CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






mercoledì 13 marzo 2013

Mr. God



Lo so, Mr. God, lo so che di notte, quando si passa di qui, al largo di questa costa che, da lontano, profuma già di zagare e melograni, lo si può vedere, quasi toccare, come se esistesse davvero. Lo so che ha silenzi riluccicanti sotto la luna e, alla fonda, transatlantici dalle terrazze imbandite, illuminate a giorno, su cui si balla per tutto il tempo che manca al mattino, su cui, con un'occhiata, ci si può ubriacare d'orizzonte. Lo so, lo so che a volte, d'inverno, dopo che il vento ha spazzato via le nuvole dallo specchio buio del mare, sembra sospeso fra terra e cielo, come una deriva di eterno o, piuttosto, un braccio d'infinito a sentinella della sua isola di Buona Ventura. Lo so che, mentre ci navigano davanti, i marinai, se hanno ancora stelle nel cuore, sognano di attraccare al suo molo per incontrare donne bellissime, le stesse che, magari, hanno dimenticato in qualche altro, remoto angiporto del Mediterraneo. Lo so che appare e scompare, che se lo cerchi non lo trovi mai, non ci arrivi mai, che ha un nome che nessuno conosce, un nome che nessuno ricorda, neanche per sbaglio, per distrazione.
Lo so, lo so, Mr. God, che ci si parte e ci si approda solo quando il suo faro, lassù, sul promontorio, è un occhio cieco, perché è così che si fa per restare sconosciuti a quel po' di destino che ancora ti rimane. E' così che si fa per restare anonimi ai pesci, strana razza di pesci parlanti, col loro sonno graffiato dal sale, sonno trascorso dentro immensi acquari, sconfinate cattedrali di silenzio. Lo so, so tutto, Mr. God, eppure stanotte siamo qua, in mare aperto, su questo guscio di legno, passeggeri senza biglietto né passaporto, a farci il segno della croce con la mano mancina. Parliamo le lingue mute dei nostri padri, dei fratelli e delle madri che abbiamo perso in sogno, parliamo il dialetto afono di dune e paesi di polvere e sabbia, dimenticati dalla pioggia, arsi dallo scirocco. Non finisce mai il viaggio, il miraggio che tiene a galla la nostra solitudine, l'attesa di una riva dove qualcosa accada, dove qualcuno, forse, a quest'ora del mondo, sta puntando, con un cannocchiale, l'onda che ci bagna. E' tardi, stanotte, e l'acqua sembra un lungo ponte fra due terreferme, un ponte liquido disteso tra felicità e dolore, tra futuro e passato, ci sembra un interminabile presente che non la smette più. I nostri cento cognomi sono tutti uguali - ognuno di noi si chiama nessuno - e li nasconde, dentro un'ansa di scirocco, l'eco nera della corrente. Passerà, notturna vertigine degli occhi, finirà, speriamo prima che sia troppo tardi, la nostra avventura in cerca di un rifugio misterioso, segreto come un'alcova, come noi clandestino. Ed allora, che sia presto terra e nessuno ci racconti ancora che non è vero, che non esiste più un luogo in cui vivere, morire, sputare, finalmente, in faccia alla sorte, che no, non esiste un porto franco alla fine del mare.
Siamo ombre imperdonabili, indifese, stanotte, Mr. God, fuochi fatui tenuti accesi dalla risacca, mentre contiamo a stento i nostri passi oscuri, le rughe, sul pallottoliere degli addii. Forse domani, chissà, saremo solo ricordi buoni per qualche rimorso, foto buone per altre nostalgie, bracciate senza più speranza, palmi di mani pallide caricate a salve. Sulle nostre labbra livide qualcuno, domani, scoprirà che è più breve di un giorno, di un'insonnia, la linea della vita.
Maledizione, Mr. God, siamo stanchi di scambiarci sguardi vuoti.
Però, quella penombra che la costa, ora, ci sembra sussurrare, la distinguiamo eccome, pare lì solo per noi, disegnata tra le righe di un sogno di mezza estate, distante eppure vicina, che tiene sveglia la notte di chi va verso dove non sa. Il vento, stanotte, tarda a levarsi, ci accarezza leggero, come una lusinga che sfiora, che gonfia appena le vele della nostra ingenua fantasia. Vorremmo navigare un sorriso, aprir bocca per raccontarci di una meraviglia che si avvicina, di uno stupore che fermi, per un interminabile "ooh", un battito nel petto. Siamo pescatori d'alto mare, stanotte, pescatori con le reti colme di falene, di assenze, di inguaribili malinconie, siamo viaggiatori viaggianti, cacciatori cacciati, il brusìo di storie già tutte scritte una, mille volte, già tutte dimenticate come acqua che passa e non ritorna.
Da ore, Mr. God, preghiamo perché Lei, prima o poi, ci dia un segno. Sì, proprio Lei che è il custode dell'isola, di un porto che di giorno non c'è, che di notte è l'ultima stazione sulla rotta dei disperati. Un porto, il Suo porto, confuso nella caligine, come l'illusione di tutti noi d'essere ormai prossimi alla mèta.
Perciò, Nostro Signore delle distanze, se davvero conosce cognomi, numeri, indirizzi di questi cento poveri, malfidati destini, da laggiù indichi la strada ad un solitario barcone carico di sognatori senza via di ritorno. Ci aiuti, in questa notte che non finisce mai, che non deve finir mai, a mischiare le nostre voci alla bonaccia. Faccia la conta del tempo che rimane e, per favore, ci porti lontano dal disamore. Siamo altro sangue, altra carne, uomini e donne, giovani e vecchi, figli bambini del Mediterraneo, salpati una sponda fa, smarriti, adesso, fra onde lievi, che ci stanno trascinando via, verso un porto invisibile solo a chi non sa guardare, non certo alla misericordia dei pesci.
Tutto, da quaggiù, sembra così vicino, così imminente, così vero e così falso, Mr. God. Nell'aria, un rosario di grani celesti che difende la nostra croce di vento, gli anni, i secoli di ogni vita che abbiamo vissuto prima di puntare verso la Sua isola di sirene e rondini spaiate, di angeli travestiti da marinai. La solitudine, in fondo, stanotte, è il rovescio di due ombre: della Sua terraferma, che ora ci scivola davanti, del nostro meraviglioso, eterno barcone di fortuna che continua a macinare miglia, che, a momenti, è come se fosse fermo, immobile, sulla linea franta di un dolore. Strana specie di dolore, che si naviga a vista, si attraversa a parole, a frasi smozzicate, a bordo del rumore di questo motore, nella serena inquietudine che possiede il mare.
Un po', Mr. God, siamo anche figli Suoi, che Lei lo sappia, che lo voglia o no, un po' siamo stelle cadute nel pozzo, profondo e scuro, di queste nuvole prossime all'isola di Buona Ventura. E ora che tutto sta per cominciare, sta per finire, Mr. God, dalla Sua casa, dal faro, arrampicato sul promontorio, accenda una finestra che tracci il nostro presente, il futuro. Ci regali, almeno, l'abbaglio che la terra promessa non sia più un miraggio che scomparirà all'alba, se non riusciremo ad arrivare prima del nostro benedetto, maledetto sogno, imbarcato a fatica, un tramonto fa. Buonanotte Mr. God, e che il buio ci protegga, finché si può, dalla prima luce del mattino. Fra poco il sole accecherà i pensieri, come un morso, una parentesi, un inciso del cuore che nulla sa del bene e del male, di un cielo immenso che, stanotte, con l'ago prova a ricucire il filo delle distanze, il verso naufrago di anime migranti.
Sull'atlante delle isole sognate -cosa vuole - siamo piccoli punti, interiezioni ancora sospese lungo la latitudine degli annegati. Siamo l'ultimo scarabocchio della coscienza, l'ultimo inganno dell'anima, prima che l'anima vada a dormire.

(Giuseppe Pompameo, Il porto invisibile)

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