CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







venerdì 4 settembre 2020

Bodrum


Questo 2020 è stato un anno davvero complicato. Prima la lunga attesa per conoscere la mia nuova destinazione, poi la comparsa del Covid, il complicato trasferimento da Kabul a Riad e infine la serie di quarantene imposte dalle autorità saudite al nostro arrivo e da altre situazioni contingenti. Tutto ciò non ci ha permesso, come era in programma, di mettere Habibti in acqua in marzo. Inoltre, superata la fase più critica della pandemia, ci è stato impossibile raggiungere la Turchia in quanto l’Arabia Sauduta ha interrotto tutti i voli internazionali e solo negli ultimi due mesi ha consentito alcuni voli speciali per poche limitate destinazioni al fine di consentire agli stranieri che sono residenti e lavorano nel paese di poterlo lasciare temporaneamente o di farvi rientro. Ed è così che, quando ormai avevamo quasi perso le speranze di poter raggiungere Habibti, almeno per quest’anno, inaspettatamente ci viene offerta la possibilità di prendere uno dei rari voli “di rimpatrio” organizzati dall’Ambasciata turca a Riad su Istanbul. Dopo un po’ di incertezze sulla data di partenza ecco che un paio di giorni fa ci arriva la conferma che il 4 settembre alle 2.30 di notte partirà l’agognato aereo. Compriamo immediatamente il biglietto aggiungendo la successiva tratta interna Istanbul-Bodrum Milas. Per l’ingresso in Turchia non è richiesto nessun test che confermi la negatività al Covid. Al momento del check-in ti viene semplicemente rilevata la temperatura corporea. Saliamo sull’aereo della Turkish accolti dal personale di bordo che indossa una tutta bianca con tanto di cappuccio, guanti, mascherina e visiera. Abbiamo l’impressione di salire sul Transcontinental Express di Cassandra Crossing. Abbiamo comprato due biglietti in business dove le distanze sono maggiori. Una precauzione forse inutile, ma tanto vale. Seduti ai nostri posti, benché in un’atmosfera surreale, non ci pare vero che fra poche ore rivedremo la nostra amata barchetta. L’abbiamo lasciata al cantiere Yat Lift di Bodrum lo scorso ottobre, quindi quasi un’anno fa. Mai eravamo stati tanto tempo lontani da lei. Durante il viaggio dormo profondamente e mi sveglio pochi minuti prima dell’atterraggio. L’aeroporto di Istanbul è deserto. Lunghissimi corridoi vuoti. Un’atmosfera davvero desolante. Il poliziotto del controllo passaporti ci mette il timbro di ingresso e ci dirigiamo velocemente al “gate” dove alle 6.30 ci imbarcheremo per Milas-Bodrum. Abbiamo poco tempo a disposizione per prendere la coincidenza, ma arriviamo in tempo. Sulle linee interne le precauzioni prese dal personale di bordo si limitano alla mascherina e ci sembra di essere ritornati ad un mondo un po’ più normale, visti i tempi. Alle 8 ritiriamo il nostro bagaglio che vediamo apparire con soddisfazione sul nastro degli arrivi internazionali. Usciti dal terminal prendiamo un taxi che imbocca la strada a quattro corsie e tutta a curve in direzione Bodrum. Dopo quasi un anno trascorso tra le brulle montagne dell’Afghanistan e il deserto dell’Arabia Saudita ci fa impressione vedere intorno a noi tanta lussureggiante vegetazione che si spinge fino a ridosso del mare. Allo Yat Lift siamo accolti al cancello d’ingresso da un custode in mascherina che ci prende la temperatura. Poi ci dirigiamo verso gli uffici amministrativi dove lasciamo il bagaglio e immediatamente dopo andiamo a vedere Habibti che da mesi ci aspetta nel suo invaso. A Mustafa, il direttore tecnico del cantiere, avevo chiesto di non far dare l’antivegetativa e di non lucidare lo scafo. Useremo la barca solo per qualche settimana prima di rimetterla a terra nuovamente per l’inverno e quindi ho deciso di rinviare queste operazioni all’anno prossimo. Rivedere Habibti è un’emozione. A bordo è tutto abbastanza in ordine, tenuto conto di tutti i mesi trascorsi e del fatto che il motore è stato rimosso per poter cambiare la guarnizione del piede dell’elica. C’è qualche segno di grasso sul paiolato lasciato dai meccanici e un po’ di polvere ovunque. Un senso di trasandatezza al quale non siamo abituati. È proprio vero che anche le barche si perdono a terra. Mi riprometto di rimettere tutto a posto al più presto, anche se siamo veramente molto stanchi. Una stanchezza accumulata in tutti questi mesi di lavoro e di tensione. Prima di mettere Habibti in acqua dobbiamo anche rinnovare il transit log, scaduto ormai ad aprile. Se ne occuperà il cantiere, ma quello nuovo non potrà esserci consegnato prima di domani. Inoltre, ci dicono, da alcuni mesi la guardia costiera per rinnovare il documento vuole vedere anche la barca. Una nuova regola che finisce con l’allungare i tempi e complicare la procedura, visto che dovremo portare la barca al molo antistante i loro uffici, limitrofi al porto. Con il passare delle ore, mentre cominciamo a mettere in ordine a bordo, il caldo aumenta. Verso le 14 decidiamo per una pausa. Pranziamo in un piccolo ristoro accanto al cantiere. È a gestione famigliare, con menù fisso ed è frequentato dagli operai dei cantieri limitrofi e da qualche camionista. Ci offrono della carne di agnello, patatine fritte e insalata. Due porzioni enormi che si rivelano ottime e che accompagniamo con due Efes gelate. Dopo pranzo ritornare a piedi in cantiere, sotto il sole cocente e con la mascherina su naso e bocca ci da il colpo di grazia. Decidiamo quindi di rinviare a domani il resto dei lavori a bordo e di andare in centro con un taxi per cambiare un po’ di euro in lire turche e confermare al Marina che arriveremo l’indomani. Ne approfittiamo anche per comprare una lampada da utilizzare in pozzetto la sera e per acquistare un paio di linee telefoniche ed internet per i-pad e telefono. Il taxista che ci accompagna ci riconosce in quanto era lo stesso che lo scorso anno ci aveva trasportati nell'identico tragitto. Si chiama Tamer e conversando ci ricorda di non dimenticarci di fare il test per il Covid ventiquattro ore prima della nostra partenza in quanto questo è necessario per poter prendere l’aereo di ritorno. Ci fornisce anche l’indirizzo di dove poterlo fare: una clinica nella quale lavora sua sorella. Buono a sapersi e gentile da parte sua. In città c’è molta meno gente rispetto allo scorso anno. Pochissimi gli stranieri, in prevalenza russi. Tra caldo e stanchezza giriamo come sonnambuli. Cambiati i soldi alla Posta ritorniamo in barca, facciamo una doccia e ci scaraventiamo a letto. Siamo veramente distrutti e non ci pare ancora vero di essere, dopo tanti mesi, nuovamente sulla nostra adorata barchetta.

(Giornale di bordo)

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