CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






domenica 19 febbraio 2012

Manoscritto



Partimmo con un soffio di vento e per vari giorni rasentammo la costa orientale di Giava, senza che la monotonia della nostra rotta venisse turbata da nessun incidente, all'infuori dell'incontro con alcuni dei piccoli battelli dell'arcipelago verso il quale eravamo diretti. Una sera mentre stavo appoggiato alle bastinghe del casseretto osservai una nuvola singolarissima, isolata, dalla parte di nord-ovest. Era degna di nota tanto per il colore, quanto perche' era la prima che avessimo visto dalla nostra partenza da Batavia. La osservai attentamente sino al tramonto quando, tutt'a un tratto, si allargo' dall'est all'ovest circondando l'orizzonte di una stretta cintura di vapore che sembrava una lunga linea di costa bassa. Poco dopo la mia attenzione fu attratta dal colore rosso-cupo della luna e dal carattere singolare del mare. Questo andava subendo un rapido cambiamento, l'acqua appariva piu' trasparente del consueto. Benche' discernessi chiaramente il fondo, pure, gettato lo scandaglio, trovai quindici tese d'acqua. L'aria era diventata insopportabilmente calda ed era impregnata di esalazioni acute simili a quelle che manda il ferro riscaldato. Col calar della notte il vento cesso' del tutto. La calma divenne totale, assoluta. La fiamma di una candela ardeva a poppa senza la minima vibrazione, si poteva tenere un lungo capello fra il pollice e l'indice senza avvertire la piu' piccola oscillazione. Cio' nonostante, il capitanno, asserendo di non scorgere alcun segno di pericolo e che si andava in deriva verso terra, comando' di ammainare le vele e di gettare l'ancora. Non furono messe vedette e gli uomoni dell'equipaggio, malesi in massima parte, si stesero senz'altro sopra coperta. Scesi sotto coperta, non senza il pieno presentimento di una disgrazia. In realta' tutti quei segni mi davano ragione di temere un simun. Feci cenno al capitano delle mie paure, ma egli non bado' menomamente a quello che dicevo e se ne ando' senza degnarsi di rispondermi. Tuttavia la mia preoccupazione m'impedi' di dormire e verso la mezzanotte salii' sul ponte. Come mettevo il piede sull'ultimo gradino, fui colpito da un rombo cupo, profondo, simile a quello prodotto dalla rapida rivoluzione di una macina di mulino, e, prima che ne potessi accertare la ragione, sentii che la nave tremava sul suo centro. Il momento dopo un turbine di schiuma ci piego' sul fianco e investendoci davanti spazzo' interamente il ponte da poppa a prua. Alla furia estrema del vento si dovette, in gran parte, la salvezza della nave. Per quanto sommersa dall'acqua, un momento dopo, schiantatisi gli alberi, essa si sollevo' lentamente dal mare e, vacillando alcuni minuti sotto l'enorme pressione della tempesta, fini' per raddrizzarsi.


(Edgar Allan Poe, Manoscritto trovato in una bottiglia)

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