CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






lunedì 9 luglio 2012

Le vent se lève....



Nuvole leggere corrono come foglie dorate in un'aria di miele. Ballerine in punta di piedi nel teatro del cielo.Whisky, il cane di bordo, chiude gli occhi al sole, steso di schiena su un enorme gomitolo di cime. Buongiorno amico, il tuo silenzio è la nostra migliore compagnia, sguardi muti che raccontano più delle parole.Ci stropicciamo gli occhi sul ponte di comando, tazze di caffè bollente e mezzi toscani. Piccole nu-vole azzurre e occhi affacciati sul mare. Tempo lento, vento fermo, prua seducente. Anime sfilacciate alla ricerca di un fi-lo da annodare, di un rimpianto da cancellare, di una nostalgia per vivere, di un ricordo per continuare a navigare. "Molla, Tuan", andiamo con il naso nella luce dell'alba e i giubbotti a masticare l'umido del mattino. Ancora caffè, silenzi e mare. Mare ovunque intorno alle murate, la prua spavalda come un cuore giovane, mani rugose sul timone. S'alza un libeccio canaglia, occhi vigili all'isteria del vento. Un amico, un nemico, un agguato. Mare aperto, sguardi, silenzi, parole, racconti di mogli, figli, fallimenti, speranze e il tempo che si accorcia e lancia segnali bui.Si alza il sole e spadroneggia come un tiranno, come un imperatore.Comanda lui, la ciurma s'inchina e lo benedice perché asciuga le ferite e cancella le malinconie. Depressioni da signorine, siamo marinai, fragili come clown, forti come marsigliesi, duri di muscoli e pelle, molli nelle vene e nel pianto, sangue nobile e delusioni cocenti nascoste sotto coperta, ognuna conservata in una lettera d'amore profumata da un gelsomino raccolto sotto un pergolato in un porto di tanti anni fa. L'ultima cena a lume di candela, l'odore persistente delle lenzuola, il ritmo dei corpi sotto i colpi dell'amore, il sapore umido di un addio.Cime tagliate, cime stracciate, nessun parabordo in aiuto, le fiancate graffiate dagli scogli, marinai perduti alla ricerca di nuovi porti. In cabina il capitano è ubriaco a sognare la storia della sua ultima donna. Quel bar pieno di fumo e una scollatura che entrava negli occhi e nell'anima. Il disordine delle carte nautiche, vecchie foto ingiallite, libri di mare e una specchiera annebbiata dove i fantasmi mostrano il loro volto e la delusione di inseguire ombre amate. Il mare è l'ultimo legame, "il filo finissimo che penetra nel cuore". L'equipaggio riempie il diario di bordo. Il bianco diventa blu, l'inchiostro di mare per raccontare l'onda e il gabbiano, la vita e la prigione, la libertà e l'anarchia.Il vento incalza cieco e bastardo, il motore tossisce tutta la nicotina degli anni, alziamo una vela sbrecciata ancora bianca come il lenzuolo della prima notte d'amore. Il cielo ci afferra, ci beviamo il sole e il silenzio, il mistero e una bottiglia di rum. Il tempo scorre, la vita conta gli anni e pianta chiodi nuovi nel fasciame. Le spalle un po' si raddrizzano, le rughe sembrano un po' meno scavate. Il capitano si rimette al timone con le mani più ferme. Bussola a 290°, rotta sull'arcipelago della Maddalena, isole lontane dal nostro tempo vergognoso, dai falchi dell'arroganza, dagli sciacalli del denaro. Un brivido, un'ansia, un desiderio caldo e selvaggio.Ora il mare è diventato implacabile, navighiamo come farfalle bagnate, solo l'anima è asciutta e si nasconde dietro la paura, ci ascolta, ci interroga, ci tormenta. Non c'è risposta, siamo figli e schiavi del mare. Solo lui comanda, il cuore è sfinito ma pulsa di vita. Scapoliamo il porto romano di Ventotene, me-morie di una notte d'amore su una barca di giovinezza e fiori, di una luna dopo una zuppa di lenticchie e ruscelli di fragolino di Terracina da Zia Amalia. Il palato ancora si squaglia nel ricordo, il cuore fa un sussulto di nostalgia.Navighiamo per ore, ancora 190 miglia di mare. Ci viene incontro un branco di delfini. Abbagli lucenti di argento e di vita, senza un'ombra, senza una macchia, solo l'innocenza della natura. Sul diario di bordo scriviamo: "I delfini sono creature inventate per celebrare il mare". Finalmente il libeccio si placa, rallenta il batticuore. L'arcipelago della Maddalena è un'apparizione di pietre rosa che nasce dal miracolo celeste del mare, la tela di un artista con il paradiso nel cuore.Puntiamo su Cala Francese, sulla costa ovest. Ormeggiamo alla vecchia banchina delle cave di granito dove c'è ancora un argano mangiato dalla ruggine e le rotaie della ferrovia di una cava che si perdono nei cespugli di ginepro. Beviamo un mirto ghiacciato a Punta Teggia da "Zi' Antò", un baretto intonacato di bianco e di blu appeso sull'acqua. Poi ci avviamo verso la spiaggia. Abbiamo due impegni da ri-spettare, raccogliamo gigli di mare per due uomini che erano marinai nel cuore. Un fiore a "Cala Serena" per Giuseppe Garibaldi, troppo comandante, condottiero e donnaiolo per non meritare un inchino. L'altro giglio è per Gian Maria Volontè, anarchico e scontroso, che aveva un gozzo a vela latina, pescava a bolentino e scambiava la vita e le parole con i pescatori del porto. La sua tomba è una pietra di granito e il solco di due righe: "Le vent se lève, il faut tenter de vivre". Ci inginocchiamo e gli dedichiamo una preghiera.Ora sulla Maddalena il tramonto è fiamma, è fuoco, è schiuma di vino. Vino rosso di vita, bandiera, passo di flamenco. Camicie di gauchos. Scendiamo alla vecchia banchina, ci saluta una bambina di nome Nina con i capelli biondi e gli occhi palpitanti di mare, abbracciata ad una bambola vestita di pezza, i capelli di alghe e il corpo scolpito dal legno di un remo. Ciao Nina, un giorno diventerai donna e amerai i marinai.


(Roberto Gianani, Rotta sulla Maddalena)

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