Ci sono la luce, la nebbia e poi le isole. Ogni isola è un mondo a sé. Galleggiano, scivolano, scompaiono, si sparpagliano. Sembrano piccoli universi. A volte si sfaldano, macchie di isole disperse dal vento. Cosa collega le une alle altre? Le vie del mare. La scia delle navi le riunisce come perle sfilate di una collana. Il marinaio circola tra i relitti. Quando l’aria è ferma, sembrano animali, o picchi di un massiccio di cui il mare ha inondato le valli. Sulla loro superficie la vegetazione è rada: i Greci hanno lasciato le loro isole alle capre, che se ne nutrono. Ognuna difende la sovranità di un mondo, di uno splendido impero flottante in miniatura, con i suoi animali, i suoi dei, le sue regole e i suoi mestieri. Certe mattine scompaiono nella bruma, poi tornano a stagliarsi nell’aria limpida. Come lampi. Basta aver soggiornato qualche tempo su una briciola cicladica spazzata dal vento, tra i suoi giochi di luce, per soffrire la solitudine. L’isola racchiude nella sua membrana, si erge a mondo a sé stante. I vicini diventano stranieri. Le isole spiccano in lontananza, inaccessibili, separate da pericolosi canali. Ognuna nasconde un doloroso segreto.
(Sylvain Tesson, Un’estate con Omero)

Queste parole di Tesson toccano un punto che, per chi ama davvero le isole, è difficile spiegare a chi le considera semplicemente destinazioni di vacanza. Un’isola non è soltanto un pezzo di terra circondato dal mare: è un piccolo mondo che proprio grazie a quel mare ha avuto il tempo di costruire un carattere proprio.
RispondiEliminaÈ una sensazione che in Grecia ritrovo continuamente. Due isole possono essere separate da poche miglia eppure, appena scendi dal traghetto, cambiano quasi tutte le coordinate. Cambiano il paesaggio e l’architettura, naturalmente, ma anche la cucina, le feste, certe parole, il ritmo delle giornate e persino il rapporto degli abitanti con il mare. Nelle Cicladi è evidentissimo: passi da un’isola all’altra in un’ora e hai la sensazione di essere arrivato molto più lontano.
Ed è proprio questo che continua ad appassionarmi dopo tanti viaggi in Grecia. Non riesco mai a pensare a un’isola come a un luogo semplicemente “visto” e archiviato. Ce ne sono alcune nelle quali torno e ogni volta finisco per scoprire qualcosa che la volta precedente mi era sfuggito; altre che magari conoscevo soltanto per nome e che, una volta raggiunte, hanno completamente ribaltato l’idea che me ne ero fatto.
Poi c’è il momento dell’arrivo, che per me conserva ancora qualcosa di speciale. Vedere dal traghetto una costa che lentamente prende forma, riconoscere la Chora, il porto, una montagna o semplicemente le prime case e pensare che da lì comincerà un altro piccolo viaggio. E anche la partenza ha un suo rituale: l’isola che si allontana dalla poppa e diventa sempre più piccola fino a tornare a essere quel punto nel mare che era qualche giorno prima.
Forse è proprio per questo che continuo ad amare così tanto le isole greche. Sulla carta sembrano frammenti dello stesso arcipelago; quando le vivi, scopri che ognuna pretende di essere conosciuta per conto proprio. E quando pensi di averne finalmente capita una, quasi sempre ti lascia almeno una buona ragione per tornare.
È proprio così.
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