CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






mercoledì 3 aprile 2013

Parafrasi virgiliana



Detto questo Eolo battè il fondo del bastone contro il fianco della roccia cava e così i venti irruppero dalla porta, come un esercito, e uscirono per scatenarsi turbinosi su tutta la terra. Euro, Noto e Africo si scatenarono contemporaneamente sul mare, sconvolgendolo fino in profondità e portando enormi onde sulle spiagge.  Gli uomini presero a gridare di terrore, le sartie delle navi stridettero.
Nuvole improvvise nascondono agli occhi dei Troiani il cielo e la luce: una notte nera si spande sul mare. Il cielo tuona, nell'aria balenano fulmini e tutto, sia in acqua che in cielo fa pensare a una morte imminente per i marinai. Enea si sente congelare di paura, piangendo alza le mani verso le stelle e dice: " E' mille volte beato chi fu così fortunato da morire sotto le mura di Ilio, davanti agli occhi del padre! Se solo fossi morto sotto i tuoi colpi, Diomede, il più forte dei Greci, nei campi d'Ilio dove giace Ettore ucciso dal figlio di Teti, lì dove giace il grande Sarpedonte e dove il fiume Simoenta passa sopra a tanti scudi, elmi e cadaveri di eroi!"
In quel momento una raffica dell'Aquilone colpisce la vela della nave e solleva le onde fino al cielo. I remi si spezzano, la prua gira e la nave si mette di lato ai cavalloni; sopraggiunge una montagna d'acqua, impetuosa. I marinai stanno sospesi, sopra le onde, alcuni invece vedono il fondo di sabbia, tra le onde impazzite: la tempesta sconvolge anche la sabbia. Tre navi, spinte da Noto, si schiantano contro gli scogli che gli italici chiamano Are; Euro sospinge altre tre navi verso banchi di sabbia e le circonda di terra da ogni lato. Un'onda immensa colpisce la poppa della nave su cui erano i Lici e il fidato Oronte, proprio davanti agli occhi di Enea; il timoniere viene preso e gettato tra i flutti; un vortice fa girare la nave per tre volte su se stesa, prima di inghiottirla. Pochi naufraghi nuotano nell'immensa distesa marina e tra le tavole di legno galleggiano, sparsi qua e là, le armi e i tesori dei guerrieri. Intanto la tempesta distrugge la solida nave di Ilioneo, quella del forte Acate, di Abante e del vecchio Alete; tutti hanno falle da cui entra l'acqua, nemica, e il fasciame non resiste più.
Intanto Nettuno si accorse, dal fatto che il mare rumoreggiava molto, che era in atto una tremenda tempesta, che sconvolgeva il mare fino al fondo sabbioso. Ne fu molto sorpreso, così sollevò la testa placidamente di poco al di sopra delle onde e, guardandosi attorno, vide la flotta di Enea dispersa nell'oceano, vide i Teucri sopraffatti dalle onde e dalla rabbia dei venti. Capì subito che era stato un inganno di Giunone, chiamò a sè i venti Euro e Zefiro e disse: " Tutta questa aroganza deriva dai Titani, stirpe ribelle da cui discendete? Come osate, venti, sconvolgere cielo e terra, sollevare ondate immense senza il mio permesso? Non sapete cosa vi farò! Ma ora è meglio calmare le acque. Vi punirò in seguito. Ora fuggite, in fretta, correte a riferire al vostro padrone che ho io il dominio del mare, ho io il tridente, non lui. Eolo governa i monti dove risiedete voi, venti! Faccia ciò che vuole a casa sua, nel suo palazzo, e che regni solo sul vostro carcere!"
Neanche aveva finito di parlare che già i flutti si eramo calmati e le nubi si erano disperse, riportando il sole. Tritone e Cimotoe liberarono le navi rimaste in secca sugli scogli, unendo i loro sforzi. Nettuno stesso alzò il tridente e creò una via d'uscita dalle secche, calmando intanto il mare. Poi, con le ruote leggere del suo cocchio, sfiorò le onde. Come succede spesso, quando in mezzo alla folla si è accesa una rivolta e la plebe scalpita, fa volare sassi e tizzoni ardenti, la rabbia muove le mani di tutti, ma poi ecco apparire un uomo illustre, famoso per i suoi meriti, e la folla si zittisce, si ferma. Ed egli calma gli animi con le sue parole e intenerisce i cuori. Ecco, così il fragore del mare finì, quando Nettuno, guardando le acque, lanciò al galoppo i suoi cavalli.

(Virgilio, Eneide)

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