CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






mercoledì 9 gennaio 2013

Quelli del Victory


La nave batteva bandiera fantasma. Attraversò l'orizzonte ottico, da est ad ovest, una mattina insolita di foschia e calma di vento. Passava di là, davanti a Glashedy, ogni anno, lo stesso giorno, sempre più o meno alla stessa ora, come se tornasse, come un presagio d'eternità. Che arrivasse dal passato o, piuttosto, dal presente, chi poteva dirlo? E da dove veniva? per andar dove? Ogni volta si fermava di fronte all'isola e restava al largo per un giorno intero, fino a sera, come se aspettasse qualcosa, qualcuno che la aspettasse, come se volesse ostinatamente ritornare in qualche ricordo, e poi, con la notte, uscirne di nuovo.
Kirk, tutti gli anni, quel giorno, si ritrovava a riva con gli altri, la attendeva sin dall'alba, dritto in piedi, lo sguardo lungo, sulla solita spiaggia larga di sabbia e sassi, a contare le ore, i minuti che mancavano. Era così strano, laggiù, sempre la stessa gente, le stesse facce, espressioni vuote, spiritate, gli occhi, occhi d'alto mare, a fissare l'infinito, a specchiarsi nell'assenza degli altri, senza una parola, un gesto, senza un saluto. Superstiti.
Ormai, si conoscevano bene, col tempo erano diventati un po' una famiglia, sempre lì, vestiti come allora, a celebrare un accidente, una vertigine di silenzio, un appuntamento di fine destino. Strana specie di superstiti. Eppure una volta parlavano lingue diverse, avevano sogni diversi, altre case in cui tornare, e amori e figli, e fratelli e cani con cui fare Natale. Adesso che, invece, non era più primavera, se ne stavano zitti, muti, smarriti nel silenzio, in quella bruma irreale, a scrutare il passato come eterni viaggiatori in cerca di un filo di vento che, magari, quarant'anni dopo, li illudesse - poveri illusi - che la nebbia si potesse ancora alzare, che la loro sorte potesse ancora cambiare. Tutti in cerca di un tempo scaduto, con in mano un biglietto bagnato di sola andata.
Già, come il biglietto per quel giro del mondo finito troppo presto, senza più un fazzoletto da sventolare dal ponte del "Victory", senza che nessuno li attendesse al porto d'arrivo. Senza una lettera o una cartolina da spedire. Soprattutto senza un benedetto S.O.S. da lanciare, e neppure la voce per gridare "help", siamo qui, stamattina, prigionieri del tempo, in mezzo a questa fottuta nebbia che non la smette più, che ci fa sentire soli anche se siamo in tanti, centinaia di anime a galla in quest'alba d'oceano che non si sa dove cominci e dove vada a morire, coperta da un velo bianco e spesso, sceso da chissà dove a nasconder l'orizzonte, miglia e miglia di mare sconosciuto.
La nave, appena inclinata su un lato, da così distante sembrava vuota, abbandonata. Niente equipaggio, niente passeggeri, bianca e immensa, sola nell'Atlantico con quell'enorme squarcio nero sul fianco sinistro da cui, però, non entrava più acqua, quasi che il tempo e la salsedine, come invisibili collanti, avessero suturato quella ferita lontana quarant'anni.
Già, quarant'anni. La memoria di una mattina che tornava sempre uguale, stessa rotta, stessa nebbia, stessa bonaccia, e poi quel boato assordante, un soprassalto che aveva frantumato i sogni dei pesci, penetrato il buio cavo degli abissi, le fiamme, l'incendio, la nave che affondava.
Quando si ritrovavano, tutti insieme, su quella spiaggia deserta a nord dell'Irlanda, sotto uno strapiombo di rocce scure davanti alla penisola di Inishowen, Kirk e gli altri avrebbero, magari, anche avuto voglia di parlarne un po', di ricordare quel mattino senza vento. Peccato che proprio non potessero: erano lì, come assenti.
A Glashedy, isola di verde e nuvole veloci, ormai erano di casa, ma non li conosceva nessuno, nessuno li aveva mai incontrati mentre andavano, come in un muto pellegrinaggio d'ombre, verso quella propaggine di terra persa tra cielo e mare. Del resto erano turisti un po' speciali, che ritornavano, ogni volta, sul luogo di un addio. Di tanto in tanto qualche anziano del posto raccontava di averne sentito scivolar le ombre, la notte prima, lungo i muri del paese vecchio, li chiamava "quelli del Victory", ma va a sapere se era sveglio, se stava solo sognando o se la sua era, piuttosto, dolce demenza senile.
Il "Victory" e quel maledetto mercantile, uno incontro all'altro, nella nebbia, dannata nebbia, senza accorgersene, quarant'anni fa... sembrava oggi. Kirk si fermò a fissare la linea curva della deriva, appena profilata nella foschia. In fondo, adesso che era tutto passato, tutto finito da un pezzo, un po' si sentiva in colpa con gli altri, un mezzo rimorso ancora ce l'aveva. Sì, è vero, lui, allora, era solo un mozzo di bordo, però, chissà, in quei pochi minuti senza tempo forse avrebbe potuto far di più, fare meglio, calare più presto le scialuppe in mare, soccorrere donne, vecchi, bambini, quanti più ne poteva, salvarne qualcuno. Ma, d'altra parte, era successo così in fretta, in un amen di grida e silenzio, che neppure aveva avuto il tempo di stramaledire quella coltre bianca, impenetrabile, di caligine e nuvole basse che, ad un tratto, s'era abbassata a pelo d'acqua, sopra l'oceano, fino a inghiottirlo tutto, a farlo scomparire, a lasciarne solo un'eco, l'odore.
Da quarant'anni Kirk non viveva più: solo con quel ricordo, col suo rimorso, dentro quella specie di sonno in cui non si addormentava mai. E quando, puntuale, ritornava a Glashedy e incontrava gli altri del "Victory" sulla solita spiaggia fredda e senza vento gli sembrava che la loro storia si fosse fermata lì, per sempre, a quella croce di mattino. Ogni volta era come se si ritrovassero là per capire quando fosse cominciato quella specie d'incubo, di sogno alla rovescia, dove fosse iniziato e dove finisse il trucco. Tutti ad aspettare quel che non c'era più da aspettare, perché - è così - si diventa ombra una sola volta, in una volta sola.
Kirk se lo ricordava bene, li avevano recuperati e sbarcati su quella spiaggia, uno di fianco all'altro, ad asciugare, come se tutto il freddo che gli restava non bastasse ancora. Uomini, donne, bambini, giovani e vecchi, tutti là, quella mattina, proprio come adesso, a immaginare ad occhi chiusi un orizzonte invisibile, a misurare, da laggiù, la distanza dal cielo, un cielo di ghiaccio, mai conosciuto prima. Kirk, a un certo punto, smise di osservare la nave battente bandiera fantasma e si guardò intorno. Provò a cercare, un anno dopo, quarant'anni dopo, tra quelle centinaia di sguardi liquidi, il sorriso pallido di Eloise. Lo riconobbe, fissava un punto perso al largo, lì dove il sipario d'ovatta sospeso fra nuvole e acqua risucchiava, in una breve crepa d'infinito, la scia bianca del "Victory". Un ricordo che puntava un ricordo, un'assenza che fissava un'assenza.
Sull'isola ancora si raccontava di quel terribile schianto, di quel transatlantico, di uno splendido viaggio mai terminato, di una primavera finita in un mattino impossibile di nebbia e bonaccia, un mattino senz'ombra di vento. Tutti gli abitanti di Glashedy sapevano o, meglio, credevano di sapere per filo e per segno come fosse andata quella storia, se l'erano tramandata di generazione in generazione, di padre in figlio. Peccato, però, che non conoscessero la verità, che non sapessero di non esser mai esistiti, che l'isola, in realtà, era deserta, disabitata da più d'un secolo, e che quella nave era affondata, un giorno, quasi senza accorgersene. Un'alba bianca diventata improvvisamente fuoco, rosso buio. Kirk e gli altri non avevano fatto in tempo.
Nessun superstite, nessun sopravvissuto, non si era salvato nessuno.

(Giuseppe Pomparneo, Quelli del Victory)

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