CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






martedì 12 giugno 2012

Figli del vento



C'è aria di tempesta. Il cielo è nero e struggente. Siamo figli di un libeccio canaglia che graffia le parole e la vita, gli uomini e le marionette, i vigliacchi e gli eroi, ribaldi e poveri diavoli, vicoli e case, ricordi e vecchie bandiere, sciarpe azzurre e fotografie in bianco e nero. Il cuore delle nuvole è scuro; fulmini lucidi, tuoni cattivi. Le vele sono piume di gabbiani. La pioggia lava le banchine, il libeccio muove il mare. Il vento è un turbine di salsedine e spavalderia. Sbatte le porte, mette le unghie negli intonaci, fa volare gonne, nuvole e pensieri. Siamo figli di un vento che spettina le pagine di una città di lava e di tufo, poeti e marinai. Pescatori, chiacchiere, preoccupazioni, sorsi di caffè bollente, fumo di sigarette, berretti di lana blu, riccioli bianchi, facce di corsari, bancarelle di conchiglie, racconti, scogli, nuvole grigie, gambali, matasse di reti, ricordi, vecchie leggende, cartoline, rughe di sole, suoni di risacca, violini di pioggia, trombe di vento. Il cielo è una carta copiativa macchiata di nero. C'è aria di polvere e sale, pagine di libri usati e racconti di navi saracene. Scricchiolìo di pontili, acqua, legno, libeccio e parole di mare. Un mare deserto di barche e marinai. La distanza fa divampare i fuochi dell'attesa, sarà una notte di lenzuola bianche. E' la legge del dio Nettuno: dovunque c'è un porto, c'è un letto solitario. I fulmini sforbiciano il cielo, al largo le onde dipingono un paesaggio di schiume inquiete. Sulle banchine facce di occhi neri e di rughe, zigomi duri, giacconi pesanti, camicie di flanella, fiato caldo, cerate gialle. Intorno mani, arnesi, merende, cime, cordame. Sul molo piccolo, secchi di plastica azzurra e due sgabelli di paglia. Il vento graffia i vetri, si apre una finestra. Il libeccio porta fili di storia, voci e suoni di dialetto. L'equipaggio è affamato di mare e promesse proibite. Alla banchina le cime hanno voglia di tradire. Partenza, viaggio, capriccio, fuga. Il mare è una via di libertà, brucia le ferite e qualche volta le sa curare. Molliamo gli ormeggi, siamo marinai, ladri di cuori e di emozioni. Sotto la pelle schegge di Ulisse e malìe di sirene. C'è il vento, c'è il mare. Arrivano le onde e sono altalene. In alto le avventure, in basso le malinconie. Rotta sui sogni. Miglia e miglia di acqua, il libeccio ci taglia la faccia. Siamo figli di un libeccio che vuole recuperare i sentimenti e le leggende, i ricordi e le memorie, il fiasco di vino e le osterie. Dal ponte arrivano schiaffi di acqua e suoni di fisarmonica. Nicole Renaud canta "La mer". Inchini di nuvole, applausi di delfini. L'equipaggio porta con sé il ricordo di Deda. Sulla pergamena di bordo Eolo scrive una dedica di canti liberi e fiori di mare. Sorrisi tristi, una preghiera e un rosario di gabbiani in picchetto d'onore. Che il vento sia con noi.

(Roberto Gianani, liberamente tratto da Figli del vento)

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