in vari progetti di ammodernamento dai vari armatori che sono originari del posto, ma anche della mancanza di iniziativa degli amministratori nel non saper offrire ai diportisti che vi attraccano i servizi minimi di base. Parliamo naturalmente di barche, tra cui della sua prossima vacanza per trasferire una barca a vela da Corfu' ad Atene in settembre, della nostra comune passione per i motori. A tale proposito, e' molto fiero della sua Alfa Romeo Junior 2000, di cui ci racconta come l'acquisto, avvenuto con la totale perplessita' del padre che non riusciva a capacitarsi di quale fosse il senso di vendere un'Audi quasi nuova di pacca, che questi gli aveva regalato da poco, per comprare un'auto cosi' datata.....e per di piu' italiana!! Ci racconta anche della sua Jeep Wrangler ultra accessioriata di cui e' parimenti orgoglioso, esprimendo ironicamente qualche perplessita' sull'affidabilita' della nostra datata Land Rover Defender. Ma si e' parlato anche di argomenti piu' seri, come l'attuale situazione politica in Grecia...e in Italia, delle problematiche connesse alla salvaguardia dell'ambiente, di lavoro. Ed e' quando gli chiediamo che cosa faccia nella vita che abbiamo un'ulteriore sorpresa. Ci dice, infatti, che dopo che il padre ha lasciato l'attivita' di impresario edile nella quale anche lui lavorava, insieme alla sorella hanno deciso di fondare una "start-up" nel settore alimentare. Tania, con la sua solita curiosita' giornalistica, gli chiede il nome. "Royal Deli", la risposta. E scopriamo cosi' che si tratta della nostra marca preferita di grissini e di biscotti prodotti in Grecia e di cui, dopo averli scoperti per la prima volta in quel di Skiathos, ne avevamo fatto razzia praticamente svuotando lo scaffale del supermercato nel quale erano esposti. Come e' veramente piccolo il mondo! Mentre continuiamo a parlare del piu' e del meno passa un agente della Port Authority che ci chiede di passare nel loro ufficio per mostrare i documenti e pagare l'ormeggio, i cui costo si rivela essere ben 12 euro per due notti. Ci puo' stare vero? Piu' tardi ci pensera' Tania,. Con Delos ci diamo appuntamento per l'indomani mattina verso le 9,30 per fare colazione insieme sul balcone di casa sua. La sua conoscenza, concordiamo con Tania, e' senz'altro da ascriversi a quella serie di incontri inaspettati e piacevoli  che il viaggiare per mare inaspettatamente ti regala. Ceniamo in barca, anche perche', essendo quasi giunti al termine di questa tappa del nostro viaggio, dobbiamo terminare un po' del cibo che ancora ci resta in cambusa. Poi ce ne andiamo a letto. Oggi non abbiamo fatto una grande attivita', eppure siamo comunque belli cotti di stanchezza!!

(Giornale di bordo)

lunedì 12 agosto 2019

Foca - Mandraki (Oinoussa)


Foca ci e' piaciuta davvero molto. Durante la nostra permanenza abbiamo anche apprezzato, una volta di piu', la particolare gentilezza dei turchi. Come quella del nostro vicino di barca che ci ha messo a disposizione la sua colonnina dell'acqua in quanto quella assegnataci dall'ormeggiatore non funzionava. Guardando le previsioni odierne e' atteso vento da nord-est forza 5 in attenuazione. La nostra destinazione odierna e' l'isola greca di Oinoussa, a nord-est di Chios, a poco meno di una quarantina di miglia di distanza. In considerazione delle previsioni avevo pensato di muovermi verso mezzogiorno, ma visto che nella baia di fronte al porto non si vedono le creste bianche che invece c'erano ieri al momento del nostro arrivo decido di anticipare la partenza. Lasciamo quindi l'ormeggio verso le 8,30. I nostri vicini stanno ancora dormendo avviluppati nelle coperte sul ponte superiore del loro caicco. Facciamo piano, in modo da non disturbarli. Sistemati i parabordi, alziamo le vele prendendo subito una mano di terzaroli, in quanto ho l'impressione che una volta in mare aperto troveremo il vento preannunciato. Ed infatti cosi' e'. Ci sono tra i 25 e i 30 nodi e un mare con delle onde abbastanza alte che prendiamo al traverso. Riduco un po' anche il fiocco e in questo modo avanziamo ad una velocita' di 8 nodi. Habibti e' ben equilibrata e il timone leggero. Una navigazione decisamente divertente. Poi, prima di Karaburun, il capo a nord della penisola di Cesme, il vento gradualmente si calma fino a sparire quasi del tutto, tanto che dobbiamo addirittura accendere il motore. Dietro di noi c'e' un'altra barca a vela, che seguiamo anche sul plotter in quanto, come noi, e' dotata di AIS. Superato il capo il vento gira a nord-ovest e aumenta un poco. Montiamo il code 0 e rivolgiamo la prua verso l'ingresso del passaggio che separa Oinoussa da Chios. L'altra barca si dirige invece verso sud, probabilmente a Cesme. Navighiamo cosi' per circa un'oretta cercando di non perdere acqua. Poi il vento aumenta nuovamente e quando raggiunge i 14 nodi ammaino il code 0 e continuiamo con il genoa, mantenendo comunque una velocita' mai inferiore ai 6 nodi. In questo modo maciniamo in fretta le miglia che ci separano dalla costa greca. Ne approfitto per cambiare la bandiera di cortesia. Poi, proprio mentre stiamo imboccando il canale alle nostre spalle arriva un ferry della Aegean Lines diretto a Chios che ci precede nell'attraversamento dello stesso. Ho preferito evitare, anche se abbiamo allungato un po' il tragitto, lo stretto passaggio con fondali non altissimi tra Oinoussa e la limitrofa Nisos Pasas. Forse in una baia di quest'ultima trascorreremmo la notte di domani. Superato il canale scendiamo al gran lasco fino allo scoglio di Prasonisia dove viriamo e raggiungiamo, in un unico bordo, l'ingresso del porto di Mandraki. La costa di Oinoussa ci da subito l'impressione di essere arrivati in Grecia. Intanto per l'enorme croce bianca posta sul suo crinale, poi per le abitazione che sono poste sui versanti delle colline dalla forma particolarmente aggraziata, non come i palazzoni in cemento che si e' spesso soliti vedere sulla costa turca. Il porto di Mandraki e' naturalmente ridossato da tutti i venti e la situazione e' ancora migliorata dopo che sono stati costruiti i due nuovi frangiflutti al suo ingresso. Ad est vi sono dei bassi fondali e il nuovo pontile dello Yacht Club, l'unico sul quale e' possibile trovare acqua ed elettricita'. Ci pare che esso sia riservato ai mega yacht che abbiamo visto alla fonda in una piccola baia non lontana dal paese e che in serata faranno il loro ingresso "trionfale" nel porto. Scopriamo cosi' che i piu' importanti armatori greci sono originari di questa piccola isola un po' fuori mano dell'Egeo e che essi sono soliti venire a trascorrervi le vacanze estive. Per questo l'hanno dotata di tutte le strutture necessarie. Ci dicono che hanno anche delle ville splendidamente restaurate sull'isola, ma che preferiscono trascorrere il tempo sui loro yacht che, a vederli, sono dei veri e propri hotel a 5 stelle. La banchina alla quale ormeggiamo Habibti e' un poco piu' lontana ed e' per lo piu' occupata da barche da pesca e da barchini locali. Al momento ci sono anche un paio di barche a vela battenti bandiera turca. In fondo Oinoussa dista non piu' di una decina di miglia da Cesme. Uno dei membri dell'equipaggio di una di esse scende a terra e ci indica uno spazio libero. Gli dico che preferirei ormeggiare in un altro posto, accanto ad una delle due barche a vela, ma a gesti mi fa capire che quello e' riservato ad una barca locale che rientrera' in serata. L'informazione si rivelera' corretta. Ormeggiamo quindi nel posto indicatoci, con la poppa non lontana da un piccolo gozzo di pescatori. Il piazzale retrostante, dove si trova anche un bar, e' deserto e fa una certa impressione sapere che siamo quasi a ferragosto. Mentre stiamo bevendo una birra seduti in pozzetto arriva un piccolo Moody, sempre con bandiera turca, al quale passo le cime. Con lui, a parte i mega yacht, siamo in quattro barche a vela. Il posto sta diventando davvero affollato!!! Verso sera, facciamo due passi nel paese abbarbicato sulla collina, dirigendoci verso la chiesa di Ay Nicolaos che si trova nella sua parte sommitale. E' un grande edificio dipinto di azzurro e bianco che si staglia sulle restanti abitazioni. Mentre risaliamo le ripide stradine del paese, sentiamo dagli altoparlanti posti all'esterno della chiesa il Pope che sta dicendo messa. Arriviamo sul piazzale antistante quando la funzione e' appena terminata. Dalla chiesa escono soprattutto donne. Approfittiamo per entrare. L'interno e' tutto decorato e non c'e' uno spazio libero manco pagarlo un milione. Drappi, statue, icone ed immagini di Santi ovunque, che i pochi fedeli ancora all'interno baciano tutte in una sorta di pellegrinaggio prima di uscire. Il Pope e' un anziano prete dalla barba bianca e dall'aria austera. Restiamo seduti in contemplazione per una decina di minuti, anche per riprendere fiato e per riacquistare una temperatura corporea normale dopo la sudata fatta in salita. Ridiscendiamo al porto per una strada diversa fermandoci prima in un emporio per fare qualche acquisto alimentare, poi in un negozietto dove compro una piccola barchetta a vela da aggiungere alla mia collezione. Il figlio della proprietaria, un ragazzo giovane che parla inglese, ci dice di essere stato diverse volte in Italia in quanto lavora nella marina mercantile. E' da lui che veniamo a sapere  che sull'isola c'e' una scuola per capitani di lungo corso, mentre sulla antistante Chios ve ne e' una per macchinisti. I greci sono veramente un popolo di marinai! Ceniamo da "Glavros", una taverna all'estremita' del paese, con i tavoli a due metri dal mare e con una vista spettacolare su Chios di cui, con il buio, si vedono distintamente le luci. Saganaki, polipo e alici marinate, fritto misto e un litro di vino bianco, tutto per 43 euro. La frutta, offerta dalla casa, non ce la facciamo a mangiarla tanto siamo sazi. Il locale piano piano si riempie di famiglie greche, oltre che degli equipaggi, greci anche loro, dei mastodonti ormeggiati al pontile dello Yacht Club. Prima di andare a dormire, per essere sicuro di non fare strani incubi notturni, bevo una coca cola, ottimo rimedio per la digestione.

(Giornale di bordo)     

domenica 11 agosto 2019

Orak Adasi - Foca


Nella notte vengo svegliato da delle forti raffiche. Il vento da nord-est prende vigore scendendo dal rilievo alle spalle del nostro ridosso. La stazione del vento non segna mai piu' di 23-25 nodi, ma l'impressione e' che siano di piu' visto l'effetto che le raffiche provocano sulla superficie dell'acqua e considerato il brandeggio della barca. In cielo c'e' una luna quasi piena e non ho bisogno di accendere la frontale per vedere il segnale dei 40 metri sulla catena mentre la faccio scorrere per allungare la linea d'ormeggio e dormire cosi' un sonno tranquillo. Ci svegliamo alle 6,30. Il vento si e' calmato e facciamo colazione in pozzetto godendoci la solitudine che ci circonda. Poi recupero un po' della catena data nella notte. Non vorrei che le barche che sicuramente arriveranno in mattinata finissero con il dare fondo sulla mia linea d'ancoraggio. Lasciamo la baia alle 9 che ancora non e' arrivato nessuno. Mi tengo lontano dalla zona nella quale la sera precedente avevo visto gettare delle reti da un gozzo di pescatori. Usciti dal ridosso di Orak Adasi il vento rinforza nuovamente riempiendo il mare di creste bianche. Lasciamo Fenar Adasi, un isolotto circondato da bassi fondali, sulla sinistra e ci avviciniamo al porto di Foca sul quale si affaccia l'ennesimo castello costruito dai Genovesi in questa parte di Egeo. Il porto risulta molto ben ridossato, ma la banchina e' piena di barche stanziali. Poiche' sul portolano non e' indicato il canale VHF sul quale possiamo contattare il personale del porto, cerchiamo un eventuale recapito telefonico su internet, con scarso successo. Riusciamo comunque a trovare uno spazio libero nella parte meridionale della banchina, sperando che non sia di qualche barca stanziale uscita per la giornata. Una persona a bordo di un caicco ormeggiato nelle vicinanze ci dice di prendere la trappa agganciata ad un gavitello arancione di fronte a noi. E' la prima volta che vedo questo sistema e non sono certo che la trappa, oltre che al gavitello, non sia collegata alla banchina anche tramite un testimone. Effettuo pertanto l'ormeggio di poppa con una certa cautela, assicurandomi che tale eventuale testimone non si impigli nell'elica. Dopo aver mollato un altro po' di trappa a prua ed aver allontanato Habibti che nel frattempo era scaduta sulla barca sottovento, passo le cime ad un signore che gentilmente ci assiste da terra. Ahmat, l'ormeggiatore, si affacciera' solo ad operazione conclusa per dirci, in un francese stentato, di passare in ufficio a pagare in modo da poterci collegare ad acqua ed elettricita'. Il costo e' di 170 lire turche per una notte, tutto compreso. Vale a dire circa 25 euro. Do una lavata alla coperta e, visto il caldo, ci sediamo all'ombra di un pergolato di un bar non troppo distante a bere un paio di limonate. Di metterci a camminare sotto il sole per visitare il paese per il momento non se ne parla. Trascorriamo li' tutta la mattina, giocando a "tawla", poi, preso finalmente coraggio, ci avviamo sul lungomare in direzione del vecchio porto che si trova sul lato opposto rispetto a quello dove abbiamo ormeggiato Habibti. Per raggiungerlo costeggiamo le mura dell'antica fortezza genovese, restaurate di recente. Qui i Genovesi giunsero verso la fine del XIII secolo interessati a sfruttare le miniere di allume e vi restarono a lungo, anche grazie ad una serie di trattati firmati prima coi Bizantini e poi con gli Ottomani. Foca, oggi localita' decisamente turistica, in passato fu abitata prevalentemente da popolazione greca, fino al tristemente famoso "massacro di Foca", avvenuto nel giugno del 1914 nel quadro della campagna di pulizia etnica voluta dall'Impero Ottomano e messa in opera da bande irregolari turche che spinsero gli abitanti greci sopravvissuti ad andarsene. Oggi, di questa presenza restano le belle case colorate costruite nel XIX secolo. Abbelliscono il lungomare sul quale, senza quasi soluzione di continuita', si trovano gli esercizi commerciali, tra cui molti ristoranti. In uno di questi compriamo un cosiddetto "occhio di Allah", uno dei piu' diffusi amuleti che si trovano in Medio Oriente, che appenderemo in modo discreto ad uno dei montanti dello sprayhood. Quello che in questi anni ci ha accompagnato e' infatti andato perso e Tania lo vuole rimpiazzare immediatamente. Mentre passeggiamo noto un ristorante che potrebbe fare al caso nostro. Devo dire che solitamente ho un buon intuito in queste scelte. E anche questa volta ci ho visto bene. Il "Foca Restaurant", come c'e' scritto sui tendoni che proteggono i tavoli dal sole, si rivela ottimo. Serviti da camerieri molto attenti ci gustiamo dei gamberoni e un polipo alla piastra, entrambi eccezionali, e un'orata con le patatine fritte. Il tutto accompagnato da un "raki" Tekirdag Gold, il migliore in assoluto. L'aver richiesto specificamente questa marca e questo tipo di "raki" ci da l'impressione di aver accresciuto l'attenzione che i camerieri ci dedicano. "Saranno turisti", forse avranno pensato, "ma, in quanto a raki, hanno ben idea di quale sia quello migliore!". Il grazie per questa scoperta, che ci fa sentire un po' piu' turchi e meno turisti, va al nostro amico Umit conosciuto ad Asmalikoy e con il quale di tanto in tanto continuiamo ad inviarci qualche whatsapp. Dopo pranzo, che terminiamo a pomeriggio avanzato, prendiamo un gelato facendo una lunga coda all'esterno di una gelateria che ha tutta l'aria di essere gettonatissima. E' buono, ma non all'altezza delle aspettative. A questo punto non ci resta che tornarcene in barca dove trascorriamo il resto della serata seduti in pozzetto guardando lo struscio serale che ci passa davanti.

(Giornale di bordo) 

sabato 10 agosto 2019

Candarli - Orak Adasi


Trascorriamo una notte tranquilla in questo angolo ben ridossato dai venti settentrionali. Partiamo alle 8.30. Sia sulla barca degli olandesi che su quella turca tutti sembrano ancora dormire. Appena ci distanziamo un po' dalla costa il vento rinforza. Ci sono tra i 20 e i 25 nodi e apriamo il solo genoa. C'e' anche un po' d'onda che però al gran lasco non da nessun fastidio. Lasciamo gli isolotti di Ikiz Adalari e di Tavsan Adasi sulla dritta. Una volta superato quest'ultimo, al traverso del faro di Ilica Burun modifichiamo di qualche grado la rotta puntando su Aslan Burun, il capo poco a nord di Foca che si vede in lontananza tra la foschia. Il vento cala a 10 nodi e anche il mare diventa più calmo. Dobbiamo cambiare di mura e facciamo la manovra senza la dovuta attenzione e preparazione con il risultato che il genoa si incaramella intorno allo strallo. "Allievaccio!!", dico a me stesso. Con il poco vento e la poca tela che abbiamo la barca diventa difficilmente governabile e sono costretto ad accendere per un attimo il motore per risolvere la situazione. E' proprio vero che non bisogna mai distrarsi e mai prendere le cose sotto gamba! La costa meridionale del golfo di Candarli Korfezi non è per nulla attraente. Una barca a vela deve comunque aver trascorso la notte in uno dei porti di cui è disseminata. La vediamo infatti apparire dietro a noi, un po' sottovento, verso fine mattinata. Avendo entrambe le vele a riva procede un po' piu' rapidamente di noi, ma seguendo un'altra rotta. Superato ad una certa distanza Aslan Burun, attraversiamo lo stretto passaggio tra gli isolotti di Hayirsiz Adasi e Orak Adasi. Un passaggio nel quale questa volta presto la dovuta attenzione, effettuandolo con il solo genoa e i bassi fondali che si prolungano da entrambi. Volendo trascorrere un'altra notte in rada prima di dirigerci nella limitrofa Foca, decidiamo di dirigerci  verso una zona che si trova dietro la stretta lingua di terra a sud-est di Orak Adasi e che il portolano e la carta nautica indicano come un buon ancoraggio. Procedendo lungo la costa rocciosa di quest'ultima notiamo una baia, non indicata come possibile ancoraggio, nella quale si trovano diverse barche alla fonda. C'è un po' di tutto e in poco spazio: caicchi, gommoni, barche a motore di diverse dimensioni e anche una barca a vela. Vedendola un po' troppo affollata proseguiamo verso la destinazione che ci eravamo prefissi. Tuttavia, avvicinandoci a quest'ultima ci rendiamo conto che la baia risulta troppo esposta al vento. Ritorniamo quindi sui nostri passi e, fortuna vuole che, proprio nel mentre ci avviciniamo nuovamente al ridosso affollato, i caicchi e alcune altre un imbarcazioni, tra cui anche quella a vela, se ne stanno andando. Diamo quindi fondo al centro della baia in 5 metri d'acqua accanto ad un gommone che, dopo una mezz'oretta, se ne va anche lui. Perfetto!!! Il giorno successivo scopriremo che questo ridosso dai locali è chiamato: Baia delle Sirene. Forse per la particolare conformazione di alcune sue rocce bianche che, usando molta fantasia, richiamano un po' la forma delle sirene. Pranziamo e trascorriamo il tempo giocando qualche partita a backgammon e dama. Nel frattempo la baia si è popolata nuovamente. Sono per lo più piccoli caicchi che portano i turisti a fare il bagno in questo angolo protetto dal vento e con una bella acqua azzurra. La gita prevede anche il pranzo con pesce alla griglia cucinato a bordo. L'atmosfera è festosa, su alcune barche c'è della musica, tenuta ad un volume tale da non disturbare chi è accanto. C'è chi fa i tuffi, chi nuota, chi semplicemente sta ad osservare. Il tutto si svolge in modo estremamente civile. E' una di quelle situazioni nelle quali si sta bene tutti, proprio perché ciascuno, pur facendo ciò che più gli aggrada, non invade lo spazio dell'altro. Non proprio come purtroppo sempre più spesso accade per mare e non solo, soprattutto nei mesi estivi. Una questione, quella del rispetto dell'altro che, anche seguendo i dibattiti su alcuni social di vela, sembra non essere compresa né condivisa nemmeno dagli stessi velisti che, in linea teorica, ma, appunto, solo in linea teorica, dovrebbero amare del mare proprio il silenzio, avendo scelto di utilizzare il più possibile la sola forza del vento per spostarsi da un luogo all'altro. Ma purtroppo temo che questa sia ormai una visione romantica della vela, che esiste nell'immaginario di pochi e non nella realtà. Non posso fare a meno di constatare come oggi siano in esponenziale aumento coloro che potremmo definire gli "utilizzatori" del mare e siano invece in diminuzione i "marinai". Marinai, e questo vale per tutti, velisti e non, a mio avviso si diventa attraverso un lungo percorso fatto di tante miglia percorse, di diversificate esperienze vissute, e non solo perche' si possiede o si usufruisce di una barca. Marinai si diventa anche grazie alla modestia e al rispetto che occorre sviluppare non solo nei confronti del mare stesso, ma anche dell'altro. E l'altro, in mare, è anche colui che è ormeggiato o alla fonda accanto a noi e che, come noi, ha il sacrosanto diritto di godersi il suo spazio. E' colui che non ha necessariamente il desiderio di sentire i nostri schiamazzi, anche se ci stiamo divertendo, perche' è giusto che ci si diverta, ma è altrettanto giusto che il nostro divertimento non costituisca una gran rottura di palle per chi ci sta accanto.  Ed è per questo che mi rattrista vedere come tanti presunti amanti del mare lo considerino invece come una delle tante occasioni per mettere in mostra il proprio egotismo, la propria saccenza, il proprio egoismo, in definitiva la propria ottusità. E tutto ciò con il bene placito di chi non è d'accordo con me!!! Tornando alla Baia delle Sirene, nel tardo pomeriggio tutti se ne vanno e Habibti resta sola soletta a godersi il tramonto in questo angolo di paradiso. Questa sera, anche volendo, non potremmo rompere le palle a nessuno!!!

(Giornale di bordo)

venerdì 9 agosto 2019

Bademli - Candarli


Durante la notte, come riportato correttamente dal portolano, il vento è girato da nord-est. Quando ci alziamo e ci affacciamo in pozzetto i nostri vicini olandesi se ne sono già andati. Mentre facciamo colazione i primi gozzi con alcuni turisti a bordo, che ci paiono essere tutti turchi, cominciano ad uscire dal piccolo porto di Bademli. Con i loro sbuffanti motori diesel si dirigono verso lo stretto tratto di mare che si trova tra le due isolette che abbiamo di fronte e che, anche ieri, al momento del nostro arrivo, era affollato di barche locali. Poco più tardi partiamo anche noi. Dovendo procedere verso sud, preferisco comunque ripercorrere la stessa rotta di ieri per uscire dalla baia e non scendere lungo il canale che separa la terra ferma da Kalem Adasi. La profondità, se ci si tiene per bene nel mezzo, sarebbe sufficiente, ma, quando navigo in acque non conosciute e quando mi è possibile, preferisco sempre scegliere l'itinerario che ti tenga più lontano dalla costa. Oggi soffia un nord-ovest sui 15 nodi. Con le vele al gran lasco seguiamo parallelamente la costa per circa un'ora, fino all'isolotto di Ikizk Ardesler Adasi che lasciamo sulla sinistra per poi entrare nel canale tra la terra ferma e Kizkulesi Adasi e Karaada, altre due isole un poco più grandi che questa volta lasciamo a dritta. In quest'area ci sono numerosi allevamenti ittici segnalati da boe. Per evitarli, continuando a vela, facciamo un paio di bordi con altrettante strambate. E' una navigazione decisamente divertente, anche perchè nel canale il vento rinforza un poco. All'altezza di Kemkili Burun, un capo dal quale occorre tenersi leggermente distanziati a causa di un paio di scogli nelle sue vicinanze, facciamo un lungo bordo verso il mare aperto in modo che, dopo un'ultima virata, con un altro unico lungo bordo, si arrivi direttamente a Candarli, la nostra destinazione odierna. La cittadina si trova nella parte settentrionale dell'ominimo golfo e si sviluppa su un piccolo promontorio. Sul lato occidentale di quest'ultimo c'e' un porto che in questi ultimi anni hanno rimodernato. Rispetto a quanto riportato sul nostro portolano, infatti, oggi all'interno della massicciata in pietra che costituisce il molo frangiflutti vi è una banchina in cemento che consente l'ormeggio e quindi anche la possibilità di scendere a terra senza doversi avvalere del tender. Noi però preferiamo stare alla fonda e per questo ci spostiamo nella baia che si trova ad est del promontorio stesso e dalla quale si gode una bella vista sul castello genovese che, credo, costituisca l'unica vera attrattiva del posto. Arriviamo contemporaneamente ad una barca a vela turca in legno che da fondo poco lontano e dalla quale, poco più tardi, sbarcherà parte dell'equipaggio su un tender in vetroresina grande quasi quanto la loro barca. Mentre si dirigono a terra ci passano accanto e, salutandoci, ci chiedono se siamo inglesi. Di bandiere italiane ne devono vedere davvero poche in questo angolo un po' decentrato dell'Egeo! Poco dopo, con nostra sorpresa, arriva anche la barca dei nostri vicini olandesi che si colloca nell'ampio spazio tra noi e quella turca. Li salutiamo da lontano e ci chiediamo che razza di percorso abbiano seguito, visto che sono partiti prima di noi e non li abbiamo superati durante il tragitto. Probabilmente, invece di passare nel canale tra le isole come abbiamo fatto noi, hanno seguito un percorso un po' più lungo lasciandole sulla loro sinistra. Oppure si saranno fermati in porto a Candarli a fare un po' di cambusa prima di venire qui a dare fondo. Non lo sapremo mai, anche perchè non li vedremo più per tutto il resto della giornata. Non avendo il tendalino la trascorreranno sottocoperta e nemmeno con il buio riusciremo a distinguere qualche movimento a bordo in quanto, a parte la luce di fonda che accenderanno ad un certo punto, non riusciamo a vedere nessuna altra luce a bordo. Il resto della giornata scorre tra qualche bagno, un po' di lettura e in parte ai fornelli. Dal pozzetto si vede chiaramente la costa meridionale del golfo che ha l'aria di essere piuttosto industrializzata. Distinguiamo infatti, oltre alle numerose pale eoliche poste sulle colline ad essa retrostanti, anche diverse petroliere alla fonda. Intorno a noi, invece, il paesaggio è bucolico. Ulivi e macchia mediterranea dalla quale, nelle ore più calde della giornata, giunge un frinire di cicale. Un suono che ci mette sempre di buon umore e che sa tanto di vacanze.

(Giornale di bordo)  

giovedì 8 agosto 2019

Ayvalik - Bademli


Marco ed Elena oggi sbarcano. Come era previsto, termina  qui la loro crociera annuale in nostra compagnia. Una piacevole tradizione che ormai sembra consolidarsi di anno in anno. Ci salutiamo sul piazzale del Marina alle 8,30, quando arriva il taxi che avevano prenotato e che li porterà all'aeroporto di Smirne. Come al solito, siamo stati benissimo insieme e ci dispiace vederli allontanarsi mentre ci salutano con la mano da dietro il lunotto posteriore dell'auto. Alle 9 arriva l'impiegata dell'autonoleggio alla quale restituiamo la Renault "polmone", come l'abbiamo ribattezzata. Sulla banchina scambiamo due parole con i nostri vicini, una coppia fiamminga a bordo di un Delphia 40 con bandiera belga, ma nome italiano: "Tricolore". Lui infatti è di origine italiana, ma a parte "buongiorno", nella nostra lingua non sa dire molto di più. Comunichiamo in francese e mi chiede qualche informazione sui porti della Sicilia. Poi mi dice che è loro intenzione, dopo una breve risalita ad Istanbul, fare il giro del mondo, ma non seguendo l'usuale rotta dalle Canarie ai Caraibi, Panama e così via, ma passando dal Canale di Suez e proseguendo verso est. Accenno al fatto che transitare oggi nelle vicinanze dello Yemen e delle coste somale non mi pare molto prudente, oltre a far presente che navigare in questo senso mi pare più complicato. In tutta risposta il mio interlocutore mi dice: "Si, ma noi siamo abituati a stare in rada". Che cosa centri questo non lo so, ma gli auguro comunque buon vento. Riassettata la barca, lasciamo il Marina e ripercorriamo il canale delimitato da boe. Ci segue un'altra barca a vela che, una volta fuori dal canale, si dirigerà verso le isole dell'antistante arcipelago. Noi, invece, puntiamo verso ovest in direzione del capo settentrionale di Ciplak Adasi che lasciamo sulla sinistra. Una volta nel tratto di mare tra la Turchia e Lesbo chiudiamo il genoa e montiamo il gennaker. A vele spiegate seguiamo una rotta che ci consenta di avere il vento al gran lasco. Avanziamo tra i 4 e 5 nodi di velocita' in direzione sud-ovest. La rotta non è l'ideale visto che ci allontaniamo dalla costa turca che in questo tratto piega a sud-est, ma la navigazione è talmente gradevole che procediamo così per gran parte del pomeriggio. Incrociamo una nave militare turca e due barche a vela che risalgono a motore. La costa di Lesbo si avvicina sempre di più. Verso le 15 lasciamo Mitilene a dritta. Siamo talmente vicini alla costa greca che distinguiamo chiaramente il suo porto, non un granchè, da quello che ho letto. Avanziamo con rotta invariata per un'altra mezz'ora, osservando una barca a vela che naviga sotto costa nella nostra stessa direzione. Infine, quando siamo al traverso della baia di Bademli, posta sulla costa turca e che costituisce la nostra destinazione odierna, viriamo. Ora il vento è al traverso e attraversiamo, sempre a vela, tutto il canale che ci separa dalla meta. Abbiamo sicuramente allungato il tragitto che sarebbe stato di circa 25 miglia se ci fossimo tenuti in prossimità della costa turca, ma non avendo nessuna fretta ne è valsa la pena. A circa mezzo miglio a nord dall'ingresso dalla baia di Bademli Limani è segnalata una secca, chiaramente visibile di giorno. Gli scogli che la costituiscono e che emergono dall'acqua, utilizzando un po' di fantasia, hanno la forma di un ranocchio acquattato. Dopo un altro mezzo miglio lasciamo i due isolotti di Garip Adalari e Kalem Adasi a dritta. Giampaolo di "Yakamoz", con il quale di tanto in tanto siamo in contatto e che conosce bene la zona, mi dice che su entrambi vi vivono molti conigli selvatici. Noi notiamo solo molte barche alla fonda nel tratto di mare tra le due isole, ben ridossato dal vento odierno, e, sulla prima, una serie di costruzioni ben integrate nell'ambiente naturale circostante. Avvicinandoci a Bademli Limani la profondità si riduce a 7-8 metri. Prima di dare fondo facciamo il solito giro di ispezione e avvicinandoci al piccolo promontorio che si trova sulla nostra sinistra i metri si riducono improvvisamente a meno di 3. Inserisco rapidamente la retromarcia e diamo fondo in mezzo alla baia. Mentre stiamo mettendo il copri randa ci si avvicina una piccola barca a vela con lo scafo giallo e battente bandiera olandese. A bordo vi sono due attempati signori, che hanno l'aria di essere marito e moglie. Passandoci accanto ci salutano e lui, con un sorriso, commenta: "A nice Swedish yacht!". Il che fa sempre piacere. Daranno fondo poco lontano da noi. Non hanno il verricello e la signora, che è a prua, cala a mano catena e tessile. Al tramonto, tutte le barche che avevamo visto alla fonda nella piccola baia tra le due isolette summenzionate rientrano nel porticciolo che è alle nostre spalle e che ho preferito evitare a causa dei bassi fondali del suo ingresso. Credo di aver preso la giusta decisione in quanto una barca a vela carica di gente, evidentemente turisti in gita giornaliera, che sta rientrando in porto si insabbia poco lontano da una boa di segnalazione. Dovrà venire un gommone per disincagliarla. Al tramonto il luogo è veramente incantevole. Sceso il buio, oltre alla luce di fonda, sul boma aggiungo una luce stroboscopica. Il luogo dove siamo ancorati, benchè non vicino all'ingresso del porticciolo, risulta comunque essere sulla sua direttrice di entrata e di uscita, quindi non vorrei che qualche pescatore distratto che dovesse uscire di notte finisca con il non vederci e piombarci addosso. Vedo che la stessa cosa fanno gli olandesi che ci sono accanto. Ceniamo in pozzetto. Per incrementare la poca luce prodotta dalle nostre candele accendo la piccola lampada ad olio della Stelton che ho comprato lo scorso anno. Purtroppo si rivela poco efficace, e inoltre tende a spegnersi. Un po' una delusione, visto che mi è costata quasi 100 euro. A parte questa constatazione, ci godiamo comunque la serata.

(Giornale di bordo)  

mercoledì 7 agosto 2019

Pergamo


Alle 9, puntuale, una ragazza dell'autonoleggio ci porta la macchina che abbiamo affittato: una Renault Capture arancione e nera con pochissimi chilometri e che, in salita, si rivelerà essere un vero "polmone". Lasciamo Ayvalik e imbocchiamo la superstrada in direzione Izmir fermandoci a fare benzina. Dopo una trentina di chilometri seguiamo le indicazioni verso Bergama, la cittadina che oggi si trova ai piedi della collina su cui sorge l'antica città di Pergamo, nostra meta odierna. Giunti a Bergama percorriamo la via principale dove si trovano il municipio, la stazione della polizia, un paio di moschee e una serie di negozi e ristoranti con i tavoli all'aperto sotto invitanti pergolati all'ombra. Anche oggi fa molto caldo e fortunatamente il sito archeologico che intendiamo visitare è posto su una collina dove soffia una leggera brezza. La cabinovia che conduce all'area dove si trova la biglietteria per accedervi è ferma. Si metterà in funzione solo un paio d'ore più tardi, quando noi avremo già raggiunto l'entrata del sito in macchina, che parcheggiamo all'ombra di un albero. La strada che percorriamo nel primo tratto è davvero molto stretta e ripida, poi nella parte in cui essa costeggia il pendio la pendenza diminuisce, fino ad arrivare alla sommità della collina dalla quale si gode un panorama aereo sulla sottostante cittadina, sulla limitrofa ampia vallata e su un lago artificiale con la sua diga. Superate le classiche bancarelle di souvenir che si trovano accanto ad ogni sito turistico, compriamo i biglietti d'ingresso ed iniziamo la nostra visita. Seguiamo il percorso segnalato con delle evidenti frecce blu che in leggera salita ci porta fino all'ampio piazzale dove si trovano le colonne del tempio di Traiano, che, insieme all'anfiteatro, sono i due monumenti che piu' ci hanno impressionato. Lungo l'itinerario sono posti alcuni cartelli esplicativi scritti in diverse lingue che, oltre a raccontare la storia della città, descrivono di volta in volta i vari monumenti limitrofi. Ecco allora riaffacciarsi qualche lontana rimembranza scolastica. Pergamo, in età ellenistica fu a lungo capitale dell'omonimo regno che, per fama, fu considerato da molti quasi pari ad Atene. Divenne poi romana e risulta essere anche citata nell'Apocalisse di Giovanni come una delle sette chiese dell'Asia. Secondo alcune fonti, Alessandro Magno, che davvero nei suoi 24 anni di vita sembra davvero essere stato ovunque nel mondo allora conosciuto, pare avesse scelto la sua acropoli per nascondervi il suo tesoro. Il declino della città seguì quello dell'Impero romano. In età bizantina fu sede di un vescovado, poi fu saccheggiata dagli arabi. Successivamente essa fu presa dagli Ottomani. I resti del sito archeologico furono scavati a partire dal 1873 da un archeologo tedesco, Carl Human. L'accordo fatto con il governo turco prevedeva che Human potesse portare in Germania metà delle opere scoperte, mentre l'altra metà doveva restare in Turchia. E fu così che egli riuscì a portare a Berlino il fregio che circondava la base del tempio di Pergamo, lungo ben 170 metri. La base soprastante che vediamo oggi è infatti una ricostruzione dell'originale. Camminiamo, rinfrescati da un leggero venticello, tra le rovine dei diversi templi: quelli di Atena, di Asclepio e di Zeus. Ci soffermiamo anche a leggere l'affascinante descrizione di come la città fosse rifornita d'acqua da un acquedotto lungo più di cinquanta chilometri. Poi ci sediamo all'ombra nella parte superiore dell'anfiteatro che raggiungiamo attraverso uno stretto passaggio. Le sue scalinate sono davvero ripide e si affacciano sulla sottostante vallata in fondo alla quale scorre un ruscello. Secondo gli storici esso riusciva ad ospitare quasi 15.000 spettatori. Nel frattempo si sono fatte le 13 e il caldo comincia a farsi sentire. Decidiamo allora di scendere a Bergama per pranzo. Mentre ci avviamo incontriamo un gruppo di turisti italiani, dall'accento di Milano o dintorni. Trovato con un po' di fortuna un parcheggio, ci sediamo sotto il pergolato di uno dei ristoranti che avevamo notato al nostro arrivo. Poi, dopo pranzo, facciamo due passi verso il bazar. Ne approfitto per cercare del tabacco da rollare, ma senza successo. Ma non c'era il famoso detto: "fumare come un turco?" Ora fa veramente caldo e nella nostra passeggiata cerchiamo di sfruttare ogni angolo d'ombra che troviamo lungo il marciapiede. Il ritorno ad Ayvalik lo facciamo percorrendo una strada interna che si snoda in salita tra montagne e boschi in direzione di Yukaribey Bucagi. Man mano che l'altitudine aumenta, notiamo che nelle diverse piazzole ai suoi lati vi sono numerose fontanelle dove scorre dell'acqua che ha l'aria di essere freschissima, tanto che in alcune di esse vi è della gente intenta a riempire grandi taniche. Raggiunto, dopo una lunga serie di curve, il punto sommitale, la strada comincia a ridiscendere con lunghi rettilinei che ci portano, dopo qualche decina di chilometri, a ricongiungerci con la superstrada presa al mattino in prossimità di Ayvalik. E' ancora presto e decidiamo di visitare Alibey Adasi, l'isola che già conosciamo dal mare e che è unita alla terra ferma da un ponte. Il paese di Alibey, dove si trova anche un piccolo porto con alcuni pescherecci e un paio di barche a vela ormeggiate, è affollatto. Preferiamo allora spostarci verso l'Ayvalik Adalari Tabiat Park, una riserva naturale alla quale si accede lungo una strada sterrata. Essa ci porta verso la parte settentrionale dell'isola, proprio nella baia in cui intendevamo originariamente dare fondo alcuni giorni fa e che invece non avevamo raggiunto per il vento contrario eccessivo. Qui ci sono diversi bagnanti, alcuni sulle spiagge libere, con i loro ombrelloni e sedie sdraio al seguito, altri più comodamente seduti in alcuni stabilimenti balneari che si trovano poco più a nord. Noi ci fermiamo in uno di questi sedendoci su una terrazza prospiciente il mare. E' un locale alla moda, con musica "lounge" e una clientela dall'aria decisamente occidentale, tranne un paio di ragazze piuttosto giovani che fanno il bagno con il velo in testa e indossando un "burkini". Nessuno sembra farci troppo caso. Trascorriamo lì il resto del pomeriggio sorseggiando chi una limonata chi una birra fresca. Ritornati al Marina e fatta una doccia ceniamo da "Bloom", il bar-ristorante in cui eravamo già stati ieri e dove ci accolgono con un sorriso. Qui, noto uno degli avventori che si sta rollando una sigaretta e, poichè il tabacco che mi era rimasto è finito da un pezzo, non resisto e gli chiedo se posso rollarmi una sigaretta approfittando del suo. Gentilmente acconsente e mi indica un tabaccaio ad Ayvalik dove posso trovare tabacco e cartine. Dopo cena facciamo un rapido salto in città in macchina e, nonostante siano quasi le 23, trovo il negozio ancora aperto. Il gusto di rollarsi finalmente una sigaretta prima di andare a dormire è davvero impagabile!

(Giornale di bordo) 

martedì 6 agosto 2019

Poyraz Adasi - Ayvalik



Alle 2 di notte, quando mi alzo per controllare che tutto sia a posto l'anemometro segna 30 nodi. Bene avevo fatto la sera prima a rimuovere il tendalino e a dare un bel po' di catena. Ritorno a letto gustandomi il rumore del vento che soffia all'esterno. La baia e' ben ridossata e dopo esserci alzati con calma approfitto del fatto che le miglia odierne per arrivare ad Ayvalik sono poco piu' di una decina per fare qualche lavoretto a bordo. In particolare ripasso meticolosamente una delle cuciture dello spryhood che si era leggermente scucita in un punto. Ci impiego un po' di tempo ma alla fine sono soddisfatto. Nel frattempo Tania ed Elena si dilettano in una serie di partite a "tawle", come qui chiamano il backgammon. Marco, invece, continua ad essere immerso nella lettura. Poco piu' in la', l'equipaggio del catamarano che ha trascorso la notte in rada scende a terra. Li vediamo inerpicarsi districandosi tra i rovi sulla collina antistante. Poi, in tarda mattinata cominciano ad arrivare altre barche: prima un paio di piccoli gozzi con alcuni turisti a bordo, poi i caicchi che vengono preceduti dalla solita musica a tutto volume. E' venuto il momento di andarcene. Con il solo genoa aperto raggiungiamo l'ingresso del canale che conduce al tratto di mare antistante Ayvalik, racchiuso tra la terraferma e alcune isole dell'arcipelago tanto da creare una vera e propria laguna. Risalendo il  canale, che ha una profondita' di 5-6 metri, abbiamo il vento, sui 25 nodi, diritto sul naso. I fondali limitrofi non superano il mezzo metro. Guardandomi intorno, non vorrei mai che per qualche ragione il motore mi mollasse in questo momento. Un pensiero malsano, ma che mi obbliga a riflettere su quale manovra di emergenza potrei fare per togliermi eventualmente d'impaccio. Come diceva quel mio amico: "mai dare nulla per scontato e prevedere sempre qualsiasi eventualita'. Murphy è sempre in agguato!". Il traffico nel canale in questo momento e' quasi assente. Aumentera' sicuramente in serata quando i caicchi e le varie barche che abbiamo visto nel tratto di mare limitrofo faranno rientro in porto. Chiamiamo il Setur Marina sul canale 72 per informarli del nostro arrivo. Li avevamo gia' contattati il giorno precedente per assicurarci vi fosse posto. Ci accoglie all'ingresso un gommone che ci accompagna al posto assegnatoci aiutandoci nell'ormeggio. Ci sistemano all'inglese sulla banchina accanto al travel-lift. E' un'area ben protetta e ci connettiamo all'elettricita' allacciando anche il tubo dell'acqua. Habibti ha bisogno di una bella risciacquata per togliere le incrostazioni di sale che si sono formate in questi giorni. Una volta ormeggiati ci rechiamo agli uffici del Marina per effettuare le varie pratiche. Il costo per due notti, con acqua e luce incluse, e' di 75 euro. Il che per i canoni turchi ci sembra tantissimo, ma considerando che ci troviamo in un Marina e soprattutto paragonando i prezzi che avremmo trovato in un'analoga struttura in Italia, va benissimo. Il personale e' molto gentile, i servizi sono impeccabili e ugualmente lo e' la sorveglianza. Mi chiedo allora se cercare di risolvere qui il problema dell'elica di prua che dalla nostra partenza da Istanbul ha smesso di funzionare. A tale proposito, mi viene in mente quanto avevo letto in "Viaggio in Mediterraneo" di Giorgio Daidola, uno sciatore-velista-giornalista di Torino che aveva lasciato la sua barca a svernare ad Ayvalik qualche anno fa. Egli metteva in guardia sull'affidabilita' di un tecnico che gli aveva fatto alcuni lavori a bordo, segnalandone anche nome e cognome. Pertanto, prima di prendere appuntamento per il pomeriggio con il tecnico suggeritomi dal Marina mi accerto che non si tratti della stessa persona. Daidola non si era sbagliato in quanto quando, in modo molto accorto, nomino al personale del Marina il nome del tecnico "incriminato" percepisco dalla loro reazione la cattiva reputazione di cui egli gode. Dopo esserci registrati facciamo uno spuntino leggero da "Bloom", un bar accanto agli uffici del Marina. Poi, mentre Elena e Marco si informano in citta' su come poter raggiungere Smirne l'indomani, con Tania restiamo in barca. Verso le 17 si presenta un giovane elettricista accompagnato da un inserviente del Marina che dovrebbe fungere da traduttore. Entrambi sono molto gentili, ma non risolutivi. Rimando pertanto la soluzione del problema in un'altra occasione, magari a Cesme. In fondo l'elica di prua e' una comodita' ma non e' essenziale. Mentre sono seduto in pozzetto in compagnia di una birra noto nell'antistante piazzale, utilizzato dal cantiere un Hallberg-Rassy 40, "Freedom" immatricolato a Livorno. Seppur sia in un invaso, si tratta della prima barca italiana che incontriamo quest'anno nonostante le diverse centinaia di miglia percorse. La sera, con il fresco, ci incamminiamo verso il centro cittadino sul lungomare, accanto alla trafficata strada principale. Cerco inutilmente il tabacco da rollare nei vari chioschi disseminati lungo la strada e infine ceniamo in un locale un po' fuori mano, l'unico dove cucinano kebab di pollo e agnello servendoti anche degli alcolici. Infine, prima di rientrare al Marina compriamo, dopo averle doverosamente assaggiate, alcuni vasetti di ottime olive locali, alcune grigliate e altre farcite con delle mandorle. Una vera "delicatezza"!!!

(Giornale di bordo) 

lunedì 5 agosto 2019

Alibey Adasi - Poyraz Adasi


Vi sono giornate, come quella odierna, che trascorrono piacevolmente pur non facendo nulla di speciale. Poiche' le miglia che ci separano da Ayvalik, dove Marco ed Elena sbarcheranno, sono poche decidiamo di fermarci nell'arcipelago un altro giorno. Per ricaricare le batterie ci spostiamo a motore attraverso il passaggio che separa il piccolo isolotto di Kara Adasi da Poyraz Adasi, un'altra isola di piccole dimensioni quasi totalmente arida se si escludono alcuni alberi isolati il cui fusto e' visibilmente piegato dal vento, che in questa zona soffia prevalentemente dai quadranti settentrionali. E' quasi mezzogiorno quando arriviamo nelle prossimita' della baia che si trova sul lato meridionale di quest'ultima, segnalata sulla carta nautica come area d'ancoraggio. Purtroppo a quest'ora e' gia' affollata di barche e di caicchi, questi ultimi tutti con la musica a palla. Non e' cosa e quindi proseguiamo in direzione di Pinar Adasi, un'altra isoletta a circa un miglio piu' a sud. Questa, pur essendo limitrofa a Poyraz Adasi offre un'immagine diametralmente opposta tanto la vegetazione e' lussureggiante. Anche qui troviamo ancorati qualche caicco e qualche barca a vela. Per restarcene come al solito tranquilli decidiamo di dare fondo in un angoletto deserto di fronte alla costa meridionale di Alibey Adasi, l'isola maggiore dell'arcipelago. Il fondale e' coperto di alghe e non ha per nulla l'aria di essere buon tenitore. Tuttavia per trascorrervi la giornata va benissimo. In serata ci sposteremo in un ancoraggio piu'  adatto a trascorrervi la notte. Facciamo il bagno, pranziamo e ci dedichiamo alla lettura. Le ore trascorrono velocemente e ci ritroviamo quasi senza accorgercene all'ora del tramonto. E' anche questo uno degli aspetti positivi della vita in barca: una strana combinazione tra il rapido trascorrere del tempo e, contemporaneamente, una sua dilatazione, tanto che da un lato ho la sensazione che le ore della giornata volino via, dall'altro che anche un breve periodo trascorso per mare mi pare molto piu' lungo di quello che e' in realta'. L'arrivo di un caicco con la musica a tutto volume che da fondo poco lontano da noi, probabilmente per far fare un ultimo bagno ai turisti prima di ricondurli ad Ayvalik, ci riporta alla realta' e ci induce a spostarci in un'altra baia per la notte. A parte l'affollamento che avevamo visto questa mattinata, mi era piaciuta quella antistante Poyaz Adasi. La raggiungiamo in una mezz'oretta, poco prima che il sole scompaia dietro all'orizzonte. Quando arriviamo non c'e' piu' nessuno e diamo fondo in 5 metri d'acqua distendendo su un fodale di sabbia una cinquantina di metri di catena. Durante la notte e' previsto che il vento rinforzi e voglio dormire tranquillo. Prima che scenda completamente il buio ci sediamo a prua per goderci ancora un poco la bellezza quanto ci circonda. L'isola ha l'aria di essere deserta, invece ad un certo punto sentiamo distintamente il suono di alcuni campanelli provenire dalla collina antistante. Aguzziamo la vista e dopo un po', poco sotto il crinale, individuiamo un gruppetto di capre che si spostano lentamente brucando l'erba secca che hanno intorno. A guardare bene, sempre sulla collina, distinguiamo anche un piccolo stazzo in pietra che probabilmente funge loro da ovile. Mentre seguiamo con lo sguardo le caprette nella baia arriva un piccolo catamarano che grazie al suo pescaggio ridotto si avvicina quasi a lambire la spiaggia dando fondo. Appena il sole scompare l'aria diventa subito piu' fresca tanto che, essendo anche aumentato il vento, decidiamo di rintanarci sottocoperta per cena.

(Giornale di bordo) 

domenica 4 agosto 2019

Assos - Alibey Adasi



Lasciamo Assos in mattinata prima che il vento, oggi e' atteso da nord-ovest, si alzi. Il soggiorno in questo luogo davvero incantevole e' stato molto piacevole. Prima di partire compriamo del pane fresco nell'emporio del paese, dove in dieci metri quadri vendono davvero di tutto. Usciamo dal porto senza problemi, facendo attenzione allo stretto passaggio per superare la diga foranea. Dobbiamo procedere verso est in direzione dell'arcipelago limitrofo ad Ayvalik. L'intenzione sarebbe quella di raggiungere Patrica Limani, un'ampia baia nella parte orientale di Alibey Adasi. Il vento purtroppo non ci e' favorevole e invece di bordeggiare decidiamo, almeno nel primo tratto, di avanzare a motore, in modo da ricaricare le batterie. Ad Assos, infatti, ma la stessa cosa ci era accaduta nel porticciolo di Asmalikoy nel Mar di Marmara, per poterci collegare alla corrente avremmo dovuto avere una normale presa a due poli e non quella classica da banchina, di cui pur possediamo diverse misure.  In mare aperto il vento rinforza fino a 25 nodi e si forma anche un po' d'onda che Habibti, come al solito, affronta nel migliore dei modi. In mezzo al canale incrociamo una motovedetta della Guardia Costiera turca, ferma con i motori accesi per contrastare il vento. Questo tratto di mare e' particolarmente controllato da pattugliatori sia turchi che greci, che incontreremo piu' volte nei prossimi giorni lungo la linea di confine marittimo tra i due paesi. Una volta caricate le batterie verfico quale rotta potremmo mantenere per raggiungere a vela la nostra destinazione. Purtroppo entrambi i bordi sarebbero sfavorevoli per avanzare rapidamente. Nel frattempo abbiamo raggiunto il traverso di Alibey Adasi e considerato che il vento e il mare stanno rinforzando ulteriormente decido di cambiare programma e dirigermi verso la piu' vicina baia di Poroselene, tra Alibey Adasi e Maiden Adasi. Cio' ci consente di proseguire a vela ad una velocita' di quasi 7 nodi con un bel vento al traverso. Una volta ridossati dietro Maiden Adasi la navigazione diventa ancor piu' piacevole in quanto nonostante il vento resti teso l'onda scompare. Le diverse piccole cale che si trovano sulla parte orientale dell'isola sono tutte occupate da yacht a motore, a vela o da numerosi caicchi carichi di turisti e provenienti da Ayvalik. Da questi ultimi proviene della musica a volume altissimo che trasforma questo luogo potenzialmente idilliaco in una specie di bolgia. Poiche' noi tendiamo a tenerci lontano dalla folla preferiamo proseguire dirigendoci verso un angolo un po' meno affollato. Attraversiamo quindi tutta l'ampia baia di Poroselene e diamo fondo, dopo aver fatto un accurato giro di ispezione, in 4 metri d'acqua nella sua parte piu' orientale, in una zona di bassi fondali dall'acqua limpida. Qui, forse perche' il posto e' meno pittoresco rispetto a quello dove sono alla fonda le altre barche o perche' risulta meno protetto dal vento che continua a soffiare da nord-est, non c'e' anima viva. Il che per noi e' l'ideale. Messo il tendalino per proteggerci dal sole, facciamo un bel bagno ristoratore e pranziamo in pozzetto. Di fronte a noi, sulla spiaggia, c'e' solo un capanno con alcune persone sedute all'ombra di alcuni alberi e che se ne andranno al tramonto. Trascorriamo il pomeriggio in chiacchiere o immersi nella lettura: io di un libro di John Guzzwell, "Trekka, un viaggio intorno al mondo", che descrive l'avventura dell'autore, un inglese trasferitosi a vivere in Canada, che con una barca di sei metri auto-costruita ha effettuato la circumnavigazione del globo alla fine degli anni '50, e Marco di "Si puo' fare, come vivere una vita da sogno con 500 euro al mese" dell'amico Giampaolo Gentili, che descrive la scelta dell'autore e della moglie Basak di lasciare il precedente stile di vita per trascorrere lunghi periodi in barca vivendo secondo le regole del "downshifting". Un libro che sembra davvero avere appassionato Marco, visto che lo terminera' in un paio di giorni. Restiamo cosi', ognuno immerso nelle proprie attivita' fino al tramonto al quale assistiamo vedendo sparire il sole proprio alle spalle della torre di segnalazione genovese che si intravede lontana sul crinale di Maiden Adasi. Per cena preparo una pasta con le zucchine alla quale, in assenza della mozzarella, aggiungo delle acciughe e un po' di formaggio turco salato. Un abbinamento che, considerato come i 500 grammi buttati nella pentola si siano volatilizzati, sembra essere stato di gradimento. Oggi 30 miglia.

(Giornale di bordo)

sabato 3 agosto 2019

Bozcaada - Assos


Lasciamo silenziosamente l'ormeggio prima che sulla barca del "Generale" scatti la sveglia. Siamo diretti ad Assos, un piccolo porto a 35 miglia di distanza. Vorrei arrivarvi nel primo pomeriggio in quanto all'interno vi e' posto per pochissime barche. Inoltre, poiche' alcuni mi hanno sconsigliato di entrarvi essendo l'ingresso molto stretto e i fondali piuttosto bassi, vorrei rendermi conto della situazione di persona tenendomi del tempo a disposizione nel caso ritenessi preferibile ripiegare su un'altra destinazione. Oggi stranamente il vento soffia da sud e quindi ci tocca bolinare. Con una piacevole navigazione raggiungiamo capo Baba Burun. Baba in turco significa papa', mentre Burun vuol dire capo. Quindi raggiungiamo "capo papa' ". La sua particolarita' non e' solo che esso costituisce il punto piu' occidentale del continente asiatico, ma anche che risulta solitamente molto ventoso e che funge da punto di separazione tra i venti che soffiano in mare aperto e quelli provenienti dallo stretto che lo separa dall'isola greca di Lesbo, che si trova poche miglia a sud. Proprio sul capo e' posto il villaggio di Babakale con la sua cittadella e il porto. Si narra che i primi abitanti di questo paese fossero dei prigionieri a cui era stata promessa la liberta' in cambio del loro lavoro per la costruzione del castello. Essi, terminata l'opera, chiesero alle loro famiglie di raggiungerli e divennero per la maggior parte pescatori. La cittadella, che si vede chiaramente dal mare, fu costruita nel XVIII secolo in un punto strategico che consentiva il controllo del traffico marittimo nello stretto antistante. Come il resto delle vecchie case dell'abitato anch'essa e' costruita in pietra ed oggi e' utilizzata anche per ospitare eventi culturali. Sotto le mura della fortezza vi e' il porto, protetto da un nuovo frangiflutti e nel quale si trova, piegato su un lato, il relitto di una goletta la cui sommita' dei suoi alberi e' chiaramente distinguibile anche dall'esterno. Superato il capo, la direzione del vento cambia totalmente tanto che dovendo procedere su Assos lo abbiamo diritto sul naso. Decidiamo allora di accendere il motore in modo da non attardarci bordeggiando. Sulla costa ad est di Baba Burun vi sono alcune costruzioni, tra cui spicca una grande villa isolata in stile moderno, ma ben integrata nel paesaggio circostante. In mare, di fronte ad essa, ormeggiato ad un enorme gavitello vi e' uno "sloop" di almeno trenta metri che riteniamo appartenere al proprietario della stessa. Piano piano ci avviciniamo al porticciolo di Assos, riportato su alcune carte anche con il nome di Behram. Sono curioso di vederlo dal vivo. Effettivamente l'entrata e' da affrontare con attenzione in quanto lo spazio tra la diga foranea, costituita dal muro dell'antico porto leggermente rinforzato, e la terra ferma, dove sott'acqua vi e' un banco roccioso, e' molto stretto. Anche lo spazio di manovra al suo interno e' abbastanza limitato e capisco che in caso di vento forte governare la barca potrebbe non essere facile. Tuttavia, poiche' al momento del nostro arrivo vi e' una totale calma di vento, entriamo con tutta calma, seguendo le indicazioni che Tania mi impartisce da prua. All'interno la profondita' aumenta leggermente, ma occorre comunque ormeggiare di prua. Cosi' facciamo, aiutati da un inserviente del retrostante hotel-ristorante che gentilmente ci passa una trappa e ci prende le cime. A parte i gozzi dei pescatori, al momento vi e' un'unica altra barca. Si tratta di un Janneau 52 che scopriremo appartenere al direttore dell'hotel che e' solito lasciarla ormeggiata li' durante la stagione estiva, mentre negli altri periodi dell'anno la sposta a Kucukkuyu, una cittadina limitrofa poco piu' ad est. La localita' e' veramente da cartolina. La prua di Habibti si trova a meno di un metro di distanza da un muretto in pietra, con dei vasi di gerani, dietro al quale sono posti i tavoli del ristorante. Lo stazionamento e' gratuito e la regola non scritta e' che, essendo l'ormeggio di proprieta' del ristorante, sia buona usanza consumarvi almeno un pasto. Mi chiedo quanto si pagherebbe se invece di essere in Turchia ci trovassimo in Italia. La cultura del profitto indiscriminato fortunatamente da queste parti non e' ancora arrivata. Ed e' anche questo aspetto che rende questi luoghi cosi' affascinanti. Nel pomeriggio il vento gira a sud-ovest e, come regolarmente accade in questo tratto della costa eolica, rinforza un poco. Essendo l'entrata del porto rivolta proprio in quella direzione il risultato e' che vi entra un po' d'onda, quel tanto da rendere l'ormeggio un po' ballerino. Il tutto dura pero' solo un paio d'ore in quanto verso sera ritorna la calma. Sempre nel pomeriggio arriva un'altra piccola barca a vela, con un ragazzo e una ragazza a bordo. Effettuano l'ingresso e l'ormeggio con grande disinvoltura e sicurezza, dando l'impressione di conoscere molto bene il posto. Ed infatti e' cosi' in quanto vengono accolti con grande confidenza dall'inserviente del ristorante che si occupa degli ormeggi. Con Marco preferiamo attendere che il sole tramonti prima di scendere a terra. Tania ed Elena invece non perdono tempo e nonostante il caldo si lanciano alla scoperta del posto. Il paese e' piccolissimo e si visita rapidamente. Vi sono numerosi ristoranti, alberghi, bancarelle e non lontano dal porto alcuni stabilimenti balneari. Vi sono invece solo un paio di negozi, tra cui un tabaccaio che vende anche generi alimentari di prima necessita'. Purtroppo non aveva trovato il tabacco per le sigarette. Un piacere, quello di fumare, che mi concedo di tanto in tanto soltanto quando sono in barca. Mi tocca quindi centellinare quel poco tabacco che mi e' rimasto, nella speranza di riuscire a trovarlo ad Ayvalik nei prossimi giorni. Seduto all'ombra in pozzetto ne approfitto per leggere un po' della storia di questo luogo. Dove ci troviamo era il porto dell'antica citta' di Assos le cui rovine, tra cui il bellissimo anfiteatro, sono visibili sulla collina soprastante. Essa, fondata intorno al 1000 a.C., ebbe il suo periodo di massimo fulgore tra il V e il IV secolo a.C.. Qui, nel 348 a.C. Aristotele sposo' la nipote del sovrano locale. Poi la citta' fu conquistata dai Persiani per essere successivamente liberata da Alessandro Magno. Nei secoli successivi fece parte del regno di Pergamo e tra i diversi illustri personaggi che vi transitarono vi fu anche San Paolo che di qui si imbarco' per la vicina Mitilene. Oggi e' divenuta una rinomata meta turistica. Dopo una passeggiata sulla diga frangiflutti ed aver preso qualche fotografia di Habibti in questo scenario d'eccezione, ceniamo seduti ad un tavolo a pochi metri dalla sua prua. Pesce e ottimo vino turco. Poi, saltati a bordo, ce ne andiamo a dormire.

(Giornale di bordo)

venerdì 2 agosto 2019

Bozcaada


Avendo deciso di trascorrere un altro giorno a Bozcaada ce la prendiamo con comodo. Il cielo e' sereno e non c'e' vento pertanto si preannuncia una giornata molto calda. Verso le 10 ci avviamo lentamente a ritirare il fuoristrada Suzuki prenotato la sera precedente. Non ha il tettuccio pertanto, penso, il sole "ci cuocera' per bene". Fortunatamente ho portato con me un cappello di cotone a tesa larga. Fatto il pieno di benzina, con Marco alla guida ci dirigiamo verso la punta nord occidentale dell'isola dove si trova il capo di Bati Burnu con il suo omonimo faro. Per raggiungerlo percorriamo l'unica strada che attraversa tutta l'isola. Un tragitto breve, meno di 20 chilometri, lungo una serie di avvallamenti e, in prossimita' del capo, attraverso una foresta di pini marittimi. Alcuni campeggiatori hanno piantato qui le loro tende. Intorno e' tutto un frinire di cicale. Il terreno e' cosparso di aghi di pino e con questo caldo il rischio di incendi mi pare elevatissimo, soprattutto pensando che i campeggiatori dovranno ben utilizzare il fuoco per cucinare. Giunti al termine della strada scopriamo che l'accesso all'area del faro e' impedito da un cancello chiuso. Alle spalle di quest'ultimo vi sono numerose pale eoliche che, per quanto utili, tolgono sicuramente fascino al luogo. Ritornando sui nostri passi imbocchiamo una strada sterrata che sembra condurre ad una spiaggia sul lato nord dell'isola. E' piuttosto dissestata e la percorriamo lentamente fino ad un centinaio di metri dal mare da cui ci separano una serie di dune con una vegetazione composta da rovi pieni di spine. Il che ci fa desistere dall'idea di raggiungere la spiaggia, anche se questa e' particolarmente invitante visto il color turchese dell'acqua. Il colore cosi' cristallino e' dato dai bassi fondali che caratterizzano gran parte della costa settentrionale dell'isola. Per questo motivo, oltre al fatto che essa risulta quasi costantemente sottovento, non e' considerata un buon ancoraggio. La strada, dopo una svolta, scorre parallela ad una lunghissima distesa di vigneti. Bozcaada e' infatti rinomata per la sua produzione di vino, in particolare il cabernet, anche se non mancano dei bianchi e dei rose' di tutto rispetto. Nonostante le viti vengano qui coltivate da sempre e' stato soltanto tra gli anni '60 e '70 che questa tradizione e' diventata piu' importante, tanto che oggi sull'isola si possono contare tredici produttori. Quella della viticoltura e' un'arte che qui viene insegnata fin da piccoli. La regola che vige e' quella di prendersi cura delle viti nel corso dell'intero anno: da quando i ceppi germogliano in primavera ricoprendosi di fiori, al periodo in cui gli acini maturano sotto il caldo sole estivo, fino a quello della vendemmia autunnale dalla quale si ottiene un vino corposo dal gusto rotondo ed estremamente piacevole da bere. Tra le distese di vigneti intravediamo anche una pista d'atterraggio su erba, probabilmente privata. La strada sterrata ci riporta nuovamente nei pressi del distributore dove avevamo fatto benzina e nei cui pressi, ad un bivio, seguiamo le indicazioni per Ayazma e Habbele, due localita' sulla costa meridionale dell'isola nelle quali ci erano state segnalate due belle spiagge. La prima e' meta anche di diversi autobus e navette carichi di turisti ed e' affollatissima. Anche nella seconda ci sono alcuni stabilimenti balneari piuttosto gremiti Tuttavia in un angolo remoto e piu' difficilmente accessibile notiamo un tratto totalmente deserto. Parcheggiamo il Suzuki su una piazzola e scendendo a piedi lungo un sentiero tra la bassa vegetazione raggiungiamo la spiaggia. Fare un bagno nell'acqua limpida e fresca e' una goduria. Il fondale degrada lentamente tanto che ad un centinaio di metri dalla riva ancora si tocca. Nella rada prospiciente vi e' un'unica barca vela alla fonda. Restiamo li' fino all'ora di pranzo, poi con Marco risaliamo a recuperare l'auto, mentre Tania ed Elena camminando sulla battigia raggiungono piu' comodamente il parcheggio dello stabilimento balneare dove le recuperiamo. Ci fermiamo a pranzo in un ristorante con un'ampia terrazza panoramica nei pressi di "Ayazma Beach". Una copertura di paglia intrecciata ci protegge dal sole e fortunatamente circola anche un poco d'aria. La giornata infatti e' caldissima. Non vogliamo appesantirci e ci limitiamo ad ordinare alcuni mezze' davvero gustosi accompagnati da una birra fresca. Conosciamo anche due simpatici ragazzi turchi di cui uno parla un ottimo inglese. E' un geologo, proprio come Marco, ed e' originario di Smirne. Saputo che siamo in barca, ci suggerisce di fermarci a Foca, una localita' che si affaccia sulla parte piu' settentrionale del golfo di Izmir Korfezi. Li incontreremo nuovamente, per puro caso, l'indomani in quel di Assos. Dopo pranzo percorriamo la bellissima strada panoramica che si snoda lungo la costa meridionale: un susseguirsi di curve e di saliscendi tra piccole baie deserte e scogliere a picco sul mare. Raggiunto il paese decidiamo di riconsegnare l'auto, anche se avremmo potuto tenerla fino a sera. Il caldo e' davvero insopportabile e preferiamo ritornare in barca a riposare. Nel tardo pomeriggio, dopo una indispensabile pennichella, mentre siamo seduti in pozzetto la moglie del "Generale" ci offre una piccola calamita raffigurante un elmo troiano che, ci dice, aver fatto lei. Per ricambiare regalo al figlio uno stemmino della Marina Militare, uno dei "gadgets" che tengo in barca proprio per queste occasioni. Verso sera andiamo a cena da "Asma 6", un ristorante sul vecchio porto che ci era stato consigliato ieri dalla proprietaria del negozio di oggettistica. Ci sediamo ad un tavolo a due passi dal mare. La cucina e' ottima e il pesce freschissimo. Ci complimentiamo con la proprietaria. Nella conversazione che segue ci dice di essere originaria dell'isola dove la sua famiglia da generazioni possiede dei vigneti. Tuttavia, in gioventu' ha vissuto e studiato ad Istanbul tornando a Bozcaada soltanto per le vacanze estive,  ed e' stato durante una di queste vacanze che si e' fidanzata con l'attuale marito, compagno di infanzia e anch'egli appartenente ad una delle famiglie di viticoltori sull'isola. Dopo essersi sposati hanno deciso alcuni anni fa di aprire il ristorante che, ci spiega, lavora stagionalmente da maggio ad ottobre. Ci salutiamo promettendole che avremmo lasciato un giudizio positivo del ristorante su Trip Advisor, come ci aveva chiesto. Con il buio l'aria si e' rinfresca.  Facciamo una passeggiata in paese fermandoci in un bar-pasticceria gestito da una famiglia di esuli iracheni. Prendiamo un gelato che ci viene decantato come "il migliore di Bozcaada". Si rivelera' invece "il piu' cattivo che io abbia mai mangiato in vita mia!". Dopo averlo gettato, recidivo, ne prendo un altro in un'altra gelateria artigianale. Un'altra schifezza immangiabile. Mi salva un Magnum trovato in un bar del porto lungo strada che ci riporta in barca.

(Giornale di bordo)