Ci sono la luce, la nebbia e poi le isole. Ogni isola è un mondo a sé. Galleggiano, scivolano, scompaiono, si sparpagliano. Sembrano piccoli universi. A volte si sfaldano, macchie di isole disperse dal vento. Cosa collega le une alle altre? Le vie del mare. La scia delle navi le riunisce come perle sfilate di una collana. Il marinaio circola tra i relitti. Quando l’aria è ferma, sembrano animali, o picchi di un massiccio di cui il mare ha inondato le valli. Sulla loro superficie la vegetazione è rada: i Greci hanno lasciato le loro isole alle capre, che se ne nutrono. Ognuna difende la sovranità di un mondo, di uno splendido impero flottante in miniatura, con i suoi animali, i suoi dei, le sue regole e i suoi mestieri. Certe mattine scompaiono nella bruma, poi tornano a stagliarsi nell’aria limpida. Come lampi. Basta aver soggiornato qualche tempo su una briciola cicladica spazzata dal vento, tra i suoi giochi di luce, per soffrire la solitudine. L’isola racchiude nella sua membrana, si erge a mondo a sé stante. I vicini diventano stranieri. Le isole spiccano in lontananza, inaccessibili, separate da pericolosi canali. Ognuna nasconde un doloroso segreto.
(Sylvain Tesson, Un’estate con Omero)

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