CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






domenica 6 gennaio 2013

Paco il Pilota


Non sa neppure chi sia Joseph Conrad e non gliene potrebbe fregare di meno. E' stato marinaio della marina mercantile e anche trombettiere sull'Almirante Cervera quando sulle navi gli ammiragli davano gli ordini con la tromba, il che vuol dire ai tempi di Franco. Negli ultimi tempi ha smesso di fumare ed e' ingrassato, ma e' ancora un bell'uomo nonostante navighi verso i settanta con il vento in poppa, in direzione del bacino di carenaggio. Ha la pelle conciata come cuoio vecchio, i capelli bianchi e intatti, ricci, e gli occhi azzurri. Dieci anni fa, alle straniere che salivano sulla sua barca per un giro nel porto di Cartagena tremavano ancora le gambe quando faceva loro un poco di posto fra le braccia perche' prendessero il timone. Era un gran bel tipo, il Pilota.
Di mattina lo si puo' vedere appoggiato al bancone di una qualsiasi taverna del porto, onesto mercenario del mare in attesa di clienti che non arrivano, con la sua vecchia barca dipinta e ridipinta che si chiama come lui e come si chiamava suo padre. Oltre alle turiste straniere a cui dava una pacca sul culo per farle salire a bordo, il Pilota ha trasportato famiglie di marinai e soldati che andavano al giuramento alla bandiera, membri dell'equipaggio di petroliere alla fonda davanti Escombreras, piloti portuali in giorni di burrasca, marinai yankee pieni di vino fino al collo che, dopo essersi fatti gonfiare la faccia di botte nei bar di puttane del Molinete, vomitavano l'anima affacciati al parapetto, sottovento, quei figli di troia. Lui e la sua barca hanno visto di tutto: il mare veramente brutto, quando Dio s'incazza, e quei lunghi, rossi tramonti mediterranei in cui l'acqua e' uno specchio e la pace del mondo e' la tua pace, e ti rendi conto di essere una minuscola goccia in un mare eterno.
Adesso Paco il Pilota sta per andare in pensione e, come i suoi compagni delle barche, e' in una lite confusa con le autorita' portuali che pretendono - le autorita' pretendono sempre di giocarti tiri del genere - di cambiare loro il posto nella darsena in cui hanno ormeggiato tutta la vita, come i loro padri e i loro nonni, e spostarli altrove. Qualche giorno fa andai a bere una birra con loro e, come sempre succede in questi casi, alla fine non sai con esattezza chi abbia ragione legalmente, ma finisci per abbracciare, spinto dal cuore e dall'istinto, la causa di uomini come Paco e i suoi colleghi, gente dalle mani ruvide e con gli occhi bruciati dalla salsedine, piena di rughe e cicatrici, semplice, onesta e dura. Quindi della ragione, di chiunque sia, me ne sbatto. Scrivi qualcosa per difenderci, mi hanno detto convolgendomi. Ed eccomi qui, a mantenere la parola in cambio di qualche birra, pur senza sapere troppo bene cosa diavolo devo difendere.
In ogni caso, devo questa pagina a Paco il Pilota. Al suo fianco, ormai quasi trent'anni fa imparai una quantita' di cose sugli uomini, sul mare e sulla vita. Una volta, in mezzo a una di quelle burrasche grigie e assassine che ogni tanto sa tirare fuori dalla manica il Mare Nostrum - nostro: di Paco e mio - andai con lui all'imboccatura del porto, e accanto al faro di San Pedro, insieme a donne vestite di nero, vidi come i piccoli e vulnerabili pescherecci cercassero a poco a poco di guadagnare il ridosso del frangiflutti, tra onde alte cinque metri. Li scorgevamo in lontananza, oscillanti e minuscoli, cosi' fragili tra montagne d'acqua e spruzzi di schiuma, mentre avanzavano a fatica con i loro rantolanti motori a basso regime. Uno era andato perduto, e quando si perde un peschereccio non se ne va un uomo solo, ma scompaiono insieme il figlio, il marito, il fratello e i cognati. Ecco perche' le donne vestite di nero e i bambini stavano li' a guardarli arrivare in silenzio, cercando di capire quale mancasse. Allora il Pilota, che era fermo accanto a me con un mozzicone ad un angolo delle labbra, le guardo'  di nascosto e discretamente, quasi imbarazzato, si tolse il berretto. In segno di rispetto.
Un altro dei miei ricordi legati al Pilota e' il Cimitero delle Navi senza Nome. Una volta mi porto' con la sua barca in un posto dove i vecchi vapori, senza ne' piu' nome ne' bandiera, concludevano il loro ultimo viaggio per essere smantellati e venduti come ferraglia. In quel desolato paesaggio di lamiere arrugginite, di sovrastrutture in secco sulla spiaggia, di fumaioli spenti per sempre e scafi simili a balene morte sotto il sole, il Pilota rollo' la prima sigaretta della mia vita e l'accese con il suo accendino di ottone che puzzava di stoppino bruciato. Poi ne rollo' un'altra per se' e, socchiudendo gli occhi, guardo' con tristezza le imbarcazioni morte.
"E' meglio colare a picco in alto mare" disse infine, scuotendo la testa. "Speriamo di non finire mai in disarmo sulla terraferma, ragazzo."

(Arturo Perez-Reverte, Paco il Pilota) 



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