CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







martedì 7 novembre 2017

Polene



Un ruolo particolare giocavano i costruttori di polene che provenivano da chissa' dove e facevano solo questo lavoro: figure sulla prua e sulla poppa, che in certe parti chiamano anche mascaroni o bestioni. La polena non e' solo un ornamento sul tagliamare della nave. Ha un aspetto inconsueto, occupa un posto di spicco - rivolta verso l'orizzonte, sovrasta le onde. Nei tempi antichi veniva intagliata in legni forti e resistenti, come quello di cedro o di larice levantino, perche' l'umidita' non la consumasse e il sale non la corrodesse. Il suo ruolo era di sorprendere, d'impaurire o di salvare. Spesso gli equipaggi la ritenevano un amuleto, credendo in essa anche senza rivolgerle delle preghiere. I pirati nascondevano il suo significato come uno dei massimi segreti. I golfi l'accoglievano di solito con sfiducia, i porti con timore. Le polene non raccontano e non ammoniscono, ma contengono spesso le tracce di storie o di auguri. E' difficile scoprire il loro rapporto col mare - e' collegato certo con cio' che meno sappiamo del mare stesso. Le sirene e le ninfe, i tritoni e i nettuni, i mostri e le meduse, le varie e multiformi chimere che accompagnano la navigazione, si perdono o si dimenticano. Le polene del Mediterraneo non dovrebbero invece estinguersi.

(Pedrag Matvejevic, Breviario mediterraneo)

domenica 5 novembre 2017

Determinazione



Da quando fui stanco di cercare,
ho imparato a trovare.
Da quando un vento mi ha fatto resistenza,
navigo con tutti i venti.

(Friedrich Nietzsche, La mia felicita')

giovedì 2 novembre 2017

Sailor Jack


Marinai si nasce, non si diventa. Per «marinaio» non intendo uno di quegli individui scialbi e insignificanti che si incontrano di questi tempi sul castello di prua delle navi, in mare aperto, ma intendo un uomo che prende possesso di quell’ammasso di legno, acciaio, cime e tela e lo trasporta a suo piacimento sulle superfici marine. E, checché ne dicano i capitani e sottufficiali delle grandi imbarcazioni, il diportista è un marinaio vero e proprio. Egli sa, deve sapere fare in modo che il vento porti la barca da un punto verso un altro. Non deve ignorare nulla delle maree, delle correnti, dei mulinelli, delle secche, delle boe nei canali, della segnaletica diurna e notturna. Deve continuamente sorvegliare i mutamenti del tempo e sviluppare una familiarità istintiva con il proprio mezzo. Deve farlo orzare al vento al momento giusto per favorire la virata e rilanciarlo sull’altro bordo senza fermarlo ne' farlo poggiare esageratamente. Un marinaio di lungo corso, oggi, non ha più bisogno di sapere tutte queste cose. Infatti le ignora tutte! Piazzatelo a bordo di una piccola imbarcazione e avrete modo di vedere quanto è sprovveduto. Starebbe più a suo agio sulla groppa di un cavallo! Non scorderò mai il mio stupore di ragazzo, la prima volta che incontrai una di queste curiose creature. Si trattava, nel caso specifico, di un marinaio inglese, un disertore. Avevo allora dodici anni e possedevo una scialuppa di 14 piedi, pontata e con la deriva, che avevo imparato a manovrare da solo. Guardavo questo tizio come fosse un dio, quando mi raccontava di paesi e personaggi esotici, di prodezze e tempeste di vento, roba da far drizzare i capelli in testa. Un giorno lo portai a fare un giro con me. Issai la vela, un po’ intimidito, da modesto marinaio amatoriale quale ero, e partimmo. Ero convinto di essermi portato dietro un uomo dall’occhio infallibile, che la sapeva più lunga sul mare di quanto avrei mai potuto sapere io. Dopo essermi applicato giusto un po’ alla manovra, gli lasciai barra e scotta. Mi sedetti sulla panca centrale della barca e rimasi lì, a bocca aperta, pronto a scoprire finalmente cosa fosse la vera navigazione. Ebbene, rimasi davvero di stucco quando mi accorsi di quanto valesse in realtà un «vero» uomo di mare a bordo d’una barchetta. Non era capace di regolare la vela nelle diverse andature, rischiammo di scuffiare diverse volte sopravento perché strambava come dio solo lo sa. Non sapeva a cosa servisse la deriva, e neppure che con i venti portanti è meglio sedersi al centro della barca e non sul bordo. Al ritorno, andò addirittura a sbattere sul molo facendo schiantare la prua e saltare la base dell’albero. Di conseguenza posso tranquillamente affermare che si può viaggiare una vita intera a bordo d’una nave senza sapere cosa significhi davvero navigare. Il richiamo del mare lo sentii all’età di dodici anni. A quindici, ero già capitano e proprietario di uno sloop pirata con il quale facevo incetta di ostriche. A sedici, viaggiavo a bordo di scafi attrezzati come golette, pescavo i salmoni con i pescatori greci del fiume di Sacramento e mi guadagnai persino un posto da marinaio nelle vedette della guardia costiera. Ero un buon marinaio, sebbene non mi fossi mai spinto oltre la baia di San Francisco o i fiumi che vi confluiscono, e non avessi ancora mai navigato in mare aperto. Poi, al compimento del diciassettesimo anno di età, mi imbarcai come marinaio a bordo di un tre alberi che salpava per un viaggio di sette mesi, andata e ritorno, sul Pacifico. Come non mancarono di farmi notare i miei compagni di viaggio, avevo avuto una bella faccia tosta. Non mi ci vollero più di un paio di minuti per imparare i nomi e le funzioni di certe cime che non conoscevo. Era semplice. Non facevo le cose alla cieca. Come diportista avevo imparato il perché e il percome delle manovre. Certo, dovetti imparare a governare con la bussola – per la qual cosa impiegai poco più di mezzo minuto – ma, andando di bolina, me la cavavo molto meglio della maggior parte dei miei compagni, perché in pratica navigavo così da sempre. Un quarto d’ora di apprendistato mi fu sufficiente per conoscere a memoria ogni traiettoria del vento. La morale della favola è che un vero marinaio si fa assai meglio le ossa con la navigazione da diporto. Quando un uomo ha frequentato la scuola del mare, non la lascia più. Il sale si impregna nel midollo osseo, nell’aria che respira e sentirà il richiamo del mare fino alla fine dei suoi giorni. Negli anni successivi ho scoperto sistemi più semplici per guadagnarmi da vivere. Ho abbandonato i castelli di prua, ma in mare ci torno sempre. Dal punto di vista del piacere, non c’è niente in comune tra una nave investita da una burrasca in mare aperto e uno yacht sorpreso dal maltempo in una baia protetta. Se si tratta di piacere e di eccitazione datemi lo yacht! Le cose accadono molto rapidamente e si è sempre in pochi alle manovre e sono manovre faticose, come ben sanno i diportisti! Sono stato sballottato da un tifone al largo del Giappone mentre facevo due turni di guardia, eppure ne sono uscito sicuramente meno sfinito di quando mi è capitato di dover combattere per due ore nel tentativo di ridurre la vela di prua di uno sloop di nove metri o di salpare due ancore da un ormeggio esposto a un furioso vento di sud-est. Si hanno tante sorprese e disavventure a bordo d’una piccola imbarcazione in tre giorni, quante se ne verificano su una nave oceanica in tutto un anno. Mi ricordo ancora della prima uscita fatta una volta con una barchetta di 30 piedi che avevo appena acquistato. Nel giro di soli sei giorni abbiamo subito due burrasche. E, tra una burrasca e l’altra, abbiamo avuto ogni volta un breve intervallo di calma piatta. Nel bel mezzo di una burrasca, abbiamo dovuto recuperare il battellino di salvataggio che se ne va alla deriva tra le onde pieno d’acqua, aveva rotto le cime con le quali lo rimorchiavamo. Prima di avere il tempo di realizzare che eravamo quasi morti dalla fatica, domammo la barca a prezzo di enormi sforzi. Che soddisfazione poi, nel ricordare quei momenti, con quale gioia li raccontate ai vostri amici skipper, membri della grande famiglia dei diportisti! Preferisco una barca a vela a una a motore, e sono convinto che la manovra di un veliero sia un’arte più raffinata, più difficile, più energica di quella di una barca a motore. Per la barca a vela ci vuole senz’altro più abilità, più intelligenza e molta più esperienza. E non c’è scuola migliore al mondo, per il giovane adolescente come per l’uomo maturo. Se il ragazzo è molto giovane, dategli un barchetta stabile. Il resto lo farà da solo. Inutile cercare di insegnargli qualcosa. Nel giro di poco sarà in grado di issare da solo una vela e di timonare. Poi inizierà a parlare di chiglie, di derive, e vorrà portarsi dietro una coperta per poter passare la notte a bordo. Non temete per lui. Senz’altro andrà incontro a rischi e disavventure. Ma ricordatevi che gli incidenti domestici non sono meno numerosi di quelli che si verificano sull’acqua. Uccidono più ragazzini le case surriscaldate che le barche, piccole o grandi che siano. D’altro canto, la navigazione ha contribuito a trasformare molti giovani in adulti solidi e autonomi più di quanto abbiano fatto il cricket o le lezioni di danza. E poi, se sei marinaio per un giorno, resti marinaio tutta la vita. Il sapore del sale non si dimentica più. Un marinaio non è mai troppo vecchio per non cedere alla tentazione di lanciarsi in una nuova avventura tra il vento e le onde.

(Jack London, Le gioie della navigazione con una piccola barca)

martedì 31 ottobre 2017

Amicizie marine



Per un marinaio l'accoglienza è sinonimo di fratellanza ed amicizia. E' il mare che rende ai suoi uomini il senso di coesione ed appartenenza alla medesima famiglia. Non per nulla le Amicizie di mare si cementano in pochi istanti e restano indelebili nel tempo sebbene poi le rotte si dividano allontanandosi. Non ci sarà mai il giorno della dimenticanza, mentre quelli della speranza di rivedersi e darsi un abbraccio di certezza saranno a  guidare i sentimenti di ogni buon marinaio.

P.S. dedicato ad Antonio, Doron, Alex, Nadin, Sascha e a tutti gli altri Amici incontrati per mare

(Maurizio Lamorgese, Pensieri)

domenica 29 ottobre 2017

Catrame, Canapa e Stoppa



Dal catrame e dal suo pregnante odore era facilissimo stabilire dove si trovava il cantiere e di che tipo fosse. Il catrame si faceva con legno di abete vecchio o di pino, tagliati quando erano gia' esauriti e da loro piu' non colava, vicino all'intaccatura, il liquido di resina. Il loro tronco rimaneva a lungo a cuocere o ad ardere finche' alla fine restava una materia densa e scura. E anche questa veniva poi ripulita per togliere tutte le impurita' residue. Non si puo' concepire la costruzione della piu' semplice forma di barca senza catrame. Il catrame impedisce che le tavole di legno, al caldo o all'umidita', fermentino come il vino, chiude le cavita' e arresta la marcescenza. Viene altresi' passato come un rivestimento sulle funi, soprattutto su quelle piu' spesse, e sulle doghe delle botti. Vi si aggiunge talvolta del sego o della cera per stemperarlo. Si indurisce, cioe' si solidifica facilmente e allora bisogna scioglierlo. Si ammorbidisce nel fuoco e insieme a dei rotoli di stoppa s'introduce nel fasciame e fra le costole della carena come fosse una medicina. Provoca una fiammata forte e odorosa quando si scioglie, lascia del carbone secco e leggero quando si brucia. Col catrame venivano curate la pelle e la gotta e, quant'e' vero Iddio, anche certe altre malattie che i marinai contraevano nei porti del Mediterraneo.
Anche la canapa richiede un trattamento laborioso. Anch'essa, come il materiale di legno, viene messa a bagno o a riscaldare per liberare il suo fusto dalla resina e dal grasso, a scolare e a seccare al sole come il sale; poi bisogna strofinarla e batterla come fosse una spugna, pettinarla perche' il suo fusto si ripulisca e si addolcisca per poterla infine annodare in trecce per ricavarne funi, tesserla per fare le vele. Quel che non si riesce a dipanare in bioccoli e filacci, resta come stoppa rozza e informe. La canapa si lavava di solito in acqua dolce, per non avvelenare i pesci marittimi. Nel suo fusto c'e' dell'olio e della materia che inebria, conosciuta dai tempi piu' antichi. E' stato notato che qualche volta i marinai si appoggiano al cordame e restano ad odorarlo: si direbbe che lo sorseggino, fantasticando probabilmente sul loro ritorno. 
La stoppa e' forse la componente piu' modesta dell'attrezzatura di bordo. I suoi filamenti sono di canapa o lino. Vengono lavati, asciugati, pettinati, poi lavorati a dovere. Diventano lisci e serici, bianchi come la canizie oppure si trasformano in ciocche bionde come il tabacco. Su alcuni fili, estratti dai vecchi cordami, rimane per sempre la traccia nera, del catrame. La stoppa detta marinara non ha lo stesso odore della canapa scardassata. E' ugualmente necessaria per la riparazione di un piccolo caicco come di un grosso galeone. E' in grado di tappare i buchi nelle fiancate dello scafo o le fessure nelle assicelle della coperta. Quando dall'albero si stacca un nodo essa lo rimpiazza, riempiendo lo spazio lasciato vuoto. Con la stoppa, una volta venivano puliti e lucidati non soltanto la spada o la lancia, ma anche le canne delle carabine o le bocche del cannone della nave. In tempi recenti viene sostituita dalla iuta, arriva dall'Oriente, dal lontano Bengala, che pero' non e' riuscita a soppiantarla del tutto. Per quanto sia povera e negletta, la stoppa e' sempre preziosa a colui che naviga il Mediterraneo su una barchetta insicura e logora, da un'isola all'altra.

(Predrag Matvejevic, Breviario mediterraneo)

venerdì 27 ottobre 2017

Straorzata



Puo' capitare, puo' capitare benissimo. Un'onda ti solleva sulla cima di un torrione d'acqua esponendoti all'improvviso a una raffica di vento maligna, o magari sei tu a sbagliare la manovra orzando troppo o troppo velocemente. Se il vento e' forte, e in questi giorni lo e' stato davvero, ecco che la barca parte in straorzata e si rischia di scuffiare. Il timone non risponde piu', e a comandare sono le vele e il vento, che ti porta dove gli pare. L'unica e' mollare la scotta della randa, sempre che nel frattempo tu non sia finito in mare disarcionato dalla barca imbizzarrita.

(Sergio De Santis, L'opera viva)

mercoledì 25 ottobre 2017

Vele


Le vele si regolano innanzitutto col vento, secondo la sua direzione e la sua forza, in rapporto al tempo e al mare, alla stessa navigazione. Una volta erano fatte di pelle, di canniccio, di tela. Venivano cucite e si stracciavano come si cuciono e si stracciano le camicie e i lenzuoli. La storia della marineria ha conosciuto innumerevoli specie di vele: la quadra usata gia' dagli antichi egizi, la latina, la portoghese, la genovese, in tempi piu' recenti anche quella delle Bermuda, venuta Dio sa come fino alle nostre sponde. I gabbiani, stanchi dal volo, si riposano sulle loro cime. Le vele principali: di trinchetto e di maestra, di mezzana, di belvedere e di straglio, sono collocate fra il bompresso a prua e la parte poppiera. Le vele laterali stanno sull'una o sull'altra banda, quelle ausiliari si trovano un po' dappertutto. Le une occupano la posizione superiore, le altre inferiore. Questa gerarchia e' abbastanza rispettata su tutto il Mediterraneo. Alcuni nomi delle vele rievocano avventurosi viaggi e strani viaggiatori: brigantina, carbonera, civada, borda, parocchetto, cocchina, scopamare, vela di Sant'Antonio ecc. Numerosi sono i soprannomi di ambito locale o regionale, che possiede quasi ogni golfo o porto: vele "a penna", ad "antenna", a "triangolo", quelle con "fiocco" o "trinchetto" e altre ancora, simili e diverse. Si fissano e si tengono insieme con speciali congegni e attrezzi, vari viti e ganci, stecche di tutte le dimensioni, argani e verricelli, diverse cuciture e orlature, groppi e spaghi sottili e grossi, funi e corde di ogni spessore che vengono tese e allentate per essere poi ammucchiate sul ponte o avvolte attorno alle bitte. Nelle lingue slave meridionali i termini quasi omonimi, jedra (vele) e njedra (seni) sono della stessa radice e derivazione: alcune vele sono davvero i seni della nave, si gonfiano e palpitano dall'inizio alla fine del periplo. Le vele prodotte con nuove fibre, artificiali, non possiedono lo stesso odore di quelle fatte di canapa, naturali. "Non lavare le vele in mare", e' il consiglio dei vecchi marittimi, meglio "affidarle alla pioggia o al sole". Una volta si ammainavano e alzavano solo a mano, le nuove meccaniche aiutano ma non riescono a sostituire le braccia marinaie. Ci vuole tanta esperienza, e talvolta anche fortuna, quando il velieri s'inclina e va alla banda, soprattutto nel momento in cui il mare irrompe sulla coperta e minaccia di capovolgere la barca. Ai forti colpi di vento subentra la paura che la chiglia si sollevi troppo e che insieme con il velame voli via. Veleggiare contro vento, bordeggiare un po' da una parte e un po' dall'altra, e' una grande arte, non solo in ambito marittimo. Le vele rassomigliano a certe nuvole sul Mediterraneo.

(Predrag Matvejevic, Breviario mediterraneo)

giovedì 19 ottobre 2017

Trump Steamer



Fu allora che, per la prima volta, mi apparve il Tramp Steamer, personaggio di non secondaria importanza nella storia di cui ci occupiamo. Con questa espressione, come noto, si definiscono i mercantili di scarso tonnellaggio, non appartenenti alle grandi compagnie di navigazione, che viaggiano di porto in porto cercando carichi occasionali da trasportare dove che sia. E cosi' tirano a campare, trascinando la loro sagoma malconcia assai piu' a lungo di quanto potrebbero far prevedere le loro precarie condizioni. Entro' all'improvviso nel mio campo visivo, con una lentezza di un sauro ferito a morte. Non potevo credere ai miei occhi. Con la splendente meraviglia di San Pietroburgo sullo sfondo, il povero cargo stava invadendo lo spazio con le sue fiancate cosparse fino alla linea di galleggiamento di tracce untuose di ossido e di sporcizia. Il ponte di comando e, in coperta, la fila delle cabine destinate all'equipaggio e ad occasionali passeggeri, erano stati verniciati di bianco in tempi molto remoti. Ora uno strato di sudiciume, di olio e di ruggine dava loro un colore indefinibile: il colore della miseria, della decadenza irreparabile, di un logorio disperato e incessante. Scivolava, irreale, con l'ansimare agonico delle sue macchine e il ritmo sconnesso delle sue bielle che, da un momento all'altro, minacciavano di tacere per sempre. Occupava ormai il primo piano nello spettacolo irreale e sereno che mi avvinceva, e il mio stupore divento' qualcosa di molto difficile da precisare. C'era, in quel errabondo relitto marino, una sorta di testimonianza del nostro destino sulla terra. Un pulvis eris che appariva piu' eloquente e ineluttabile su quelle acque di lucido metallo, con in fondo la candida e dorata annunciazione della capitale degli ultimi zar. Accanto a me si ergeva il profilo svelto degli edifici e dei moli della riva finlandese. In quell'istante comincio' a nascermi dentro una calda, solidale simpatia per il Tramp Steamer.


(Alvaro Mutis, L'ultimo scalo del Tramp Steamer)

martedì 17 ottobre 2017

Il fantasma della nave da carico


... e un odore e un rumore di bastimento vecchio,
di legni imputriditi e ferraglie avariate,
e di macchine stanche , ululanti e piangenti,
che spingendo la prua, pestando le fiancate,
ruminando lamenti, e ingoiando distanze su distanze,
con uno stridore di acque agre sopra le acque agre,
muovono sopra le vecchie acque il vecchio bastimento.

(Pablo Neruda, El fantasma del buque de carga)

domenica 15 ottobre 2017

La letteratura delle barche


Naturalmente né il mare né la barca sono simboli univoci ed immutabili. Il mare, per sua natura fluido, inafferrabile, mutevole, sfugge ad ogni tentativo di schematizzazione o semplificazione. Quanto alla barca è la sua stessa ramificazione in una varietà di tipologie diverse ad esaltarne la capacità quasi proteica di assumere molteplici significati metaforici. Non è questa la sede per analizzare come alle mutazioni subite dalla barca nel corso dei tempi si siano accompagnate analoghe variazioni nella sua rappresentazione letteraria. Ci limitiamo ad osservare che per lungo tempo fino ad epoche relativamente recenti le barche sono state viste prevalentemente come luoghi di pena, in cui un'umanità marginale e infelice affronta i pericoli di un ambiente ostile: "ships are homes of sadness" recita con desolata amarezza l'anonimo autore del Seafarer, la prima opera letteraria di mare del mondo anglosassone. Anche nell'epoca dei viaggi di scoperta la barca è ancora uno strumento e il mare meramente uno spazio in cui si è costretti a spostarsi per commerciare, conquistare nuovi mondi o combattere. Solo con il romanticismo esso diventa nell'immaginario collettivo quello che per molti aspetti ancora oggi rimane, lo specchio delle aspirazioni e delle inquietudini dell'uomo. E' il periodo dei grandi velieri, che non a caso sono al tempo stesso l'espressione più alta della costruzione navale e dell'arte del navigare e i protagonisti delle maggiori opere letterarie dedicate al mare. Se il mare è il luogo della sfida, la nave a vela è, con la sua particolare struttura sociale, con i riti e i valori che ne regolano l'esistenza, il teatro ideale della formazione del carattere, e imbarcarsi è una tappa quasi iniziatica nel processo di maturazione individuale. Con il tramonto dei grandi velieri, che lasciano il mondo accompagnati dal lirico e accorato epitaffio di Conrad, la navigazione cambia e, con essa, anche l'immagine che se ne riflette nelle opere degli scrittori. Navi sempre più grandi solcano gli oceani: capaci di muoversi senza dover ricorrere alla forza del vento sembrano quasi indifferenti agli elementi naturali che le circondano. Per il transatlantico la minaccia non arriva più dal mare ma è tutta al suo interno. Nasce, come per una città, dal suo essere labirintico e tentacolare. Sotto questo aspetto la letteratura delle grandi navi ha poco a che fare con il mare. La grande tradizione marinaresca e letteraria dell'Ottocento sopravvive forse in modo più autentico nelle opere che hanno a protagonista un nuovo tipo di natante, la piccola barca da diporto. Il graduale diffondersi a partire dalla seconda metà dell'Ottocento di navigazioni impegnative affrontate a bordo di yacht di modeste dimensioni, con equipaggi ridotti o spesso addirittura in solitario, offre lo spunto a una letteratura la cui materia prima è fornita dai diari di bordo, rielaborati talvolta con l'aggiunta di elementi romanzeschi e di fantasia, oppure arricchiti di considerazioni filosofiche e osservazioni personali. E' una letteratura minore, in cui sono rari i veri capolavori, ma ciò che qui ci interessa sottolineare è la forte connotazione metaforica che, più o meno consapevolmente, in queste opere assume la barca: in contrasto a un mondo i cui valori appaiono sempre più estranei, essa è il luogo in cui si può essere totalmente padroni di se stessi e della propria vita, lo strumento per l'affermazione della libertà e per la realizzazione del sogno. Giustamente è stato anche rilevato come le forme di una piccola barca richiamino la simbologia della culla o del guscio, facendone spazi protetti dalla realtà circostante oltre che dagli elementi naturali, in cui è possibile ritrovare il calore e la sicurezza dell'infanzia. L'esperienza del navigare non è più vissuta come un processo di maturazione, il passaggio dalla sottile linea d'ombra al di là della quale inizia la vita adulta, ma piuttosto come una vera rinascita, il cui primo passo è il ritorno all'infanzia.

(Paolo Lodigiani, Scritti)

venerdì 13 ottobre 2017

La saggezza di MacDuff


Abbiamo evitato tutti gli argomenti delicati. MacDuff e io abbiamo chiacchierato molto di barche e di mare. Sentirlo parlare delle sue avventure in mare è stato uno dei momenti di ascolto più preziosi della mia vita, e mi ha fatto capire che la mia esperienza personale non era che un frammento di un tutto di cui non immaginavo nemmeno l'esistenza. Per MacDuff il mare non era solo uno stile di vita, era il fondamento stesso del suo rapporto con la realtà. Era imparare a vivere in continuo movimento, a non dare mai niente per scontato, a cercare una sempre maggiore umiltà e rispetto per ciò che l'uomo non domina, e a vivere pienamente ogni istante. In mare si coglie la vera dimensione e il vero valore dell'essere umano. A terra si crede sempre di essere più importanti di quanto si è in realtà, diceva MacDuff. Si cerca di lasciare le proprie tracce, sia nella coscienza degli altri che nei confronti dell'eternità. In mare si sa che non serve a niente. Quando la scia di una barca si dissolve, tutto torna esattamente come prima del passaggio.

(Bjorn Larsson, Il cerchio celtico)

mercoledì 11 ottobre 2017

Modestia



Sul mare, davanti al mare, in una piccola barca, è meglio non darsi tante arie.

(Bjorn Larsson, Il cerchio celtico)

lunedì 9 ottobre 2017

Rustica



La cabina del Rustica era calda e confortevole. Sono rimasto un momento in piedi al buio prima di accendere la lampada a petrolio. I riflessi della luce che filtrava dal piccolo foro di ispezione nella piastra della stufa danzavano sul soffitto della cabina. Il foro serviva a controllare se la stufa bruciava bene, ma non lo usavo mai. Mi bastava guardare i riflessi sul soffitto per capire se c'era bisogno di pulirla. D'altra parte non mi dovevo preoccupare spesso del riscaldamento. La stufa era un vecchio modello a gasolio, di quelle che i pescatori hanno usato per piu' di cinquant'anni. Non aveva bisogno di elettricita' e non si doveva nemmeno cambiare lo stoppino. Aveva due bruciatori circolari di metallo sul fondo e il flusso del gasolio era regolato da una semplice manopola. Era un meccanismo collaudato che non mi aveva mai tradito. Erano gia' quattro inverni di fila che scaldava la cabina del Rustica, senza che dovessi fare altro che pulirla una volta ogni due mesi. La stufa era ormai diventata parte integrante della barca, e sarebbe stato facile, quindi, dimenticarsi di lei. Invece la guardavo spesso con gratitudine, perche' rendeva possibile il mio stile di vita e mi potevo fidare di lei con qualsiasi tempo. Inoltre con il suo lustro acciaio inossidabile e le sue forme tondeggianti, era un fondamentale elemento di decoro nel quadrato del Rustica. Provavo gli stessi sentimenti per la mia lampada a petrolio, una Stelton che avevo appeso sopra al tavolo. Esattamente come la stufa, era bella, robusta e funzionale. La linea era moderna, ma aveva un bruciatore eccezionale che esisteva da diversi anni. Quando la fiamma era al massimo, faceva una luce come una lampadina da 40 watt. E in piu', emanava anche 700 watt di calore. Sul lato sinistro della cabina era fissata la mia cucina a due fuochi in smalto bianco, anche questa un vecchio modello ormai fuori commercio. Era preriscaldata ad alcool, e per questo i bruciatori si sporcavano di rado. I nuovi modelli, preriscaldati a petrolio erano difficili da accendere e richiedevano piu' attenzioni di un neonato. Tutto considerato mi era andata bene. Ero stato fortunato anche con la barca, un Rustler 31 che avevo comprato di seconda mano a Barseback, per quanto incredibile possa sembrare. Era un'imbarcazione a chiglia lunga, di 31 piedi di lunghezza e 9 di larghezza. Era stata costruita dai cantieri navali Anstey Yachts in Inghilterra, e aveva tutte le caratteristiche di una barca a chiglia lunga ben costruita, o meglio, tutte tranne la velocita'. La sistemazione era quella tradizionale. Angolo cucina a sinistra, tavolo da carteggio a dritta. Poi c'erano due cuccette, un guardaraba, un bagno e la cabinetta di prua, la mia camera da letto. Contrariamente al solito, gli arredi erano in frassino e non in teak. Prima di trasferirmi a vivere a bordo, non avrei mai immaginato quanta importanza avesse la luce. D'estate il teak e' senz'altro un legno caldo e seducente, ma nei piovosi pomeriggi di novembre avevo imparato ad apprezzare le paratie dipinte di bianco e gli armadi di legno chiaro. 

(Bjorn Larsson, Il cerchio celtico)

sabato 7 ottobre 2017

Katrina


Di quand'è?, domandai affacciandomi sottocoperta. Il babbo si stava levando il giaccone e i guanti.
Che cosa?
La barca.
Lo scafo è di una ventina d'anni fa, ma buona parte del resto è stato cambiato o sistemato di recente. Abbiamo anche ridisegnato una delle cabine e molti dei legni.
Abbiamo?, ripetei seduto sulla scaletta di ingresso al quadrato, le mani ancora appese ai maniglioni esterni. Il babbo si bloccò e mi diede una rapida occhiata, poi andò verso il cucinotto.
Sì, gli ho dato una mano anch'io.
Annuii e buttai uno sguardo in giro. L'interno sembrava scolpito in un unico blocco di legno ambrato, i paglioli erano nuovi, o piallati e ridipinti da poco. Forse era l'aspetto, o addirittura il contrasto con le mie magre attese, ma mi pareva di sentire l'odore delle barche appena varate. L'angolo cucina era subito a destra della scaletta, con davanti un ripiano e un lungo scaffale di legno. Sulla sinistra c'erano il carteggio e il tavolo circondato dal grande divano a U. I cuscini erano ognuno di un colore diverso e davano a tutto l'interno una bella aria allegra.
Vieni, ti faccio vedere il resto.
Con un cenno della testa il babbo mi invitò a seguirlo e finii di scendere. Tra il ripiano e lo scaffale, a destra, era incastrata una sorta di bidone d'acciaio, con un tubo che saliva su fino al cielo del quadrato.
E' la stufa. Senza, se siamo fermi, moriresti dal freddo.
A gasolio?
Il babbo annuì.
E quando navighi?
Se il motore è acceso si manda il riscaldamento elettrico, sennò si sta al freddo.
Mi mostrò dunque il resto della barca. A poppa c'erano due grandi cabine matrimoniali, dove avremmo dormito noi. Subito oltre al quadrato partiva uno stretto corridoio con a sinistra una cabina con due letti a castello e a destra un'altro bagno. In fondo, la cabina di prua era stata riempita di scaffali e trasformata in cambusa.
Qui il riscaldamento non ci arriva, senti che bel frescolino.

(Pietro Grossi, Il passaggio)

domenica 1 ottobre 2017

Nuove sponde


...
Piu' veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare
...

(Franco Battiato, La cura)

venerdì 29 settembre 2017

Il veliero va...


Il veliero va
e ti porta via,
in alto mare e gia' sei meno mia.
Inevitabile oramai,
ma come faccio a immaginare che sarai
di un altro uomo!
Il veliero va
e mi porta via
spumeggiando va,
e' giusto e sia.
Ma mi domando come puo'
il mio destino fare in modo che saro'
di un'altra donna!
Il veliero va
tutti quanti su,
prua al mare va non torna piu'!
Lo smarrimento vince sempre lui,
mamma paura come sempre non lasci mai
i figli tuoi!

(Lucio Battisti, Il veliero)

mercoledì 27 settembre 2017

Avventurieri


Lo sloop ondeggiava paurosamente. La barca vibrava, fremeva, sembrava sudare, provava a tendere i muscoli per non urtare gli scogli, ma non trovava pace. Veniva sballottata e stirata in ogni direzione dal mare e dal vento. Le cime gemevano, cigolavano, si sfibravano. Si erano infilati in un fiordino stretto fra pietre aguzze ricoperte d'erica e licheni, su al nord, dalle parti di Kirkcudbright. A ogni colpo lo sloop sfiorava o grattava le rocce che lo proteggevano dalle ondate dirette e dagli occhi dei poliziotti che da alcuni giorni li stavano cercando. Quelle grotte, scavate dal mare lungo la costa di Solway, erano sempre state il rifugio di pirati e contrabbandieri scozzesi o di quelli come loro, gente che arrivava dall'isola di Man per caricare armi e bottiglie e portarle dall'Inghilterra agli amici irlandesi. 

(Marco Steiner, Il corvo di pietra)

lunedì 25 settembre 2017

Gli odori del mare


Ho ascoltato e annotato i modi in cui la gente che vive sulle rive del mare parla degli odori del mare, sia sul versante settentrionale che su quello meridionale. Questi odori non sono gli stessi in ogni punto e in ogni momento, all'alba o all'imbrunire, nelle profondità e in superficie. Sono diversi quando il mare è calmo e quando è agitato; quando evapora per la calura e il vento o quando lo bagnano le piogge e l'umidità; quando si stende sui ciotoli o va a frangersi sulle rocce; quando lo frustano la bora e la tramontana o lo fanno rotolare il levante e lo scirocco. Gli odori del mare si mescolano con quelli dei pini e delle loro resine, dei vari alberi, piante, erbe. Molti posti lungo la riva hanno un odore particolare che ricordiamo e sappiamo riconoscere: là dove le onde hanno strappato l'erba dal fondo per farla sbriciolare al sole; dove le alghe si sono seccate sulle pietre e le caverne; vicino al mare nel porto o sul molo, sul fondo della barca o della nave, nella sassola o nella stiva; sulle pozzanghere che restano dopo il passaggio delle ondate e della bufera, mescolato all'acqua piovana. Molti hanno l'impressione che l'interno della conchiglia o le squame dei pesci conservino qualcosa delle profondità marine, che abbia un odore speciale il mare dei campi delle saline, quello che corrode il palmo delle mani e irrita le narici, quello che proviene dalle reti che si asciugano sugli stenditoi e quello delle corde legate alle boe o alle ancore. Diversi sono gli odori quando ci avviciniamo alla riva rispetto a quando ci allontaniamo da essa. Ci sono condizioni e composizioni marine i cui odori e profumi non si possono generalizzare. In proposito riporterò solo un'annotazione: quando prende a soffiare il vento del deserto, la costa cessa di avere il profumo del mare. L'oceano Atlantico si difende dal vento del deserto con le onde. Il Mediterraneo in simili circostanze, si potrebbe dire, si arrende.

(Predrag Matvejevic, Breviario mediterraneo) 

sabato 23 settembre 2017

Pescatore


Getta le tue reti
buona pesca ci sara'
e canta le tue canzoni
che burrasca calmera'
pensa pensa al tuo bambino
al saluto che ti mando'
e tua moglie sveglia di buon mattino
con Dio di te parlo'
con Dio di te parlo'
Dimmi dimmi mio Signore
dimmi che tornera'
l'uomo mio difendi dal male
dai pericoli che trovera'
troppo giovan son io
ed il nero e' un triste colore
la mia pelle bianca e profumata
ha bisogno di carezze ancora
ha bisogno di carezze ora
Pesca forza tira pescatore
pesca e non ti fermare
poco pesce nella rete
lunghi giorni in mezzo al mare
mare che non ti ha mai dato tanto
mare che fa bestemmiare
quando la sua furia diventa grande
e la sua onda e' un gigante
la sua onda e' un gigante
Dimmi dimmi mio Signore
dimmi se tornera'
quell'uomo che sento meno mio
ed un altro mi sorride gia'
scaccialo dalla mia mente
non indurmi nel peccato
un brivido sento quando mi guarda
e una rosa egli mi ha dato
una rosa lui mi ha dato
Rosa rossa pegno d'amore
rosa rossa malaspina
nel silenzio della notte ora
la mia bocca gli e' vicina
no per Dio non farlo tornare
dillo tu al mare
troppo forte questa catena
io non la voglio spezzare
io non la voglio spezzare
Pesca forza tira pescatore
pesca non ti fermare
anche quando l'onda ti solleva forte
ti toglie dal tuo pensare
e ti spazza via come foglia al vento
che vien voglia di lasciarsi andare
giu' leggero nel suo abbraccio
ma e' cosi' cattiva poi la morte
Dimmi dimmi mio Signore
dimmi che tornera'
quell'uomo che sento l'uomo mio
quell'uomo che non sapra'
che non sapra' di me
di lui e delle sue promesse vane
di una rosa rossa qui tra le mie dita
di una storia nata gia' finita
di una storia nata gia' finita
Pesca forza tira pescatore
pesca non ti fermare
poco pesce nella rete
lunghi giorni in mezzo al mare
mare che non ti ha mai dato tanto
mare che fa bestemmiare
e si placa e tace senza resa
e ti aspetta per ricominciare
e ti aspetta per ricominciare

(Pierangelo Bertoli, Pescatore)

domenica 17 settembre 2017

Gouvia


Giorno di partenza. Salutiamo Habibti scattandole una fotografia e in taxi raggiungiamo l'aeroporto. Il volo per Atene parte alle 11.20. Alle 15.35 ci imbarchiamo per Istanbul dove dovremmo attendere alcune ore prima di prendere l'aereo diretto a Kabul. Le trascorro cominciando a scrivere il diario di bordo. Un'abitudine che mi consente di rivivere per una seconda volta il nostro viaggio e lasciarne traccia scritta. La rotta del 2017 di Habibti è terminata. Tutto si è svolto nel migliore dei modi. Fra poco piu' di un mese dovremmo navigare ancora per qualche settimana nelle isole ionie, in attesa che arrivi l'inverno.

(Giornale di bordo)

sabato 16 settembre 2017

Gouvia


Nella notte abbiamo lasciato oblò e osteriggi aperti ed essendoci una forte umidità è entrata in barca un po' d'acqua. Lesson learnt! Sbrighiamo le varie pratiche al Marina e con le Autorità portuali. Tutti molto gentili. I prezzi in bassa stagione sono accettabilissimi. Poi mettiamo in ordine la barca. Non potendo consegnare il doppione delle chiavi a nessuno lasciamo le nostre coordinate a Terry che restando qui per tutto il mese di ottobre darà lui un'occhiata ad Habibti. Ai primi di novembre, se tutto va bene, dovremmo infatti essere nuovamente qui. La sera ceniamo in uno dei ristoranti del porto optando per quello che più ha l'aria di una taverna greca. Buona scelta.  Prendiamo halloumi (formaggio) alla griglia, patate fritte, cozze saganaki (con feta) e cozze all'aglio. Il tutto accompagnato da una bottiglia di Moscofilero, un vino bianco del Peloponneso. La cifra del conto è ridicola. E' proprio il caso di dire: viva la Grecia!

(Giornale di bordo)

venerdì 15 settembre 2017

Othoni - Gouvia


Durante la notte si è ballato un poco. Il mare, all'apparenza era un olio, ma il fatto che non ci fosse un alito di vento faceva sì che la barca reagisse in modo esagerato al leggero moto ondoso che la colpiva al traverso. Rollio fastidioso. L'aria è umidissima perciò prima di partire lasciamo che il sole riscaldi un poco l'atmosfera. Sono le 8.15 quando aliamo l'ancora. Ci restano da percorrere le ultime 35 miglia per arrivare a Gouvia dove Habibti trascorrerà il prossimo inverno. Prima di lasciare Othoni vado a gettare uno sguardo al nuovo pontile che è stato costruito e che non è ancora riportato sul portolano. Ci stanno, comode e ormeggiate all'inglese, quattro o cinque barche. Il fondale è sui 4 metri. C'è anche la possibilità di ormeggiarsi di poppa su una gettata in cemento, ma il fondo è roccioso e l'ancora potrebbe facilmente restare impigliata. Lasciamo le isole di Erikoussa e Matraki rispettivamente sulla sinistra e a dritta. Poi attraversiamo lo stretto passaggio largo circa un miglio che separa Corfù dalla costa albanese. Mi colpisce il numero di cipressi disseminati sui pendii dell'isola che, grazie alla forte umidità, è verdissima. Aumenta anche il numero delle barche in mare, molte all'ancora nelle numerose e attraenti calette. Sono per lo più charter con equipaggi tedeschi, inglesi e russi. Gli stessi che incontriamo in massa una volta giunti in porto. Una volta percorso il canale indicato da boe rosse e verdi chiamo sul canale 69 il Marina e annuncio il nostro arrivo. Ci rispondono di attendere e dopo una decina di minuti si avvicina un gommone che ci accompagna al nostro posto. Ormeggiamo accanto ad un Oyster 46 e a un Pershing a motore. Qui facciamo conoscenza con Chris e Terry i nostri vicini inglesi. Poi scendiamo a terra per informarci sulla possibilità di alare la barca a fine novembre per fare carena e il tagliando motore. Gli uffici sono chiusi e rinviamo il tutto a domani.

(Giornale di bordo)

giovedì 14 settembre 2017

Santa Maria di Leuca - Othoni


Santa Maria di Leuca ci piace molto. Lungo la strada che costeggia il mare e a quella interna ad essa parallela si susseguono una serie di ville stile liberty e rococò. Alcune perfettamente conservate, con dei giardini pieni di fiori, altre un po' più fatiscenti anche se non di minor fascino. Facciamo colazione al Caffè Martinucci che, ci sembra di capire, essere qui una specie di istituzione. Su una delle porte leggo una bella citazione: "La vita è un viaggio e chi viaggia vive due volte". Mentre siamo seduti al tavolino si avvicina un anziano signore con un paio di occhiali svergoli sul naso e ci chiede: "Posso sedermi?". E' Giuseppe, simpatico ed ironico pensionato napoletano con il quale ci intratteniamo per un buon momento. Poi torniamo in barca. La meta oggi è Othoni, la prima isola greca che si trova sulla rotta verso Corfù, ad una cinquantina di miglia di distanza. Lasciamo Santa Maria di Leuca alle 9.45. Nel Canale d'Otranto soffia un leggero grecale, il mare è calmo e c'è il sole. Direi una giornata perfetta. La visibilità è eccezionale. All'orizzonte si vedono perfettamente i monti dell'Albania. Anche la sagoma di Othoni appare quasi subito. Di quest'isola me ne aveva parlato per la prima volta un collega greco conosciuto quando vivevo a Beirut. Era sull'orlo della pensione e mi disse che il suo sogno, una volta smesso di lavorare, era quello di aprire un bar-tabaccheria proprio qui. Chissà se lo avrà fatto? Questa volta non ci è stato possibile verificare, ma in novembre se ci torneremo scenderò a terra ad informarmi. In effetti la sera restiamo alla fonda gettando l'ancora non lontano dall'ingresso del vecchio porto. Accanto a noi una piccola barca a vela che assomiglia tanto a quella di Aziz il turco nel film Mediterraneo e un bellissimo sloop in legno battente bandiera americana. Per cena cucino degli spaghetti alla puttanesca poi, per dolce, le due piccole cassate siciliane comprate stamattina da Martinucci. Un degno modo per festeggiare il nostro arrivo in Grecia.

(Giornale di bordo)

mercoledì 13 settembre 2017

Crotone - Santa Maria di Leuca


La sveglia suona alle 4.30. I nostri amici di “ECCuMe” sono anch'essi già in movimento. E' ancora buio quando alle 5 lasciamo l'ormeggio. Appena sorge il sole apriamo la randa anche se avanziamo a motore. Il vento infatti è molto scarso. Lentamente la costa calabra si allontana. Santa Maria di Leuca, dove siamo diretti, dista 71 miglia. E' importante procedere almeno a 5 nodi di velocità se vogliamo arrivare a destinazione prima del buio. L'ultima volta che avevo attraversato il Golfo di Taranto era stato di notte. Era il periodo degli sbarchi dall'Albania e fummo fermati da una motovedetta della Guardia di Finanza. Alcuni giorni fa una barca a vela che trasportava degli immigranti clandestini si è schiantata sulla diga foranea del porto di Gallipoli e forse è per questo che ogni notte una motovedetta dei Carabinieri lascia il porto di Crotone per farvi rientro solo al mattino. La giornata scorre tranquilla. Nel pomeriggio il vento, sempre pochissimo, gira in poppa e noi per evitare il solito sbattimento della randa decidiamo di ammainarla. Intanto comincia a delinearsi all'orizzonte la bassa costa pugliese. Davanti all'ingresso del porto ci sono degli enormi gavitelli che segnalano la presenza di reti da pesca. In alcuni casi ce ne sono diversi legati insieme con delle cime ad una distanza di un paio di metri l'uno dall'altro. Mi chiedo se, arrivando di notte, essendo difficile individuarli, uno li urtasse cosa accadrebbe. Nel migliore dei casi una bella botta sullo scafo, ma, se si fosse sfortunati, anche il rischio di rimanere impigliati con la deriva. Il Marina è accogliente e con un prezzo abbordabile nel quale è compresa una bottiglia di rosso del Salento (che ci beviamo a cena) e una scatola di caffè.  Di scendere a terra questa sera non se ne parla. Siamo stanchi e quindi posticipiamo al mattino seguente la passeggiata in paese.

(Giornale di bordo)

martedì 12 settembre 2017

Le Castella


Stamattina, dando un'occhiata al mare oltre la diga foranea, mi sarebbe venuta voglia di partire. Decido tuttavia di mantenere il programma e di restare fermo ancora un giorno. Mi permetto di dare lo stesso consiglio a Francesco di "ECCuMe" che, probabilmente scottato dall'esperienza di un paio di giorni fa, decide anche lui di starsene in porto. Fatta colazione al solito bar, noleggiamo un'auto con la quale raggiungiamo Capo Colonna, l'antica Hera Licinia. Qui, ai tempi della Magna Grecia, quando la colonia di Crotone era nota per avere le donne più belle di tutto il Mediterraneo, sorgeva un tempio in stile dorico. Oggi resta una sola colonna, peraltro nemmeno raggiungibile in quanto tutta l'area archeologica è stata recintata dalla Sovrintendenza per i beni culturali. Di qui, passando prima per Marinella, dove tutte le vie riportano i nomi di dei e personaggi mitologici dell'antica Grecia, raggiungiamo Isola Capo Rizzuto e poi Le Castella. Il vecchio castello aragonese, nel quale Monicelli nel 1966 girò le ultime scene dell'Armata Brancaleone, è stato ottimamente restaurato ed oggi è visitabile per intero. Il paese si affaccia sul Golfo di Squillace dove oggi soffia un vento sui 40 nodi. Visitiamo anche il piccolo porto, ricavato all'interno di una vecchia cava. Il pescaggio all'ingresso è di 2 metri. Un po' al limite per Habibti. Peccato, perchè avrebbe potuto essere una buona alternativa a quello di Crotone dove con il libeccio forte la sosta è un po' scomoda. Terminiamo il nostro giro turistico spostandoci a Strongoli, nel cui comune si trova l'azienda vinicola Russo e Longo di cui avevamo assaggiato un ottimo Malvasia-Sauvignon da Laura l'altro giorno. Il luogo è bucolico. Ci riceve il nipote del fondatore dell'azienda che ci fa assaggiare alcuni dei vini che producono. Compriamo altre sei bottiglie che aggiungiamo alla cantina di Habibti. Ormai ne abbiamo talmente tante a bordo che è diventato difficile trovare il posto dove stivarle. La nostra lunga sosta a Crotone non può non terminare che con un'ultima luculliana cena alla Lega Navale. Oltre a bissare le già note sardelle e la calamarata, questa sera aggiungiamo della pasta alle cozze, un polipetto al guazzetto e una spigola al sale, oltre alle solite granite. Preparata la barca per una partenza prima dell'alba ce ne andiamo a dormire. Crotone, arrivederci, grazie per averci accolti così bene.

(Giornale di bordo)  

lunedì 11 settembre 2017

Crotone


Ieri sera, rientrando in barca, abbiamo trovato ormeggiato accanto ad Habibti un Dufour 41 Grande Large appartenente ad una scuola di vela di Antibes, "ECCuMe". Lo skipper, Francesco, è un gentile ragazzo di Alba, provincia di Cuneo, trasferitosi alcuni anni fa in Costa Azzurra per lavoro. Il resto dell'equipaggio è invece formato da francesi e spagnoli. All'apparenza non mi paiono particolarmente affiatati. Avevo già notato la barca al momento del nostro arrivo, sabato pomeriggio. Ieri mattina, molto presto, nonostante le previsioni dessero vento forte da sud, li avevo visti uscire in mare. Lì per lì avevo pensato che si dirigessero con il vento in poppa verso Taranto, invece, risalendo di bolina sono arrivati fino in prossimità di Roccella Ionica per scoprire, al momento di entrare in porto, che non vi erano le condizioni di sicurezza per poterlo fare. Hanno pertanto fatto dietro front arrivando a Crotone, completamente sfatti, con il buio. Poiché in mattinata è previsto un ulteriore aumento del vento, aggiungo un'altra cima fissando la prua di Habibti al pontile che ho di fianco. Saggia decisione in quanto verso le 9.30, nel giro di qualche minuto, si è scatenato l'inferno. L'anemometro dal segnare 20 nodi è passato a 30, 40, poi 50, fino a raggiungere i 58 nodi. La barca, che prende il vento al traverso, è fortemente inclinata su un fianco, la visibilità ridotta a meno di dieci metri, la pioggia scrosciate e il rumore del vento impressionante. Questa situazione si protrae per una decina di minuti durante i quali non nascondo di essere stato molto preoccupato. Sapevo che Habibti era ormeggiata a dovere, ma non ero altrettanto certo per quanto riguardava le barche che gli erano accanto. Ho temuto invece per il tendalino sui quali sono fissati i pannelli solari. Fortunatamente ha retto e in cuor mio ho ringraziato Stefano Gesi per la qualità del lavoro che ha fatto. Quando la forza del vento è scesa sui 30 nodi in porto sembrava di essere tornati in paradiso. Purtroppo alcune barche hanno avuto danni: scafi ammaccati e vele strappate. Anche il gazebo dello Yachting Club è stato divelto e spazzato via oltre la diga foranea. Tornata nuovamente la calma, Marco ed Elena sono partiti alla volta di Lamezia Terme dove molti voli erano stati cancellati o ritardati a causa del brutto tempo. Alle due di notte sono comunque riusciti a raggiungere Torino. Noi, invece, nel pomeriggio abbiamo fatto un giro a piedi in città. Breve riflessione: tanto gli abitanti di Crotone sono gentili e cordiali, quanto la loro città è mal tenuta e, in alcuni quartieri, degradata. In particolare il centro storico nel quale la situazione è veramente poco raccomandabile visti certi personaggi che vi circolano. Prima di andare a dormire do un'ultima occhiata alle previsioni. Domani, benché nell'area intorno a Crotone vento e mare siano relativamente calmi, tutto intorno la situazione resta fortemente perturbata. Pertanto la decisione è di prolungare la nostra sosta di un ulteriore giornata.

(Giornale di bordo)

domenica 10 settembre 2017

Parco Nazionale della Sila


Dopo aver fatto colazione in uno dei bar del porto, la fortuna vuole che pur essendo domenica troviamo casualmente aperta la locale agenzia della Europcar. Valeria, la simpatica impiegata, ci propone una formula che ci consente di noleggiare un’auto ad un prezzo accettabile. E' una Lancia Y10 che ha l'unico difetto di essere stata parcheggiata sotto un albero dove decine di volatili hanno espletato, generosamente, i loro bisogni. Con l'auto, una volta usciti da Crotone, imbocchiamo una strada secondaria che tra campi di ulivi, colline e pale eoliche, ci porta fino a Santa Severina, un borgo medioevale collocato su una caratteristica rocca, con un castello restaurato grazie ai fondi dell'Unione Europea. Molto bella la piazza in porfido. I vicoli sono perfettamente puliti e le case adornate di fiori e piante rampicanti. Una piccola perla. Sempre lungo strade secondarie ci inerpichiamo sui monti del Parco Nazionale della Sila. Gli ulivi lasciano il posto agli eucaliptus e poi, questi, ad una foresta di conifere. Dopo aver chiesto informazioni all'ente parco, cerchiamo a lungo una trattoria che tuttavia raggiungiamo proprio mentre la cucina sta chiudendo. Troviamo comunque poco lontano un'altro locale dove ci servono 'nduja, salumi e formaggi locali. Cerchiamo, inutilmente, di tenerci leggeri. La Calabria è un'altra piacevole scoperta del nostro viaggio. Rientriamo a Crotone passando da San Giovanni in Fiore. Facciamo un po' di spesa alla Coop e ci presentiamo alla Lega Navale per cena. L'accoglienza di Laura e famiglia è principesca. Troviamo un tavolo apparecchiato in una saletta al primo piano tutta per noi. Il menù merita di essere citato: sardelle con caciotta affumicata e pecorino al peperoncino, calamarata, cannolicchi alle vongole, triglie su un letto di cipolle caramellate e pesto e, per finire, granite al limone e alla fragola. Ancora grazie a Laura, Francesco e Domenico per la splendida accoglienza e anche a Roberto per averci fornito l'ennesimo buon consiglio.

(Giornale di bordo)

sabato 9 settembre 2017

Roccella Ionica - Crotone


Mi sveglio presto. Durante la notte il vento è un po' calato. Verso le 5 sento la barca a vela ormeggiata accanto ad Habibti accendere il motore e partire. Poi qualche peschereccio prendere anch'esso il mare. Tanto vale partire anche noi. Sveglio l'equipaggio e lasciamo il porto verso le 6. Faremo colazione in navigazione. Il vento è praticamente assente pertanto proseguiamo lungo la costa a motore fino ad entrare nel Golfo di Squillace, accolti da due branchi di delfini. Il Golfo non smentisce la sua tradizione di luogo solitamente ventoso. Alle 15, infatti, ci sono 25 nodi. Il vento ci accompagna fino a Crotone. Qui avevo prenotato un posto alla Lega Navale che, giunti fuori dal porto, chiamo sul canale 6. Nessuna risposta. Dopo altri inutili tentativi, chiamo al cellulare. Staccato. Ci riprovo per un'altra decina di minuti e poi, continuando a non ricevere risposta, contatto lo Yachting Kroton Club. Qui ci ormeggiamo accanto ad un catamarano in un posto abbastanza ridossato dal vento di sud-est che entra diretto in porto dalla sua imboccatura. Nei prossimi giorni è previsto vento forte, quindi, oltre a due trappe, raddoppio le cime d'ormeggio a poppa. Alle 20.30 mi chiamano dalla Lega Navale scusandosi per non aver risposto alle nostre chiamate. Hanno avuto un problema alle linee telefoniche e la radio non l'hanno sentita a causa di un evento che stavano ospitando nei loro locali. Ceniamo in barca, poi facciamo una passeggiata in paese. E' in corso il Festival: "Arenaria: granelli di cultura popolare" e assistiamo ad un concerto di un gruppo di giovani e bravi musicisti calabresi. La gente si diverte e balla. Ci affacciamo anche alla Lega Navale dove l'amico Roberto Soldatini ci ha consigliato di cenare. Conosciamo Laura, il marito Francesco e il figlio Domenico e prenotiamo per domani sera. Le 65 miglia fatte oggi cominciano a farsi sentire e così decidiamo di andarcene a dormire.

(Giornale di bordo)

venerdì 8 settembre 2017

Messina - Roccella Ionica


Lasciamo Messina alle 6.30. Il programma è di raggiungere Crotone. Il vento, una volta superato Capo dell'Armi dovrebbe esserci favorevole. Scendiamo lo stretto a motore. La corrente ci è sempre contraria, ma meno forte di ieri. Il cielo è sereno e il mare calmo. Lasciamo Reggio Calabria al traverso e alle 9.30 superiamo il capo. Risaliamo per un poco di bolina con un vento sugli 8 nodi. Poi, a partire dalle 11, lo prendiamo al gran lasco ed infine in poppa piena. C'è un po' d'onda e la randa diventa instabile. Accendiamo il motore, ma con la randa al centro la balumina continua a sbattere contro il paterazzo. Per evitare di rovinare la vela la riduco prendendo una mano di terzaroli. Lo stesso ha fatto un'altra barca a vela che procede anch'essa a motore e che ci supera all'altezza di Brancaleone Marina. La costa calabra risulta meno squallida di come me la ricordavo, anzi, a tratti e’ anche piacevole. Nel pomeriggio il vento aumenta fino a 25 nodi. Con lui le onde. Poi comincia a piovere, pertanto riconsidero il programma originario. Di attraversare di notte e sotto la pioggia il Golfo di Squillace per arrivare verso le 4 del mattino a Crotone senza conoscere il porto non è il massimo. D'altra parte, anche l'ingresso con questa onda a Roccella Ionica non è entusiasmante, considerati i bassi fondali che ricordo esserci all'ingresso di quel marina. Chiamo la Capitaneria di Roccella e mi dicono che recentemente l'ingresso è stato dragato e che il fondale minimo è di 4 metri. Habibti ne pesca 2. Valuto i pro e i contro delle due opzioni e alla fine decido per Roccella. Entro in porto facendo grande attenzione e con un pochino d'ansia. Lo strumento che segna la profondità ad un certo punto mi indica 3,1 metri, ma ormai sono protetto dalla diga foranea. Ci ormeggiamo ad un finger, sotto la pioggia battente, con l'aiuto di due ormeggiatori molto gentili. Trovo il porto molto migliorato rispetto al mio ultimo passaggio, nel 2002. Allora c'erano solo i pontili in cemento. Né acqua né elettricità. C'era già, invece, la pizzeria. Poiché fuori continua a diluviare, preferiamo comunque cenare in barca. Le miglia percorse oggi sono state 71.

(Giornale di bordo)

giovedì 7 settembre 2017

Milazzo - Messina


Dopo una bella dormita ripartiamo alla volta di Messina. Risaliamo di bolina cercando di sfruttare al meglio ogni refolo di vento. Poco prima di Capo Peloro chiudiamo il genoa ed entriamo nello Stretto. Abbiamo una corrente contraria di circa 2 nodi e mezzo. Nella parte più stretta del passaggio i mulinelli sono evidenti e fanno sì che la superficie dell'acqua paia in alcuni punti in ebollizione. Man mano che scendiamo verso Messina, tenendoci sul lato della costa siciliana, gli effetti provocati dalla corrente si fanno meno evidenti. Ci segue a breve distanza un'altra barca a vela che, come noi, procede a motore. Prima di avvicinarmi all'ingresso del porto, solitamente trafficato da un andirivieni di traghetti, decido di chiudere la randa. Nel mentre effettuiamo la manovra e prepariamo cime e parabordi, la barca di cui sopra si avvicina e, dopo che ci siamo rimessi in rotta, ci supera tagliandoci letteralmente la strada a pochi metri dalla prua. Non è una gran manovra, ma poco male. Riduco la velocità e lascio la barca allontanarsi un poco. In quel momento però mi accorgo che l'allegro gruppetto di tedeschi che è a bordo sta anche pescando alla traina e che Habibti rischia di prendere in pieno la lenza che stanno trascinando. Metto subito il motore in folle e parte il vaff.....o! Meritatissimo. Poi, dato che le lenze che si ingarbugliano intorno all'elica sono tra le principali cause della rottura del para olio, prima di ingranare nuovamente la marcia mi metto la maschera e do una controllata. Forse sarò un po' eccessivo ma, sapete com'è, Murphy è sempre in agguato. Alle 18.15, dopo 26 miglia percorse, ormeggiamo al Marina di Nettuno, vicino al centro di Messina e, mentre l'equipaggio va a farsi un giro in città, completo la registrazione in porto e prenoto un tavolo al vicino ristorante. Scopriremo successivamente che si mangia molto bene e ad un prezzo decisamente corretto. Merita senza dubbio una sosta. Complimenti allo chef Pasquale Caliri e allo staff per la simpatia e le cortesia.

(Giornale di bordo)    

mercoledì 6 settembre 2017

Vulcano - Milazzo


Mentre Marco ed Elena vanno a fare i fanghi nelle pozze di zolfo e poi un bagno alle terme naturali, ne approfitto per andare a vedere con Luca il suo "Baldin". Un motorsailer decisamente robusto e che si porta ottimamente i suoi quasi trent'anni di vita. Mentre attendiamo i nostri amici, ormeggia accanto a noi, in modo piuttosto maldestro, un Sun Odissey. Si avvicina alla banchina senza aver messo i parabordi, con le cime d'ormeggio ancora nel gavone e il tender legato a poppa. Detto tutto! Lasciamo Vulcano verso le 11. Apriamo il gennaker e a debita distanza di sicurezza costeggiamo la parte settentrionale dell'isola. Vedendola dal mare ci pare ancora più bella. Verso Capo Gelso si vedono dei vigneti rigogliosi e fra questi un paio di case da sogno. Siamo diretti a Milazzo e dopo qualche ora di lenta navigazione, durante la quale Marco ha commentato che la Mehari in salita andava molto più veloce di noi in quel momento, superiamo l'omonimo capo. Individuiamo una caletta deserta dove gettiamo l'ancora per fare un bagno. Il posto, segnato sulla carta come "Cala dei Liparotti", è talmente gradevole che decidiamo di trascorrervi la notte. Poco dopo il nostro arrivo, per non smentire la nota legge della barca alla fonda descritta in modo magistrale da Arturo Perez-Reverte nel suo "Anche le barche si perdono a terra", di cui consiglio vivamente la lettura, si fermano accanto a noi, vicine vicine, alcune barche a vela che, al tramonto, si dirigono verso il porto, tranne una che però è ormeggiata più lontano. La rada è ben protetta dal leggero maestrale, alle nostre spalle un antico monastero, tutto intorno silenzio e noi trascorriamo una serata alla fonda in tutta tranquillità.

(Giornale di bordo)

martedì 5 settembre 2017

Lipari - Vulcano


Fatta colazione con la ormai abituale granita al limone, noleggiamo una Citroën Mehari color fucsia per fare un giro dell'isola. Canneto, Punta Castagna, Acquacalda, dove riusciamo ad evitare per un soffio di restare bloccati a causa di una gara podistica, Chiesa Nuova, Chiesa Vecchia, vero e proprio belvedere sull'arcipelago, San Calogero, con le sue pozze di acqua calda e le terme. Nel raggiungere quest'ultima località sbagliamo strada e ci troviamo in una strettoia sempre più ripida. Per uscirne facciamo inversione di marcia in un piccolo slargo ma, tra il cambio ad ombrello, il freno a mano inutilizzabile e i freni piuttosto approssimativi, "appoggiamo leggermente" l'avantreno dell'auto contro un muro. Fortunatamente senza fare troppi danni se non "alleggerire" la targa anteriore in un angolo. Ma il meglio di sé la Mehari lo offre superando con la prima inserita e al massimo dei giri motore la ripidissima salita che conduce all'Osservatorio. Un chilometro durante il quale ho temuto che i pistoni saltassero fuori dal cofano tipo missile. Analogo brivido in discesa, questa volta però pregando che i freni non ci mollassero. A mezzogiorno restituita l'auto e tornati in barca partiamo per Vulcano. Dopo poco più di 3 miglia percorse a motore, ormeggiamo al pontile di levante. A passarci la trappa c'è Luca che è il fiero armatore dell'Hallberg Rassy 94 Kutter che si vede sull'opposto pontile. Il suo nome è "Baladin" e ci dice di averlo acquistato qualche anno fa, dopo avergli fatto a lungo la posta su internet. Anche a Vulcano noleggiamo un'auto. Questa volta è una Mini Moke color giallo canarino. Il motore, rispetto alla Mehari, è una bomba. L'unico difetto è che in discesa saltano le marce! Cosa che scopriamo scendendo lungo i ripidi tornanti che conducono a Capo Gelso. L'isola ci piace molto, soprattutto per la varietà dei suoi colori e dei paesaggi. Scopriamo anche che durante gli anni '70 era molto in voga tanto che era frequentata da numerosi personaggi famosi che li' avevano casa. Poi il "jet set" decise di trasferirsi a Panarea, che oggi è l'isola più gettonata soprattutto da romani e milanesi.  I gestori del pontile ci dicono che l'amministrazione locale si sta impegnando nel tentativo di rilanciarla, anche se, per i miei gusti, Vulcano conserva il suo fascino così com'è.

(Giornale di bordo)

lunedì 4 settembre 2017

Salina - Lipari


Le 7 miglia che separano Salina da Lipari le abbiamo percorse a motore. Dopo il vento forte di ieri oggi è tornata la calma. Fin troppa calma. Sembra che queste Eolie non conoscano una via di mezzo. Raggiunta Lipari diamo fondo in una piccola baia antistante una cava abbandonata di pomice. Ci sono diverse barche alla fonda tra le quali una a motore con "bandiera maltese" ed "equipaggio burino". Sorvolo per carità di patria sull'atteggiamento ed il linguaggio non proprio "oxfordiano" del gruppo. Preferiamo concentrare la nostra attenzione sulla bellezza del luogo. Dopo aver riparato con ago e filo una piccola "defaillance" della randa, ci tuffiamo in mare e poi pranziamo. Nel pomeriggio, raggiunto il paese di Lipari, ormeggiamo Habibti allo Yacht Harbour dove ci accoglie del personale molto gentile. Dato il continuo andirivieni di traghetti e aliscafi, memore dell'episodio di Salina, tengo la poppa di Habibti a debita distanza dal pontile. Accanto a noi un enorme Allubat, "Rossa!", con la scritta Emergency sul copriranda. L'armatore è un sostenitore dell'organizzazione non governativa con il quale condividiamo alcune conoscenze comuni. La vita, a Lipari, sembra iniziare alle otto di sera. La via principale è pedonale e piena di negozi nei quali curiosiamo nonché di ristoranti e locali. Molti gli stranieri, ma anche il caratteristico "struscio". Ceniamo in una pizzeria con i tavoli posti sul selciato della strada, tra la gente. Una bella sensazione, che ben riflette lo spirito di convivialità che in genere caratterizza il nostro meridione. E' una Lipari, quella che scopriamo, che non ha nulla a che vedere con quella decisamente schizofrenica rappresentata da Nanni Moretti in uno degli episodi di "Caro Diario". Anche di quest'isola porteremo con noi il ricordo della gentilezza dei suoi abitanti. Beh! Di tutti tranne di quella del "bambino-buldozer" che con il suo trattore elettrico, sotto lo sguardo compiaciuto dei genitori, investiva gran parte dei passanti che camminavano tranquillamente sul marciapiede.

(Giornale di bordo) 

domenica 3 settembre 2017

Salina


La prima cosa fatta questa mattina è stato andare dal benzinaio e far gonfiare i due parabordi a forma di pallone che ho comprato recentemente e non ancora in uso. L'episodio di ieri pomeriggio mi ha infine spinto ad utilizzarli, anche se un po' ingombranti. Una volta sistemati a poppa, noleggiamo due motorini per la giornata. I mezzi risentono dell'uso prolungato negli anni: luci che funzionano parzialmente, specchietti retrovisori a pezzi, marmitte rumorose e che lasciano una scia fumosa e puzzolente. Ma il motore è buono, anzi, a mio avviso, trattandosi di un cinquantino è anche un po' "taroccato". La prima sosta la facciamo a Capo Faro, poi Malfa, un bel paesino che si trova sulla costa settentrionale dell'isola. D'obbligo, vista l'ora, la prima granita della giornata seduti all'ombra di due pini marittimi sulla terrazza di un bar dal nome decisamente poco autoctono: “Irish Café”. Granita spettacolare tanto che ne prendiamo più di una provando alcuni dei diversi gusti disponibili. Impossibile trovarsi a Salina e non andare a visitare, a Pollara, i luoghi nei quali sono state girate alcune delle scene del "Postino", con Massimo Troisi. Suggestiva la calata a mare dove nel film si trova la casa del padre pescatore del protagonista. La casa (in realtà più un deposito di reti da pesca) era chiusa, ma siamo comunque riusciti a immortalare la finestra dalla quale "Mario Ruoppolo" cercava l'ispirazione poetica guardando la luna che si specchiava sul mare. Il maestrale che oggi soffia forte e che provoca una forte mareggiata rende il posto ancor più suggestivo. E' invece scomparsa, erosa dal mare, la spiaggia sotto l'alta scogliera bianca sulla quale Mario registrava i suoni dell'isola da inviare all'amico Noiret-Neruda dopo che questi aveva fatto ritorno in patria. Anche la casa del "poeta" non è visitabile essendo proprietà privata. E così, dopo la nostra sosta a Corricella in quel di Procida, è terminato il nostro "pellegrinaggio" in omaggio ad un grande attore e al romanzo di Antonio Skarmeta da cui il film ha tratto ispirazione. Da Pollara, sempre sui nostri rombanti mezzi, ci spostiamo a Rinella, sul versante meridionale di Salina. Un paesino che conserva ancora le caratteristiche del villaggio di pescatori. Poi è la volta di Lingua dove visitiamo l'azienda vinicola Hauner con relativa, e un po' deludente, degustazione. Un unico e del tutto personale commento: la passione che deve sicuramente aver ispirato il fondatore dell'azienda si è purtroppo persa nell'ultima, un po' presuntuosa, generazione. Fortunatamente a rimanere invariata è la qualità del vino. Ne compriamo qualche bottiglia per arricchire ulteriormente la ormai variegata cantina di bordo. La serata termina "da Alfredo". Nonostante ci avessero messo in guardia, non resistiamo a non assaggiare il suo pane cunzato che, come ci avevano detto, è veramente "'na mappazza". Mentre ceniamo assistiamo all'omaggio che la locale amministrazione comunale dedica ad alcuni emigrati eoliani trasferitisi all'inizio del secolo scorso negli Stati Uniti ed in Australia. Tralasciando i toni sempre un po' patetici di questo tipo di manifestazioni, non si può non pensare con una certa ammirazione a chi, a causa della miseria, ha abbandonato il blu di questo mare e il calore di questo sole per andare a guadagnarsi un pezzo di pane in paesi, certo con maggiori opportunità, ma dai "colori" molto più tristi. Tristi, proprio come il suono delle reti da pesca del padre di Mario, il Postino che la sua isola, invece, non la abbandonò mai.

(Giornale di bordo)