CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






giovedì 30 aprile 2015

Spunti letterari



Stamattina mi sono svegliata con un pensiero fisso: il mare. Per una siciliana come me, trapiantata in continente, sulle dolci colline romane, il mare è quasi un’ossessione. Non vederlo per troppo tempo mi fa stare male, e oggi voglio scrivere qualcosa che lo celebri… Con un argomento così ampio “il mare nella letteratura” non si può essere esaustivi. Sono miliardi le opere in cui il mare è protagonista indiscusso o sfondo principale della storia, ma ancor più sono le opere in cui viene citato almeno una volta tra le pagine. Qui mi limiterò a citare solamente qualche capolavoro che ha lasciato un ricordo indelebile nella mia coscienza. Partiamo da Ulisse, l’eroe per eccellenza. Per lui il mare è portatore di insidie, di tentazioni, ma navigarlo e superarle è l’unico modo che ha per tornare dalla sua Penelope. Quindi male e bene allo stesso tempo. Sulla stessa lunghezza d’onda viaggiano altre epopee antiche: quella di Gilgamesh (nei mari del sud) e quella di Erik il Rosso (saga dei mari del nord sull’esplorazione vichinga del Nord America).  La ricerca di nuove terre è stata motore dei viaggi per mare di molti uomini del Medioevo e del Rinascimento e da quei grandi viaggi, sono nate altrettante grandi opere. Una per tutte “La nuova Atlantide” di Francis Bacon. Tantissime le storie di naufragio della letteratura. Esso diventa simbolo della condizione umana, motivo di riflessione sulla condizione della società in cui si vive e momento di riscoperta dei valori della famiglia, della patria e, in molti casi, anche della religione. Un esempio di questo naufragio “terapeutico”, così mi permetto di chiamarlo, è “Robinson Crusoe”, ma anche “La Tempesta” di Shakespeare o la “Ballata del vecchio marinaio” di S.T. Coleridge. L’800 e il ‘900 sono piene di opere in cui il mare fa da padrone. Penso a “Moby Dick” di Melville, al “Manoscritto trovato in una bottiglia” di Poe, a Jules Verne e al suo “Ventimila leghe sotto i mari”, a “Capitani coraggiosi” di Kipling. E perché no? Penso a Joseph Conrad, alle sue atmosfere esotiche, ai mari solcati nelle sue opere, alla sua vita avventurosa sui mari africani. Il suo pamphlet “Lo specchio del mare” ne è testimonianza. Come anche “Tifone”, uno dei suoi racconti, capolavoro ambientato nel Mar Cinese Meridionale. Non dimentico, poi, “Il Passeggero del Polarlys” di Georges Simenon. Qui il noir è costruito con l’aiuto della distesa di acqua odorosa, proprio sul clima di sospetto generato dalla foschia del Mare del Nord. Un mare meno oscuro e più solare quello del Commissario Montalbano di Camilleri. Ho adorato da bambina le storie dei pirati. E diciamo pure che sono cresciuta a pane e Sandokan. E lì il mare, ahimè, aveva qualcosa di losco, ma anche di magico, di prorompente. Salgari e i suoi pirati della Malesia, ma anche Stevenson e la sua “Isola del tesoro” sono le opere che mi vengono in mente a primo acchito, ma ce ne sono molte altre. Vorrei citare due autori contemporanei: Marcello Simoni e il suo “L’isola dei monaci senza nome”, scrittore italiano giovanissimo e di grande talento e, poi, Jane Johnson con “Il decimo dono”. In entrambe queste opere non manca il fascino piratesco. Non posso dimenticare una frase di Ernest Hemingway ne “Il vecchio e il mare”: «Era considerata una virtù non parlare se non in caso di necessità, sul mare». Sì, perché il mare bisogna saperlo ascoltare: le sue onde, i suoi sbuffi. Più si sta in silenzio più da esso scaturiscono tante risposte, tante verità che riempiono la nostra anima. Cito altri due capolavori, uno dell’Ottocento e l’altro del tardo Novecento che mi hanno lasciato sapore di mare: – “I Malavoglia” di Giovanni Verga dove il mare trionfa su ogni cosa, è cattivo quando fa affondare la Provvidenza, ma è buono quando offre la possibilità alla famiglia di ripagare i suoi debiti. – Oceano Mare di Alessandro Baricco, storie di destini accomunati dalla Locanda Almayer e dal mare che ha qui un valore magico e prodigioso, ma allo stesso tempo terribile. «È uno specchio, questo mare. Qui, nel suo ventre, ho visto me stesso. Ho visto davvero». Chiudo con una carrellata di poeti che rendono il regno del dio Nettuno protagonista delle loro poesie. Dal mare sonoro di “Marina” di Paul Verlaine al mare specchio dell’uomo di “L’uomo e il mare” di Baudelaire. Dal mare da cui nasce Venere di Ugo Foscolo (“A Zacinto”) alle avventure poetiche di Umberto Saba nella sua “Ulisse”. Dal dialogo che il poeta Montale ha con esso nei suoi “Ossi di seppia”, all’amore perduto di Salvatore Quasimodo in “S’ode ancora il mare”. Quest’ultima è una delle mie poesie preferite e ve la ripropongo qui perché vale la pena rileggerla: Già da più notti s’ode ancora il mare, lieve, su e giù, lungo le sabbie lisce. Eco d’una voce chiusa nella mente che risale dal tempo; ed anche questo lamento assiduo di gabbiani: forse d’uccelli delle torri, che l’aprile sospinge verso la pianura. Già m’eri vicina tu con quella voce; ed io vorrei che pure a te venisse, ora, di me un’eco di memoria, come quel buio murmure di mare. (S. Quasimodo, 1947) E dopo questo capolavoro, ciò che potrei dire io è superfluo… ma…Aggiungo solamente, sogno il mare quasi tutte le notti, e nei miei sogni è quasi sempre un alzarsi di onde maestoso e oscuro, ma lo amo anche per quello. Guardarlo, nella realtà, essere raggiunta dalla sua brezza che mi bagna il viso e perdermi nel suo orizzonte tanto lontano mi dà la forza e la tranquillità per pensare al futuro…
 
(Teresa Madonia, Scritti)

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