CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






domenica 10 ottobre 2010

Le navi


"Mi sono innamorata per la prima volta di una nave a sette anni. Era un traghetto, fatto come quelli veri che portano alle isole, era rosso, blu e di plastica. Non desideravo altro, neppure una barca vera, perche' con quella e solo con quella potevo viaggiare tutte le volte che volevo. Riempivo d'acqua un grande catino da bucato e bastava che vi galleggiasse sopra perche' fosse gia' partita. Su quella nave navigavano i miei sogni di bambina. Quella passione divento' una flotta: arrivarono un rimorchiatore, una scialuppa, un pattino a remi, e un giorno anche una barca a vela. Il catino non bastava piu' e il porto si sposto' nella vasca da bagno che, impaziente e assorta, riempivo fino all'orlo. Era una passione senza ritorno, ma poiche' crescevo, trasferii pian piano quell'amore fuori casa, lungo la riva di un mare vero o immaginario. Senza sapere bene perche', mi attraeva ogni cosa che fosse una cosa per andare sul mare. Mi piacevano tutte senza distinzione: i trasatlantici del cinema, i velieri dei fumetti, i battelli da pesca, i vaporetti di Venezia, i porta-container con le gru, e le barce a vela con tutte quelle cime complicate; tutte, tranne le navi da guerra e i motoscafi affusolati. Le prime avevano una sagoma sinistra, gli altri, una supponenza arrogante e insopportabile.
Poi imparai la vela e la cosa venne naturale, essendo quella l'unica barca che anche una ragazzina puo' portare: non ci vuole forza ne' coraggio, e' tutto istinto. Mi ci abbandonai senza riserve: fendeva il mare con la stessa naturalita' del vento, tagliava l'orizzonte come il volo fluido di un gabbiano, rispondeva ad un lasco di scotta come si risponde ad una chiamata per nome. Era come se la barca fosse il braccio della mente. Mi piace eccome la vela, ma senza esclusivita' e senza fanatismo. Continuano a piacermi tutte quelle cose che navigano sul mare e hanno ancora una forma di nave: una prua che non somigli a un cruise o ad un tornado, un ponte che non abbia lustrini e vetri a specchio, una poppa che non ricordi un'astronave. Le navi dovrebbero rimanere navi, le barche barche, le vele vele. E non e' soltanto nostalgia: mi piacciono anche gli aerei se e' per questo; anch'essi disegnano rotte di evasione, rincorrono le nuvole, e, a loro modo, attraversano un oceano. Ma la nave e' un'altra cosa, la nave non ha un numero ma un nome.
Oggi voliamo, e non navighiamo piu'. Voliamo affidandoci ad ali di leghe leggere; voliamo su chaise-longue numerate aspettando un vassoio di composte di frutta e cheese-cream sottovuoto. E la' in alto sorvoliamo oceani di cui nulla e' concesso e, alla fine, raggiungiamo mondi di cui tutto e' gia' scritto. Poi planiamo, viriamo e atterriamo, su una pista di luci piu' azzurre del mare; e scendiamo, inghiottiti da una hall di aeroporto senza vento ne' sole. Sono i porti di oggi, delle navi del cielo se anche quelle son navi. Hanno radar, cabine, timoni e stive leggere; un carico di lucidita', di tecnologia, di cronometri e screen luminosi, e di hostess che parlano sei lingue ma fanno il giro del mondo senza sgualcire la piega del tailleur. Sono navi che non viaggiano, e quando partono sono gia' arrivate".
(Valeria Serra, Le parole del mare)

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