CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE






mercoledì 31 dicembre 2014

Il mistero delle navi perdute


Una volta vidi una nave fantasma. Vi do la mia parola d'onore. Stranamente non l'avvistai in mare, ma a terra, o dalla terra. Accadde otto o nove anni fa. Sullo stretto di Gibilterra infuriava una tremenda burrasca di levante e io seduto in macchina sulla costa di Tarifa, sotto la pioggia che cadeva quasi orizzontale, osservavo l'aspetto del mare, la schiuma sollevata dal vento e le onde che si infrangevano sugli scogli, ai miei piedi. E a quel punto, guardando l'orizzonte grigio, la vidi passare in lontananza, tra le raffiche e gli spruzzi. Uscii dall'auto ad osservarla, stupito. Inzuppandomi. Calcolai che navigava a meno di un miglio dalla costa. Era un grande veliero, un tre alberi, simile ai clipper che solcavano ancora i mari all'inizio del secolo scorso. Avanzava lentamente da est a ovest, tra la pioggia e le dense strisce di schiuma, spinto da un vento di poppa che quel giorno era prossimo ad una tempesta forza 10 della scala  Beaufort. Lo vidi uscire lentamente da un fitto acquazzone e lo seguii per due o tre minuti prima che la sua sagoma svelta, tenace, scomparisse dietro una nuvola bassa che si confondeva con le onde e la pioggia. E a farmi venire la pelle d'oca non fu il fatto che un veliero antico navigasse in  condizioni così estreme, ma il particolare così inspiegabile che avesse le vele spiegate, tese al  vento, quando nessuna nave reale, nessuna imbarcazione con un equipaggio di marinai in carne ed ossa, uomini vivi, avrebbe potuto resistere a quel vento e quel mare con tutte le vele issate. Le contai: otto vele quadre, tre fiocchi e un'aurica. Ecco perché sono sicuro di quello che vidi. E del fatto che quella nave fosse quello che era. Per un certo periodo, da bambino, credetti alle navi fantasma. Sono cresciuto con quelle leggende e molte altre del mare, anche se accompagnate da spiegazioni razionali: l'antica superstizione e l'ignoranza dei marinai, le loro fantasie su fenomeni che hanno alla base una causa seria, scientifica: miraggi marini, aurore boreali, fuoco di sant'Elmo, foschia, nebbia, iceberg dalle forme capricciose, malattie tropicali che uccidono interi equipaggi, pirati... Tutti questi fenomeni concreti e provati potevano trasformarsi con facilità in visioni fantastiche nella taverna di un porto, in una conversazione da castello di prua. Ritornava così la vecchia storia della nave fantasma, condannata a vagare nell'immensita' del mare, il cui avvistamento preannunciava una sventura. Come la leggenda più famosa, quella del capitano Van Straten, che ispirò Heine e Wagner ed è stata recentemente rivisitata dal cinema, per l'ennesima volta, nel film Pirati dei Caraibi: l'olandese che a causa di un atto blasfemo - aveva preso il largo il Venerdì Santo - fu condannato a vagare da morto fino al giorno del giudizio, con tutto il suo equipaggio, all'altezza del Capo di Buona Speranza, continuando a tentare una virata di prua senza riuscirci. Crescendo, diventai scettico. Smisi di credere alla giunca fantasma del Fiume Azzurro, al brigantino di New Haven, all'uomo e alla donna che, abbracciati sulla poppa di un veliero senza nome, percorrono la costa del Canada. Misi in dubbio la maledizione della Mary Celeste - una delle poche navi fantasma il cui mistero è stato svelato - e il viaggio di ventitré anni senza toccare terra fatto  dal  Malborough con uno scheletro legato al timone. Arrivai perfino a dubitare seriamente della San Telmo, l'unica nave fantasma spagnola degna di questo nome, che dopo essere scomparsa senza lasciare traccia fu avvistata diverse volte, inglobata in un iceberg con i membri dell'equipaggio congelati in coperta; quando ero ancora un bambino ingenuo, sentii un amico di mio padre, capitano di una petroliera, che giurava di averla vista con i propri occhi. Gli anni, come dicevo, mi fecero perdere la fede in quelle navi immaginare o reali, anonime o con i loro nomi e i loro equipaggi iscritti nei registri navali, che secondo le leggende solcano i mari ed eccitano ancora la fantasia di alcuni marinai. E immagino che la mia parte razionale - quella che sorride mentre digito queste righe  - continui a non crederci. Eppure, insisto: quel giorno di tempesta davanti a Tarifa, vidi passare una nave fantasma. Anch'io posso giurarlo, come il capitano amico di mio padre.   Sulle ceneri del Bounty. La prova è che da allora, quando sono in mare e terzarolo le vele perché il tempo peggiora, mi sorprendo sempre a cercarla, con gli occhi del bambino che fui, all'orizzonte grigio.

(Arturo Perez-Reverte, Il mistero delle navi perdute)  

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