CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







mercoledì 31 agosto 2022

martedì 30 agosto 2022

Berezan’


 

Le rotte che non possono essere tracciate fanno male. Quelle che non possono più essere percorse sono letali.


(Simone Perotti, Atlante delle isole del Mediterraneo)

giovedì 25 agosto 2022

Lošinj


 

Si corre da piccoli, cioè all’inizio, perché correre non si fa con le gambe, semmai col cuore, come sentire il vento, non è cosa che puoi imparare del tutto, la sai, cioè ci nasci, magari perché qualcuno apre la finestra proprio mentre vieni al mondo, e al primo respiro ingurgiti corrente d’aria, ritrovandola poi tra isole e canali, come avessi un senso per le raffiche, un sentimento per le bave leggere o i colpi di vento, e se nasci nel Quarnero ce l’hai di più, perché quella fessura di finestra aperta mentre venivi alla luce ha fatto passare ben più di una bava, forse una bora, fatto sta che ci sono posti nel mondo dove appena sai stare su due gambe senza troppo cadere ti ritrovi su una barca, e prima che tu abbia capito che il sole sorge vedi sorgere una vela bianca.


(Simone Perotti, Atlante delle isole del Mediterraneo)

giovedì 18 agosto 2022

Sveti Ivan (e lo “scoglietto” di Sveti Petur)


 

E comunque tu non c’eri ancora, dunque come siano andate le cose non lo sai. Le tue ironie su questa notizia puoi risparmiartele. Dovrei farle io, semmai, che le ho viste capitare una a una, ma come vedi non dico niente. Che le ossa ritrovate in quella cassetta siano o no del santo Giovanni Battista, decapitato da Erode per la lugubre libidine di quella Troia di Salomé, tu non lo sai, perché il giorno in questione, tanto tempo fa, non eri nato, e io francamente speravo non saresti nato mai. Mi ci mancava un terremoto quasi duecento anni fa… Non ti dico la sorpresa quando dopo il caos ti ho visto sotto dalle acque. Per me sei uno scoglio, tra l’altro, e se qualcuno ti ha chiamato Isola di San Pietro, dandoti un ruolo geografico che tu insisti a sottolineare, a me non frega proprio niente. Non è che se uno scoglietto quello lo chiami Sicilia quello diventa più grande, eh… Vedi, non sai neanche cos’è la Sicilia, la più grande di tutte noi, sei di un’ignoranza giustappunto abissale… Potresti almeno essere umile, silenzioso, e ascoltare. Sopporto già male la tua presenza, piccolo, inutile, e come tutti i giovani sfrontato e irriverente. Tu eri qui quando arrivarono i Traci, i primi a mettermi piede addosso? No, non sai neanche chi siano i Traci, dunque non sai cosa ti sei perduto. No, non ho voglia di raccontartelo, tanto meno stamattina, con questo scirocco così inusuale da queste parti, che mi solletica la schiena e fa sbadigliare tutti i mitili che ho attaccati alle rive. E poi cosa dovrei raccontarti? Non sai cosa sia un esercito, non sapresti quindi apprezzare l’organizzazione dei Romani, hai visto solo qualche militare bulgaro, tu, quelle divise verdi così mal fatte, quegli stivalacci di cuoio e la sciatta cialtroneria della modernità. I Romani… loro sì che erano eleganti, tutti uguali, perfettamente ordinati, mantelli viola per la guardia scelta, rossi per gli ufficiali, e si muovevano come un sol uomo, mi pestavano la schiena con quella forza tipica della civiltà umana nelle epoche in cui crede in qualcosa. Solo per raggiungermi costruirono chiatte enormi, e vi misero sopra perfino delle vele per coprire la minima distanza che mi divide dalla terraferma. Un lavoro così meticoloso per raggiungere un isolotto da niente come me… Tu ridi, senza neppure renderti conto che sei una superficie irrisoria, nato ieri geologicamente parlando. Ma riderò io quando per secoli ti accorgerai di restare solo, senza neanche un bagnante tuffarsi in mare dalle tue stupide rocce. Riderò, e tu piangerai, perché non hai ancora capito quanto è triste il destino delle isole, sole nel mare. Io ho temuto per ere lunghissime che nessuno mi raggiungesse. Ho visto muoversi i primi animali mastodontici, poi sono stata collegata al continente durante la glaciazione, tanto da dimenticarmi di essere separata. E quando tutto si è sciolto, per millenni ho osservato con cupidigia i primi uomini sulla costa. Ecco perché ne parlo, perché la gioia dell’arrivo dei Traci me la ricordo, sentivo i loro cuori attraverso le palme dei piedi scalzi sui miei prati, il profumo dei loro arrosti di coniglio o di pesce. E la magnificenza dei Romani, come ti dicevo, la loro bellezza e simmetria. Mi costruirono perfino un faro, rimasi di stucco, una costruzione elegante, tutta fatta con le mie pietre, e quella luce di notte che mi teneva compagnia. Qualunque nave transitasse mi vedeva! E non sai quante sberle in meno mi sono presa, quanti naufragi addosso ho evitato. Anche un tempio ad Apollo ho avuto! Statue di bronzo alte 15 metri, e perfino i monaci cristiani sono arrivati, con i loro canti affascinanti del mattino e della sera. Una basilica, le celle dei monaci, un palazzo e le mura fortificate. Fu l’epoca di maggior splendore, facevo un figurone vista a distanza. Qui arrivava gente, mica come oggi. Darei qualsiasi cosa pur di vedere anima viva, e se tu oggi hai almeno la possibilità di vedere gli aerei in cielo, le navi veloci che sbuffano e avanzano anche contro la burrasca, i motoscafi che fanno sci d’acqua d’estate, non saprai mai cosa siano la solitudine e l’orgoglio. Io ebbi paura solo quando arrivarono gli Ottomani, nel XV secolo. Spaccarono tutto, buttarono giù la basilica, mura, quel che restava del farò, sparsero pietre dovunque, mi bruciò il dorso di roghi per giorni e giorni, tornai una landa semideserta. Una devastazione senza pari. Quando se ne andarono, me lo ricordo bene, mi parve d’impazzire. Il silenzio assoluto me lo ero dimenticato. Che tristi giorni per me. Altrove lo chiamarono Rinascimento, ma qui non si vide rinascere niente. Semmai morire… Ci furono altri anni di vita e di avventure, non lo nego. I pirati Cossacks mi stavano simpatici, lo devo ammettere. Erano assassini e veri manigoldi, ma tutte le sere facevano festa, i fuochi mi riscaldavano, adoravano spassarsela con le donne che rapivano in giro, e direi che alcune di loro, che pure facevano quelle “ no, no, no…”, alla fine se la godevano. Forse sono superficiale, ma ho sentito che qualunque cosa è meglio della noia, dei giorni senza tempo. Non era così anche per me? Meglio violentata dagli eserciti che abbandonata a vagare per la mia immobile solitudine. E infatti di combattimenti ne ho visti, fino all’ultima guerra turco-russa. Poi, la notte del cataclisma, a metà Ottocento, quando sei venuto fuori senza che nessuno te lo chiedesse. Un bel terremoto, e un maremoto che quasi mi ha coperta d’acqua. Di sommovimenti terrestri ne ho vissuti tanti, e ammetto che mi piacciono da morire: ti sembra di muoverti, e di mezzo metro in effetti ti sposti. Provi la gioiosa letizia di navigare, come dovessi salpare per chissà dove. Non c’è niente di più affascinante di un centimetro di movimento per chi è condannato da sempre all’immobilità. Ad ogni modo, rievocare con te quel che tu non hai le categorie per apprezzare è inutile. Ora questa notizia che il tipo che mi seppellirono addosso potrebbe essere addirittura San Giovanni Battista a me riempie d’orgoglio. Che si trattasse di lui, quando me lo portarono già stecchito, solo ossa e polvere, io non lo avevo compreso. Mi parve una cerimonia piuttosto sobria, e mi sa tanto che questi archeologi si sbagliano. Ma non m’importa, come non importa a loro alla Chiesa. Verranno studiosi, porteranno macchinari, ci sarà da divertirsi. E poi sono finita già sui giornali, c’è la mia foto su centinaia di siti internet. Cosa sia internet te lo spiego un’altra volta. Ti faccio solo notare che se qualcuno ti conosce lo devi a me. Non fosse altro che per questo, dovresti mostrarmi un po’ di gratitudine. Ma che ci parlo a fare con uno scoglietto…


(Simone Perotti, Atlante delle isole del Mediterraneo)

domenica 14 agosto 2022

Meganisi


 

La prua smise di alzare onda nell’olio a specchio del mare. Il ketch barcamenò per qualche istante, compì la sua voluta. L’ancora piombò in acqua, seguita dal disordine della catena libera. Poi tornò il silenzio. Si avvicinò un pescatore, fece segno che c’erano le reti a chiudere la baia, di fare attenzione in uscita. Parlottarono, si sorrisero, dialoghi tra marinai, sempre essenziali.


(Simone Perotti, Atlante delle isole del Mediterraneo)

giovedì 4 agosto 2022

Milos


La nave correva a vele piene, un rischio con quel vento. Accostò a sud, sfiorando gli scogli. C’è qualcosa di feroce in una nave che trova riparo. A bordo filavano cime, remi fuori, per evitare di ribaltarsi. L’isola intera si fermò. Compirono una manovra perfetta. Che uomini erano quelli, così arditi e bravi? Il leone alato, sulla bandiera, spiegava tutto. 

(Simone Perotti, Atlante delle isole del Mediterraneo)

venerdì 29 luglio 2022

Kyra Panagia


Erano forse le otto e mezza quando la palla rossa si è tuffata dietro l’ultimo volo di gabbiano, e nel mare di fronte alla spiaggia di Planitis non ci siamo quasi più visti l’un l’altro. C’era silenzio. Le luci in testa d’albero erano tutte spente. L’immobilità dell’aria faceva un po’ sudare, ma consentiva di cogliere il fruscio impercettibile delle chiglie e quello lontano della spiaggia, protetta dall’insenatura che ne custodiva il segreto.

(Simone Perotti, Atlante delle isole del Mediterraneo)

martedì 26 luglio 2022

Sogni e speranze

 


Il mare concederà ad ogni uomo nuove speranze, come il sonno porta i sogni.


(Cristoforo Colombo, Pensieri)

lunedì 18 luglio 2022

Il ritorno



Venne l’ora di salpare salimmo sulle navi e manovrammo verso meridione. Io per primo presi il mare. Infilai la mia nave nella strettoia fra l’Eubea e Andros. La velocità della corrente e del vento, già molto alta, aumentava nello stretto. Vedi ridurre la vela e mettere i remi in acqua per meglio governare. Il sole era già alto quando uscimmo di nuovo in mare aperto. Contai le mie navi, che procedevano in linea obliqua, come il mandriano conta le proprie giovenche quando le riporta nel recinto dopo il pascolo. C’erano tutte e questo era già motivo di sollievo. Feci di nuovo spiegare la vela e potei rendermi conto che ogni mia manovra veniva ripetuta uguale dal resto della flotta. Al tramonto vidi sulla mia destra il capo Sunion, ma non c’era modo di accostare per il pericolo degli scogli. Procedemmo verso meridione mentre il sole cominciava a scendere alla nostra destra verso  le creste dei monti e il vento rinforzava. Ci precipitammo alle manovre io, Euriloco, Perimede e Antifo il nocchiero; cercavamo di controllare la velocità delle nostre navi e la direzione, di calcolare il tempo che ci separava dall’arduo passaggio. Conveniva cercare un approdo prima che facesse buio e ripartire la mattina seguente o era meglio procedere spediti, anche di notte, per giungere a capo Malea e doppiarlo, lasciandoci alle spalle l’ostacolo una volte per tutte? Quest’ultimo mi parve il consiglio migliore. Avremmo navigato di notte con il braciere acceso, attenti alle stelle per non perdere la rotta e attenti al vento e alla sua direzione, la vela ridotta della metà. Gli altri, dietro, avrebbero  dovuto soltanto seguirci. Restava inteso che giunti in vista del capo avremmo disalberato e saremmo passati sotto il promontorio a forza di temi, risalendo dall’altra parte. Io già vedevo la manovra ben congegnata e mi pareva già di sentire il vento diminuire di velocità dopo il superamento del capo, la temperatura dell’aria farsi più mite, le onde più calme. La fermata successiva sarebbe stata Pilo, al sicuro nella baia riparata. Ma il vento, anziché calmarsi, aumentava di intensità. La vela si strappò e dovemmo sostituirla con grande sforzo. Per tutta la notte nessuni di noi dormì, restammo ai posti di manovra, a scrutare il cielo e sostenerci l’un l’altro sulle decisioni da prendere. Poi il cielo si coprì di nuvole alte e sottili, le stelle scomparvero, e da quel momento tenemmo lo sguardo fisso verso terra per vedere se apparisse qualche luce, un casolare, il bivacco di un pastore a rassicurarci che la costa era vicina e che non ci stavamo allontanando. Ma non vedemmo altro che buio, non udimmo altro che la voce del mare che non dorme mai. Spiavo allora a oriente, alla nostra sinistra, aspettando con angoscia crescente il primo barlume dell’alba. L’unica vista che mi confortava era a settentrione, dove i bracieri delle mie navi tracciavano nell’oscurità una rossa, obliqua linea di fuochi sull’acqua. Quando il cielo si rischiarò non aveva stelle e neppure luna, su di noi c’era soltanto una volta biancastra, il vento era più freddo e più forte: eravamo nel mezzo di una tempesta. Lo scoramento mi invase, gli dei mi respingevano ancora lontano dalla mia meta. Mi riscosse la voce di Antifo, colma di tristezza. “Wanax” disse, “dove siamo?” Da qualunque parte guardassimo non si vedeva nulla. La punta di capo Malea, se pure si ergeva ancora da qualche parte, doveva essere invisibile, lontana, perduta, chissà per quanto tempo! Avevo tanto sperato, tanto sognato l’isola mia, la casa, la famiglia, le avevo sentite così vicine che quasi avrei potuto toccarle. Mi venne in mente il giorno in cui mio padre mi aveva portato al largo, nel punto in cui tutte le terre sparivano, in cui solo la distesa del mare si estendeva in ogni direzione all’infinito e il sole martellava con i suoi raggi evocando plettri di luce che danzavano sull’acqua immota. Il mare, tutto attorno a noi, era vuoto.

(Valerio Massimo Manfredi, Il mio nome è Nessuno - Il ritorno)

venerdì 15 luglio 2022

Anima


Doppiavamo il Sunion, costeggiavamo l’Eubea. Passammo vicini alla baia di Iolco, vedemmo in lontananza biancheggiare la città ed ergersi sul colle il palazzo di Pelia e mi chiesi dove fosse allora la nave Argo che aveva conquistato il vello d’oro in Colchide, ai confini del mondo. Forse giaceva coricata su un fianco come un cetaceo spiaggiato, i mitili ne incrostavano la chiglia, la gente ne tagliava l’albero e i parapetti per farne legna per l’inverno. Troppo grande, costruita e fatta per uomini troppi grandi. Ormai inutile. “Io credo che le navi abbiano un’anima, lo sai ?” dicevo. “Cantano nel vento, gemono nella tempesta, sussurrano nella brezza della notte, e quando esalano il loro spirito, relitti abbandonati e tristi, piangono, e la loro voce si confonde con quella delle onde e dagli occhi che hanno sulla prora scendono lacrime che si perdono nel mare”.

(Valerio Massimo Manfredi, Il mio nome è Nessuno - Il giuramento)

giovedì 7 luglio 2022

Robinson Kreutznauer


Al sesto giorno di navigazione penetrammo nella rada di Yarmouth. A causa del vento contrario e della bonaccia, dopo la burrasca, avevamo percorso ben poca distanza. Qui fummo costretti a gettare l’ancora, e poiché il vento continuava ad essere contrario, e cioè a soffiare da sud-ovest, restammo alla fonda per sette o otto giorni, durante i quali innumerevoli navi provenienti da Newcastle entrarono nella rada, che è il rifugio consueto ove temporeggiare in attesa del vento favorevole, per imboccare l’estuario del Tamigi e risalire il fiume. Non ci proponevamo certo di restare ancorati per tanto tempo e avremmo risalito il fiume con la prima marea; ma il vento era troppo impetuoso e dopo quattro o cinque giorni di sosta si mise a soffiare con molta forza. Nondimeno, siccome la rada era reputata sicura come un porto, l’ancoraggio saldo e gli ormeggi molto robusti, i nostri uomini non se ne davano pensiero: non avevano timore di eventuali pericoli e trascorrevano il loro tempo a oziare e divertirsi, secondo le buone abitudini marinaresche. La mattina dell’ottavo giorno il vento si abbatté con raddoppiata energia e tutti gli uomini furono mobilitati per ammainare gli alberi di gabbia e restringere ogni superficie, in modo che la nave non avesse eccessiva difficoltà a restare agli ormeggi. Poi, verso mezzogiorno, il mare si era gonfiato a tal punto che la nave, con la prua semisommersa, iniziò ad imbarcare acqua, tanto che, un paio di volte, avemmo l’impressione che l’ancora si fosse sganciata dal fondo. Fu allora che il Comandante ordinò di gettare l’ormeggio di emergenza e così rimanemmo assicurati con due grappini a prua e le gomene filate per tutta la lunghezza. Da quel momento si scatenò una burrasca veramente spaventosa, ed io vidi che la paura e lo sgomento si dipingevano persino sul volto dei marinai. Anche il capitano, sebbene fosse impegnato con tutte le sue energie a salvare la nave, mentre entrava e usciva dalla sua cabina che era accanto alla mia, mormorò ripetutamente: “Signore, abbi pietà di noi, siamo perduti, questa è la fine!” Proseguendo con altre simili invocazioni. Durante la concitazione di queste prime manovre, io me ne rimasi come imbambolato, chiuso nella mia cabina a poppa, e davvero non saprei dire in quale stato d’animo mi trovassi. Non potevo certo recitare la parte del pentimento che avevo deliberatamente respinto e contro il quale mi ero corazzato; cosicché finii con il pensare che, anche in questa occasione, avrei sconfitto il terrore della morte e che tutto si sarebbe risolto in nulla, come la prima volta. Quando però, come ho già riferito, sentii dire dal capitano, che eravamo tutti perduti, fui preso dalla paura. Mi alzai, uscii dalla cabina e volsi lo sguardo intorno. Non avevo mai visto uno spettacolo così terrificante: ogni tre o quattro minuti, montagne d’acqua si alzavano dal mare per poi frangersi contro di noi; e spingendo lo sguardo più lontano non vidi altro che rovina e desolazione. Due navi ormeggiate a breve distanza avevano dovuto mozzare gli alberi all’altezza del ponte per ridurre il peso, e nello stesso momento i nostri uomini gridavano che un’imbarcazione, a circa un miglio da noi, era colata a picco. Le navi più leggere se la cavavano meglio, perché risentivano meno della violenza del mare; alcune tuttavia andavano alla deriva e sfilarono davanti a noi con la sola vela di bompresso spiegata a difesa dal vento. Verso sera il secondo e il nostromo chiesero al capitano l’autorizzazione a tagliare l’albero di trinchetto, ma questi si dimostrò riluttante; e solo quando il nostromo gli disse che, se avesse insistito nel rifiuto, la nave sarebbe affondata, il capitano accordò il suo permesso. Ma quando l’albero di trinchetto fu abbattuto, l’albero di maestra si trovò allo scoperto; cosicché la nave subiva paurosi contraccolpi e fu necessario tagliare anche quest’ultimo è fare piazza pulita sul ponte. Nessuno stenterà ad immaginare in quale stato io mi trovassi in simili frangenti, poiché, come marinaio, avevo scarsissima esperienza e pochi giorni prima avevo sopportato quel terribile spavento. Ma se mi è lecito esprimere, a distanza di tanto tempo, i sentimenti che provai in quel momento, il mio animo, per il fatto di aver abbandonato le giudiziose conclusioni alle quali ero pervenuto e di essere tornato ai miei sciagurati propositi, era in preda ad un orrore dieci volte più forte che se fossi stato al cospetto della Morte in persona.

(Daniel Defoe, Robinson Crusoe)

giovedì 30 giugno 2022

Marina


L’alba vinceva l’ora mattutina che fuggia innanzi, sì che di lontano conobbi il tremolar de la marina.

(Dante Alighieri, Divina Commedia)

martedì 21 giugno 2022

Blu


 

Mio blu -dicevi-

mio blu.

Lo sono.

E anche più del cielo.

Ovunque tu sia

io ti circondo.

(Janis Ritsos, Poesie)

lunedì 16 maggio 2022

Finike


Chiuse tutte le prese a mare e messi gli spring a poppa, alle 10 arriva il taxi che avevamo prenotato. L'autista è un anziano signore dalla faccia simpatica che guida con prudenza. L'aeroporto di Antalya dista circa 120 chilometri che percorriamo godendoci il bel paesaggio, prima tra foreste e pareti rocciose e poi lungo il mare. Il nostro volo per Istanbul parte puntuale alle 15.10 e alle 20.15 abbiamo la coincidenza per Riad. Come sempre ci sentiamo il cuore piccolo piccolo e sognamo il momento, ogni anno sempre più prossimo, nel quale quando decideremo di lasciare Habibti non sarà per necessità di lavoro. Arriviamo a Riad in piena tempesta di sabbia. In auto, mentre ci dirigiamo verso casa, non posso fare a meno di contare quanti giorni dovranno trascorrere prima di rivedere Habibti. Per quanto nel complesso non siano molti, sono comunque sempre troppi e ci auguriamo che settembre arrivi presto, molto presto.

(Giornale di bordo)

domenica 15 maggio 2022

Finike


Prepariamo le valige. Verso mezzogiorno si alza un po' di vento, il che rende la temperatura più sopportabile. Anche i nostri vicini russi stanno preparandosi alla partenza. Porto a termine le ultime cose su Habibti, come togliere le scotte, passare la vaselina sul caucciù degli oblò e degli osteriggi, pulire a fondo il bagno. Pranziamo all'ombra del tendalino: burro e acciughe spalmati sul pane. Facciamo anche un ultimo giro in città, ma fa davvero troppo caldo. Così ci sediamo all'ombra ad uno dei tavolini del bar del porto bevendoci due birre fresche. Era, la figlia piccola del proprietariuo del locale gioca a lungo con Tania. E' affascianata dal suo cappello di paglia. Ha due begli occhi azzurri e i capelli biondi. Tornati in barca faccio il pieno d'acqua e prima di andare a letto finiamo l'ultimo vasetto di uova di lompo con una bottiglia di vino bianco fresco. Domani si parte per Riad.

(Giornale di bordo)

sabato 14 maggio 2022

Finike


In mattinata mi dedico a sistemare ulteriormente la barca. Copro il tender, la zattera di salvataggio, sostituisco le cime d'ormeggio con quelle più grosse dotate di ammortizzatori e metto l'apposito cover con il velcro sulla parte in plastica trasparente dello sprayhood. Con Tania sistemiamo anche il gavone di prua mettendo le nuove parti di ricambio negli appositi contenitori. Fa caldo, anche perchè in porto non c'è un alito di vento. Di malavoglia, vista la temperatura, facciamo due passi in città dove in un negozio di nautica compro alcune fascette di diverse dimensioni e, dopo averli cercati a lungo, due parasole che posiziono all'interno dei vetri dello sprayhood. Sul pontile conversiamo un poco con i due coniugi tedeschi proprietari di un Nauticat 33 ormeggiato lì vicino. Lui ha 78 anni, molto ben portati. Ci dicono che vorrebbero vendere la barca ed affittare una villetta nella zona per trascorrervi i prossimi anni. Anche loro lasceranno la barca qui durante l'estate. Da queste parti in quel periodo fa troppo caldo per godersela. Verso sera ormeggia alla nostra sinistra un Gibsea 40 battente bandiera polacca e con una famiglia russa a bordo. La skipper è la moglie che fa una manovra d'ormeggio impeccabile. Sono Dimitri e Katia e lasceranno qui la barca fino al mese di luglio. Mi metto d'accordo con Jan, uno degli ormeggiatori, affinchè dia una pulita ad Habibti di tanto in tanto e connetta il cavo delle batterie una volta ogni quindici giorni. Anche stasera ceniamo in barca. Con il buio la temperatura diventa più accettabile, anzi fa addirittura fresco tanto da doversi mettere i pantaloni lunghi ed il pail se si vuole restare seduti in pozzetto. Guardiamo le stelle sopra le nostre teste e ci assale un po' di malinconia all'idea di dover partire.
 
(Giornale di bordo) 

venerdì 13 maggio 2022

Gokkaya Limani - Finike


Lasciamo Gokkaya Limani alle 8.30. Anche la barca accanto alla nostra, un Bavaria 40 con il pozzetto centrale, è transitata sotto il cavo che attraversa il canale che separa la terraferma da un isolotto antistante. La seguiremo poco dopo. L'altezza è più che sufficiente per una barca delle dimensioni di Habibti, ma procediamo comunque con estrema cautela sapendo bene che Murphy è sempre in agguato. Dirigendoci verso est incontriamo, all'altezza di Tasbidi Burun, un porto di recente costruzione. Non è segnato sulla carta nautica né su quella del plotter. Lo riporta solo la Navionics che ho scaricato sull'I-pad. A parte l'imponente massicciata della diga foranea non c'è nulla. Al suo interno troviamo una barca a vela con la bandiera svedese alla fonda. Il porto ci ricorda tantissimo quello che trovammo ad Avsa Adasi, nel Mar di Marmara. Una sorta di porto fantasma, ma dall'eccelente qualità costruttiva. Ci chiediamo solo quale sia stato il senso di costruirlo qui, essendo i due porti di Cayagzi e Finike entrambi a poche miglia di distanza. Tutta la zona circostante è caratterizzata da bassi fondali. Arriviamo a Finike verso mezzogiorno. Prima di chiamare per radio gli ormeggiatori del Marina facciamo il pieno di gasolio. Terminata questa operazione gli ormeggiatori ci indirizzano verso il pontile A al posto numero 17. Ormeggiamo accanto ad una vecchia barca a vela in ferro dall'aria un po' trasandata. Mentre stiamo ancora sistemiamo le cime si presenta Uve, un gioviale signore tedesco con i capelli bianchi raccolti a codino e proprietario di un Moody 37 ormeggiato poco più in là. Ci da qualche utile indicazione sul Marina e sulla città. La buona notizia è che nel Marina non vi sono compagnie di charter. Il che significa un po' di tranquillità. C'è invece un'ampia comunità di pensionati che lasciano qui ormeggiate le loro barche, su cui trascorrono la maggior parte dell'anno. Sono per lo più tedeschi, ma c'è anche qualche inglese. Conosciamo anche Simon, un australiano che vive a bordo del suo 53 piedi autocostruito con il quale è arrivato qui da Brisbane un paio di anni fa. Completate le formalità al Marina comincio a portarmi avanti con i lavori per sistemare la barca in vista della nostra partenza. Lavo per bene la coperta, le cime e il tender. La sera facciamo una passeggiata lungo i pontili. Vi troviamo altri tre Hallberg Rassy: un 352 con il teak piuttosto malandato e due 53 piedi di cui uno tenuto molto bene. Una gran bella barca. Appena il sole tramonta la temperatura scende di diversi gradi. D'altra parte Finike è circondata da alte montagne su alcune delle quali, nonostante la stagione avanzata, c'è ancora la neve. Facciamo una doccia nei bagni impeccabili del Marina e ceniamo in barca. Siamo arrivati sani e salvi a destinazione.
 
(Giornale di bordo) 

giovedì 12 maggio 2022

Uçagiz - Gokkaya Limani

 

Al momento di alare la catena questa risulta incrostata di un fango spesso e colloso che rischia di bloccare il salpa ancora. Mi ci vuole un bel po' per pulirla in modo un po' improvvisato avvalendomi del bugliolo che riempio ogni volta con acqua di mare. Per fortuna gli ultimi venti metri sono un po' più puliti e riusciamo a salpare verso le 9. Usciti dalla baia di Ucagiz sfiliamo davanti all'abitato di Cas con il sovrastante castello. Non riesco ad individuare il pontile dove anni fa avevamo ormeggiato con Nausicaa. La baia è intasata di barche turistiche e quindi decidiamo di proseguire. Passiamo davanti anche a Gamidiye Koyu, un'insenatura divenuta famosa per aver offerto nascondiglio nel febbraio del 1913 all'Hamidiye, una nave da guerra ottomana che da Beirut stava recandosi in Egeo durante la guerra balcanica. Il suo comandante, Huseyin Rauf, è stato riconosciuto eroe nazionale. Poche miglia più avanti entriamo in Gokkaya Limani dove troviamo qualche barca alla fonda. Anche questa baia è molto bella. Su una delle isolette che la circondano in passato era stata aperta una discoteca che poi è stata chiusa. Se ne vedono ancora il pontile e alcuni edifici ormai fatiscenti. Per potervi fare arrivare la corrente elettrica dalla terra ferma all'isolotto era stato fatto passare un cavo sostenuto da due tralicci. Riesco ad individuarlo con  il cannocchiale. A tale proposito, il portolano riporta notizie un po' confuse riguardo alla possibilità o meno di transitare con una barca a vela nel canale sottostante. L'altezza del cavo è difficilmente valutabile. Telefoniamo al Marina di Finike per confermare il nostro arrivo, poi  un altro paio di telefonate ad Ozgur e Farouk per ringraziarli e salutarli prima della nostra imminente partenza. La giornata trascorre tranquilla. Un paio di barche con dei turisti a bordo si fermano nella baia per consentirgli di fare il bagno. Ci buttiamo in acqua anche noi. E' ancora un po' fredda, ma dopo un po' ci si abitua. Verso sera, mentre siamo in pozzetto, vediamo una barca a vela delle dimensioni di Habibti passare sotto il citato cavo elettrico senza problemi. Bene! Ciò ci consentirà di accorciare un poco il tragitto domani mattina. Questa sarà l'ultima sera che trascorreremo in rada in questa "discesa" nel Mediterraneo orientale. Quando avevamo lasciato l'Italia qualche anno fa l'idea era di replicare il viaggio per mare fino a Beirut. Tuttavia, l'attuale situazione politica in Libano ci suggerisce di non andare fino a laggiù, anche se di qui mancherebbero soltanto 300 miglia. La nostra puntata in Medioriente si fermarà a Finike. Poco male. Da settembre navigheremo ancora, ma verso Occidente. Intanto un grazie ad Eolo, alla nostra amata Habibti e al meraviglioso tramonto che questa sera sembra esserci stato appositamente regalato per suggellare questo momento.

(Giornale di bordo)

mercoledì 11 maggio 2022

Karaloz - Uçagiz


Ci svegliamo alle 5.30 e anche se le miglia che vorremmo percorrere sono poche partiamo poco dopo l'alba. I colori del sole che sorge dal mare sono uno spettacolo. Nel pomeriggio il vento dovrebbe rinforzare e il miglior ridosso per oggi ci pare essere Ucagiz, una baia a cui si accede attraverso uno passaggio segnalato da due boe e che si trova all'interno del golfo di Kekova. Di qui, nel 2004 e nel 2005 eravamo partiti per raggiungere Cipro e poi proseguire per Beirut. In quel periodo c'erano un paio di pontili sgangherati di fronte a due trattorie. Oggi, le trattorie sono sempre quelle, ma i pontili sono stati completamente rifatti e allungati tanto che, dove una volta ci stavano a malapena tre o quattro barche ormeggiate all'inglese, ora vi è un'impressionante fila di caicchi, tutti ormeggiati l'uno accanto all'altro. Diamo fondo non lontani dall'abitato. Sono solo le 7 del mattino e abbiamo tutto il tempo per scendere a terra e fare una passeggiata prima che arrivi l'attesa sventagliata. L'abitato di Ucagiz non è molto cambiato. Hanno asfaltato la strada per raggiungerlo e restaurato qualche casa, ma nel complesso non ha perso le sue caratteristiche di tradizionale villaggio turco. Nei pressi del nuovo pontile facciamo la conoscenza di Ademi, un signore che parla un buon italiano e che ci dice che ormai di italiani da queste parte se ne vedono ben pochi. Contrariamente agli anni '90, quando nel mese di agosto pare ne venissero tantissimi. A suo avviso ciò dipende dalla cattiva immagine che ormai la Turchia ha assunto all'estero a causa della sua controversa classe dirigente. Un opinione che qui sono tanti a condividere. Ci sediamo a bere un té alla "Fish House Pensyon", un alberghetto in riva al mare restaurato da poco. Una vera chicca. Fatta un po' di spesa al supermercato ritorniamo su Habibti. Pranziamo con uova sode, pomodorini e una frittata di zucchine e cipolle. Verso mezzogiorno arriva il vento previsto, che aumenterà nel corso del pomeriggio. L'ancoraggio diventa un po' scomodo. Per questo ci spostiamo un po' più verso il fondo della baia. La profondità decresce man mano che avanziamo e alla fine decido di non inoltrarmi oltre dando fondo in 5 metri d'acqua. Solo il mattino successivo scopriremo che per raggiungere il fondo della baia occorre tenersi molto vicini alla sua costa meridionale, dove il fondale è leggermente più profondo. Anche oggi nel pomeriggio sulle montagne circostanti si accumulano delle nuvole che minacciano pioggia. Poi il vento gira a nord-est e queste si allontanano. In serata ritorna nuovamente la calma.
 
(Giornale di bordo)

martedì 10 maggio 2022

Polemos Buku - Karaloz


Notte trtanquilla. L'offshore che ieri sera aveva ormeggiato ad uno dei pontili è partito presto. Abbiamo sentito il rumore sordo dei suoi potenti motori passarci accanto al minimo della velocità. Oggi ci trasferiremo a Karaloz, un fiordo sulla costa meridionale di Kekova Adasi. Usciamo dal golfo attraverso il passagio ad ovest. Ci segue a poca distanza un catamarano che inizialmente pensiamo essere diretto nella nostra stessa destinazione, ma che invece proseguirà verso Finike. Procediamo parallelamente alla costa lasciando una meda che segnala bassi fondali sulla sinistra. Meno di un'ora dopo entriamo nel fiordo. Nel suo braccio occidentale troviamo alla fonda con le cime a terra tre barche a vela. Noi diamo fondo nella piccola insenatura rivolta a nord-ovest, dove non c'è nessuno, in 8 metri d'acqua calandone 35 di catena e portando due cime a terra. Il luogo è un incanto. Facciamo un breve giro sul tender a remi scambiando due parole con una giovane signora a bordo di una delle tre barche in rada. Il marito sta pulendo la carena indossando una muta da sub. Ci verranno a salutare nel pomeriggio. Sono Renato e Connie, una coppia brasiliana che ha comprato la barca in Croazia e che vive a bordo. Hanno con loro un simpatico barboncino. Ricordo di averli visti lo scorso anno quando erano alla fonda accanto a noi davanti al castello di Bodrum. Si affacciano nel fiordo una barca a vela con bandiera tedesca e il gommone della Gendarmeria. Entrambi fanno un rapido giro e se ne vanno. Oggi soffia un leggero vento da nord-ovest. Teoricamente nel punto in cui siamo ormeggiati dovremmo essere perfettamente ridossati, ma il vento fa uno strano giro e lo prendiamo leggermente al traverso. Mentre stiamo pranzando arriva un'altra barca a vela che, dopo mezz'ora di goffi tentativi per dare fondo portando due cime a terra, non riuscendoci se ne va. Un analogo spettacolo verrà offerto in serata da un charter di russi che impiegano più di un'ora per effettuare l'ormeggio. Al calar del sole alle nostre spalle sentiamo un inquietande ronzio di api ( sono vespe?) che, fortunatamente, si zittisce con il scendere del buio.
 
(Giornale di bordo)

lunedì 9 maggio 2022

Polemos Buku


Il cielo è leggermente velato. Fatta colazione scendiamo a terra con il tender ormeggiando al più lungo dei due pontili. Appartiene ad uno dei due ristoranti che si trovano sul fondo della baia e che dispone anche di alcune camere piuttosto modeste. Il proprietario, un anziano signore, ci indica il sentiero per raggiungere la limitrofa baia di Akar Bogazi, dove si trovano le rovine dell'antica città di Aperlae. E' marcato da segni di vernice bianchi e rossi e costituisce una parte della Via Licia, un sentiero escursionistico lungo quasi 500 chilometri. Lo percorriamo attraversando un'ampia radura dove pascolano indisturbate alcune mucche che si accompagnano ad un asino. Sembrano i personaggi di una favola di Esopo. La parte più interessante del sito archeologico è costituita dalla necropoli dove sono visibili numerosi sarcofagi in pietra dalla classica forma a tempietto con scolpite alcune iscrizioni. Alcuni di essi si trovano ora sotto il livello del mare nella baia antistante, ma la maggior parte sono sulle pendici della collina sovrastante. Purtroppo, con l'aumentare della calura arrivano anche le mosche. Poco si sa sulla storia della città. I primi riferimenti letterari risalgono solo all'impero romano, quando Aperlae apparteneva alla provincia di Licia e Panfilia e fu associata alle vicine città di Apollonia, Isinda e Simena. Nel 141 d. C. essa venne distrutta da un violento terremoto, ma intorno al 240 d. C. era nuovamente fiorente tanto da divenire sede di un vescovo. Ancora oggi esiste la diocesi di Aperlae. Oltre alla necropoli sono ancora visibili le rovine di parte delle mura e di due chiese bizantine. Sul fondo della baia ci sono un paio di abitazioni, una delle quali offre un servizio di pensione. Rientrati a Polemos Boku, nel ristorante compriamo un po' di pane e delle uova. Le due barche a vela sono ancora in rada. Nel corso della giornata assistiamo al solito via vai di piccole barche a motore. Nel pomeriggio, sulle montagne dell'interno si accumulano dei minacciosi nuvoloni neri e nella baia si alza un forte vento da ovest. L'ancora, che fino a questo momento aveva tenuto perfettamente, comincia ad arare un poco. Ridiamo fondo calando 50 metri di catena su 8 di profondità. Verso sera il vento si calma. Curiosando sul web leggiamo un'ottima recensione riguardo a "Yuruk Ramazan", il secondo dei due ristoranti in fondo alla baia. Pare facciano delle patate fritte buonissime. Decidiamo di andare a verificare. Mentre ci apprestiamo a scendere a terra, un charter di gente maleducata che ci fa un rasatino a tutta velocità ormeggiando  all'inglese sul pontile di sinistra. Le patatine di Ramazan sono davvero spettacolari: spesse, croccanti e gustose. Fanno da companatico ad un piatto gigante di ali di pollo alla griglia altrettanto gustose. Paghiamo 350 lire turche, vale a dire 22 euro, comprese due birre. Qui facciamo la conoscenza di una coppia di attempati tedeschi che hanno un po' l'aria di ex figli dei fiori. Sono gli armatori di una delle due barche a vela che si trovano in rada. Ci dicono che sono molti anni che frequentano questa zona, ma che oramai in estate c'è troppa gente e così preferiscono navigare fuori stagione lasciando la barca al Marina di Fethiye per il resto dell'anno. Un po' come facciamo noi. Tornati in barca, come digestivo assaggiamo lo tzipuro artigianale comprato a Rodi. Siamo già a letto quando sentiamo passarci accanto "offshore" con dei motori dal rumore cupo e potente. Ci sfila lentamente accanto ed ormeggia ad uno dei pontili. Poi tutto torna nuovamente silenzioso e ci addormentiamo.
 
(Giornale di bordo)

domenica 8 maggio 2022

Kastellorizo - Polemos Buku

 

Contrariamente alla notte precedente, la musica da Meltemi è terminata verso mezzanotte ed abbiamo potuto dormire tranquilli. Il proprietario di uno degli alimentari dell'isola ci porta le bottiglie di Moscofilero e di Retzina che gli avevamo ordinato ieri. Ci costano molto meno di quelle della stessa marca vendute nel vicino supermercato. Alle 9.30 arriva in porto il primo battello di turisti proveniente da Kas. Noi partiamo subito dopo. Usciti dal ridosso dell'isola troviamo poco vento, da ovest. Il che ci obbliga a proseguire a motore. Le acque territoriali turche iniziano a poche centinaia di metri dall'isola e così cambiamo quasi subito la bandiera di cortesia. Lasciamo sulla dritta una zona di bassi fondali e risaliamo a motore fino a doppiare capo Coban Burun. In questo tratto ci superano alcuni battelli con dei turisti a bordo che si stanno dirigendo ad Asar Buku, una baia poco lontana dove vi sono le vestigia dell'antica città di Aperlae. Incrociamo anche un paio di barche a vela dirette a Kas. Superato Ulu Burun apriamo il genoa, ma siamo costretti a chiuderlo prima di affrontare lo stretto passaggio di Akar Bogazi. Un paio di delfini, i primi che vediamo da quando abbiamo lasciato Bodrum, si avvicinano ad Habibti. La costa fino all'ingresso del golfo di Kekova è selvaggia. Entriamo nel golfo attraverso il passaggio occidentale e ci dirigiamo verso il fondo della baia di Polemos Buku. Diamo fondo in 8 metri d'acqua. Oltre a noi, vi sono un paio di altre barche a vela, ma la baia è talmente ampia che siamo molto distanti gli uni dagli altri. Nella baia ci sono un paio di ristoranti con davanti altrettanti pontili a cui attraccano alcune barche locali che di tanto in tanto ci passano accanto con a bordo qualche turista. Provengono dalla vicina Ucagiz. Mentre pranziamo, un uccellino si posa sul tender e ci trascorre indisturbato una buona mezz'ora, lasciando un ricordo del suo passaggio! Verso sera si alza un po' di vento da ovest-nord-ovest e l'aria rinfresca. Restiamo per un poco seduti a prua, fino a quando la temperatura, sempre più bassa, ci suggerisce di rientrare sottocoperta. Per cena preparo una minestra ai funghi a cui aggiungiamo un po' di formaggio salato turco. Una bottiglia di Cabernet Sauvignon Riserva di Buyulubag, ricordo del nostro passaggio ad Avsa Adasi, nel Mar di Marmara, fa da coronamento alla serata.

(Giornale di bordo)

sabato 7 maggio 2022

Kastellorizo

In mattinata ormeggiano in banchina due barche a vela, una inglese, l'altra tedesca. Entrano nella baia mentre ci stiamo gustando una limonata fresca seduti ad uno dei tavoli di Meltemi, il bar del porto dove la notte scorsa hanno suonato musica greca fino alle tre del mattino. Verso le 11 cominciano ad arrivare una serie di battelli provenienti da Kas, l'antistante cittadina sulla costa turca che dista poco più di sei miglia. Scendono a terra decine di turisti che trascorreranno la giornata sull'isola per poi ripartire nel tardo pomeriggio. Con Tania iniziamo il nostro pellegrinaggio nei luoghi in cui sono state girate le varie scene di Mediterraneo, il film di Salvatores vincitore di un premio Oscar nei primi anni '90. Uno dei nostri film preferiti. Visitiamo il luogo dello sbarco, nella vicina Mandraki, la piazzetta di fronte alla chiesa accanto alla quale il gruppo di militari italiani fu "attaccato dai polli greci", il portico dove sono state girate  le scene della serata con Aziz il turco e quella del pranzo con il tenente Carmelo La Rosa, atterrato sull'isola con il suo ricognitore diretto a Creta, la "casa azura" di Vassilissa. Nella piccola baia di Mandraki, dove i fondali sono davvero bassi, è alla fonda un ketch francese. Risalendo la ripida scalinata che dalla baia porta al Castello incontriamo un gruppo di italiani originari di Brescia. Sono arrivati con uno dei traghetti di questa mattina. Rispetto al 2005, anno del mio ultimo passaggio a Kastellorizo, molte case sono state restaurate, ma l'anima dell'isola è rimasta immutata, almeno in questo periodo dell'anno. Pranziamo da "Alexandra" un ristorante sulla banchina del porto che ci pare un po' più sofisticato rispetto alle due taverne di Lazzaro e Niko. Il carpaccio di pesce è buono, ma per il resto si rivela una mezza delusione. Nel pomeriggio la barca dei ragazzi francesi accanto a noi salpa per Rodi. Verso sera appare sotto la chiglia di Habibti la solita enorme tartaruga caretta. Nel porto ve ne sono tantissime ed ognuna, ci spiegano, ha il proprio territorio di caccia. Vediamo anche un pesce leone, conosciuto pure come pesce scorpione per i suoi aculei velenosi. Niko mi spiega che si tratta di un pesce che proviene dal Mar Rosso e che è apparso da queste parti solo recentemente. Che la temperatura dell'acqua in Mediterraneo si stia alzando putroppo è un dato di fatto. Mentre in pozzetto stiamo bevendo un bicchiere di retzina, Niko ci porta alcune ostriche che ha pescato nel pomeriggio. Lo raggiungiamo poco più tardi sedendoci al tavolo di Andrea e Giulio, i due ragazzi italiani incontrati ieri sera. Niko si aggrega a noi e trascorriamo una piacevolissima serata tra una chiacchera e un gioco di prestigio, di cui Niko è un maestro. Da orgasmo papillare i minuscoli gamberetti crudi che ci fa assaggiare. Si è fatto tardi e in giro non c'è più nessuno. Le sole risate che si sentono nell'aria sono le nostre. Cinque persone che poche ore prima non si conoscevano si comportano come se si conoscessero da sempre. Anche questo fa parte della ineguagliabile magia del viaggiare per mare.

(Giornale di bordo)

venerdì 6 maggio 2022

Fethiye - Kastellorizo


Alle 6 del mattino in porto ci sono ancora 25 nodi. Il vento soffia da nord-est. Le tre barche dei polacchi partono presto e circa un'ora dopo ce ne andiamo anche noi. Quando usciamo dal Marina il vento è sceso a 16 nodi. Attraversiamo la baia di Fethiye a motore e raggiunto Camli Burun apriamo il genoa. Prendiamo il vento al traverso fino a Sahin Burun. Di qui procediamo al gran lasco per una gran parte della mattinata. Con il solo genoa facciamo una velocià di 5 nodi. Raggiunto Dokukbasi Burun il vento cala a quattro nodi e siamo costretti ad accendere il motore. C'è una discreta  onda residua di poppa. Lasciamo sulla sinistra il tratto di costa conosciuto come i "sette capi", un passaggio di una decina di miglia caratterizzato da alte pareti a picco sul mare, che quando c'è vento forte può diventare problematico. Così segnala il portolano. Costeggiamo anche la lunga spiaggia in cui si trova il sito archeologico di Patara, che abbiamo visitato ieri. Nell'entroterra si vedono le cime delle montagne della catena dei Tauri ancora ricoperte di neve. Superiamo la baia di Kalkan, uno dei pochi ridossi della zona e lasciato l'isolotto di Ylan Adasi sulla sinistra mettiamo la prua in direzione di Kastellorizo la cui sagoma si intravede all'orizzonte. In questo tratto di mare vi sono numerose secche e qualche isolotto. Il più grande è quello di Nisos Ro, che lasciamo a dritta. Alle 14.30 entriamo nella baia di Kastellorizo.  L'emozione è grande. Dopo aver sognato questo momento a lungo, a distanza di quasi vent'anni finalmente sono di nuovo qui. Ci dirigiamo verso una parte della banchina indicataci da uno dei proprietari delle due taverne, "Lazarakis" e "Athina", che si affacciano sul porto. Ma, in quel punto, il fondale sale rapidamente e temo che, avvicinandomi troppo, la pala del timone rischi di toccare il fondo. Così preferisco spostarmi in corrispondenza di un piccolo molo sul quale sono stati posti i tavoli di una delle due taverne. Accanto a noi è ormeggiata una barca in ferro piuttosto mal messa. A bordo ci sono quattro ragazzi francesi che ci dicono di averla comprata a Cipro per pochi soldi. L'hanno sistemata quel tanto necessario per poter navigare in sicurezza e ora vogliono portarla in Francia dove intendono restaurarla. Scesi a terra facciamo un salto alla Port Authority per segnalare il nostro arrivo. In porto c'è una nave militare in pieno assetto di guerra. Una presenza dissuasiva connessa alle anacronistiche tensioni con la vicina Turchia, che di qui dista poche miglia. In giro per il paese, a parte i locali, c'è pochissima gente. Ceniamo da "Athina", la taverna del simpatico Niko, dove incontriamo due ragazzi italiani. Uno di loro è originario di un paese che dista una decina di chilometri da quello in cui sono nato. La sua famiglia ha comprato qui una casa che hanno restaurato. Naturalmente scopriamo di avere molte amicizie in comune. Come davvero è piccolo il mondo. Ci diamo appuntamento per l'indomani. In porto c'è una leggera risacca, ma siamo troppo felici di essere su quest'isola per noi così ricca di significati.

(Giornale di bordo)

giovedì 5 maggio 2022

Fethiye


La giornata odierna è ancora ventosa, soprattutto nel caso ci si voglia spostare verso est in direzione di Antalya, come dovremmo fare noi. In quella zona sono riportati ancora più di 40 nodi. Decidiamo così di trascorrere un'altra giornata a Fethiye rinviando la partenza a domani. Vitaly, lo skipper russo del Bavaria accanto a noi ci dice che con il resto della loro flottiglia si sposteranno a Kapi Bay, nel golfo di Gocek dove nel pomeriggio il vento dovrebbe diminuire. Ci presenta anche Maxime, un suo amico decisamente estroverso. I ragazzi polacchi, che ieri abbiamo sentito chiacchierare fino a tarda notte, ci dicono che andranno a fare un giro in auto fino a Kas. Il vento nel frattempo è girato e ci spinge un po' troppo in banchina. Chiedo aiuto a due ragazzi di una compagnia di charter per recuperare un po' la trappa. Alisee è sempre alla fonda non lontano dal Marina, ma Farouk ci dice, al telefono, che preferisce non lasciare a bordo Osnya da sola. Così decidiamo di fare due passi nel souk. Per cena compriamo del sushi in un locale molto "trendy" vicino al Marina dove, nell'attesa, beviamo due cocktail Margarita. Ceniamo in barca sperando che questa sera i ragazzi polacchi decidano di andarsene a letto un poco prima rispetto alla sera precedente.
 
(Giornale di bordo)

mercoledì 4 maggio 2022

Tlos - Xanthos - Patara


Svegliati presto e fatto i biglietti aerei per il rientro a Riad, il 16 maggio. Vorremmo affittare un auto per visitare un poco la zona, ma Farouk non ne vuole sapere. Insiste per accompagnarci lui con la sua auto che Jan, suo figlio, gli ha portato espressamente ieri sera da Gocek. Ci diamo appuntamento verso le 10 e sul suo minivan Volkswagen ci dirigiamo, risalendo le pendici della catena dei Tauri, verso l'antico sito di Tlos. Questo è stato uno dei più importanti centri religiosi della Licia e, secondo la mitologia greca, la patria di Bellerofonte e del suo cavallo Pegaso. La necropoli, edificata sulle falesie è costituita da molte tombe a tempietto tipiche di questa regione. La città subì gravi devastazioni durante uno dei tanti terremoti che da sempre hanno caratterizzato questa zona e venne riscoperta dall'esploratore inglese Charles Fellow nel 1838. Di essa oggi si possono ammirare l'acropoli, scavata nella roccia e l'anfiteatro, che vediamo entrambi da lontano. Da Tlos, lungo una stretta strada nella foresta ridiscendiamo verso Saklikent, località famosa per un canyon lungo una ventina di chilometri e percorso da un torrente dall'acqua freschissima. Dove il canyon finisce e il torrente si allarga nella pianura vi sono una serie di ristoranti con i tavoli disposti all'ombra di alcuni alberi, che beneficiano della frescura generata dall'acqua che gli scorre accanto. La trota è il piatto tipico del luogo che, essendo oggi vacanza, è frequentatissimo. Percorsi un'altra trentina di chilometri arriviamo al sito di Xanthos. La storia di questa città è veramente tragica. Sia Erodoto che Appiano ne descrivono la conquista fatta da Arpago per conto dei Persiani intorno al 540 a. C.. Secondo lo storico greco i Persiani, dopo aver sconfitto l'esiguo esercito licio nelle pianure a nord della città, la assediarono a lungo. Una volta compreso che la situazione stava volgendo al peggio, i Liciani, dopo aver distrutto la propria acropoli, uccisero le proprie mogli, i figli e gli schiavi, dopodiché iniziarono un attacco suicida contro le truppe degli assedianti. Morì l'intera popolazione. Un analogo suicidio di massa sembra avvenne alcuni secoli più tardi durante le guerre civili romane attorno al 42 a. C. quando Bruto attaccò nuovamente la città. Una storia davvero funesta. Di Xanthos oggi si possono vedere una parte dell'anfiteatro, le mura e un tratto della strada in blocchi di pietra che dava accesso alla città. Camminare su questi ultimi, con il sole di mezzogiorno che si riflette sulle pietre bianche, è accecante. Dopo Xanthos ci dirigiamo verso la limitrofa Patara. Questa fu, grazie al suo porto naturale, una fiorente e ricca città marittima e commerciale. Famosa nell'antichità per il suo oracolo di Apollo, secondo solo a quello di Delfi, nei secoli fu conquistata da Alessandro Magno, dai Greci, dai Romani ed è anche menzionata nel Nuovo Testamento come il porto in cui transitarono gli apostoli Paolo e Luca. La città divenne sede vescovile per molti secoli. Durante il periodo bizantino rimase un importante centro all'incrocio tra oriente e occidente per venire poi abbandonata, probabilmente a causa dell'insabbiamento del suo porto. Oggi se ne possono vedere le rovine, alcune delle quali, come l'anfiteatro, restaurate in modo molto discutibile. Gli antichi blocchi di pietra sono stati infatti puliti all'eccesso, con l'effetto di rendere il luogo una specie di set cinematrografico. Accanto a Patara si trova una lunghissima spiaggia di sabbia da dove si possono vedere le pessime condizioni del mare. Onde altssime, provocate da un vento che supera abbondantemente i quaranta nodi, si infrangono sulla spiaggia. E' l'attesa burrasca. La cosa folle è che in questo scenario vediamo una barca a vela che sta cercando di risalire il vento a motore. Avanza ad una velocità risibile, comparendo e scomparendo tra le onde a circa trecento metri dalla spiaggia. Il che significa che se il motore si dovesse fermare, con questo vento essa si troverebbe spiaggiata in un men che non si dica. Ma ciò che è ancora peggio è che nel caso questa eventualità accadesse un po' più a nord, dove la costa diventa rocciosa e senza approdi per una ventina di miglia, verrebbe messa a rischio non solo la barca ma l'incolumità dell'intero equipaggio. Una vera imprudenza, per usare un eufemismo. Restiamo ancora un poco a guardare la sofferenza di quella povera barca e poi ce ne andiamo. Pranziamo in un ristorante dove non servono alcolici nel villaggio limitrofo. La cucina casereccia è buona, ma pranzare bevendo acqua mi fa tristezza. In macchina raggiungiamo un'altura dove la strada si affaccia sull'ampia baia di di Kalkan, l'unico ridosso in questo tratto di costa. Il rientro a Fethiye lungo la strada statale è da paura. Nonostante gli ripeta più volte di andare piano, Farouk continua imperterrito ad effettuare sorpassi da brivido. Non so come, ma riusciamo a farla franca. In città facciamo un salto da Migros a fare un po' di spesa e poi rientriamo al Marina. Sulla nostra dritta è arrivato un Bavaria Cruiser 41 con a bordo un gruppo di russi. Facciamo la conoscenza dello skipper, Vitaly, un signore gentile che aiutiamo a recuperare un po' di trappa che gli ormeggiatori avevano lasciato troppo lasca. In porto entra un altro charter con il genoa completamente stracciato. Gli oltre 40 nodi odierni non hanno perdonato chi imprudentemente è uscito in mare. In serata facciamo la conoscenza di Carolina, una delle ragazze polacche che compongono l'equipaggio dell'Hanse 50 sulla nostra sinistra. Adora l'Italia e parla abbastanza bene la nostra lingua, imparata in un soggiorno di alcuni mesi a Firenze. La sera siamo stanchi e con il vento che sibila forte tra gli alberi e le sartie delle barche in porto ce ne andiamo a dormire appena fa buio.
 
(Giornale di bordo)

martedì 3 maggio 2022

Fethiye

La notte trascorre calma in rada. Alle 10 aliamo l'ancora e ci dirigiamo verso l'Ece Marina dove abbiamo prenotato un posto per due notti. La catena è piena di fango spesso e colloso. Entrati nel Marina, gli ormeggiatori non sono particolarmente efficenti. Non solo aspettiamo un buon quarto d'ora prima che ci indichino dove ormeggiare, ma  nel momento in cui gli passiamo le cime vorrebbero metterle in modo da lasciare accanto a noi un ulteriore spazio dove poterci infilare un'altra barca. Essendo lo spazio davvero esiguo, ciò significherebbe restare schiacciati come delle sardine. Pertanto insisto fino a quando si convincono a far passare le cime in due anelli diversi. Accanto a noi c'è un 32 piedi con due kazaki a bordo. Lo deduciamo dalla bandiera sulla sartia di sinistra e dai visi dai caratteri marcatamente mongoli tipici di quella popolazione. Partiranno poco dopo. A dritta c'è invece un 53 piedi con un equipaggio polacco talmente discreto da sembrare scorbutico. Lavo per bene la barca dedicando molto tempo alla pulizia del gavone di prua, del verricello e della catena dell'ancora. Tutto è incrostato di fango all'inverosimile. All'ufficio del Marina, contrariamente agli ormeggiatori, sono molto gentili ed efficenti e la cifra che paghiamo per una sosta di due giorni, con acqua ed elettricità incluse, è davvero accettabile. Fa molto caldo e mentre aspetto Tania che è andata in farmacia a comprare delle nuove bende per fasciare il mio dito ferito, mi siedo all'ombra nel bar del Marina sorseggiando una birra fresca. Tania, Farouk e Osnya arrivano quasi contemporaneamente. Farouk ci propone di andare a mangiare qualcosa al  mercato del pesce, che si trova nel souk al coperto nella parte vecchia della città. Si tratta di un posto da non perdere se si passa da Fethiye. Limitrofi al mercato vi sono dei ristoranti che cucinano il pesce che i clienti comprano loro stessi al mercato. Nella scelta ci lasciamo guidare da Farouk e il risultato è un pranzetto con i fiocchi. Rientrati in porto e salutati i nostri amici, troviamo ormeggiato accanto ad Habibti un Hanse 50 con un gruppo di ragazzi polacchi a bordo. Fanno parte di una flottiglia le cui altre barche sono ormeggiate anch'esse sul pontile. Come noi, resteranno qui anche nei prossimi giorni aspettando il passaggio della perturbazione attesa nella giornata di domani.

(Giornale di bordo)

 

lunedì 2 maggio 2022

Round Bay - Fethiye

Peter e Damiana partono alle 6.45 seguiti, poco più tardi, anche da Farouk con il quale abbiamo appuntamento a Fethiye nei prossimi giorni. Oggi è Eid, la festa che per i musulmani come importanza corrisponde più o meno al nostro Natale. E' una festività che è tradizione trascorrere in famiglia e per questo Farouk raggiungerà il figlio Jan che è comandante su un caicco ormeggiato a Gocek. Nell'aprire il rubinetto dell'acqua calda ho l'impressione che quest'ultima esca solo tiepida. Affronterò il problema una volta arrivati a Fethiye dove aspetteremo che passi la burrasca prevista nei prossimi giorni. Salpiamo alle 10.45. Mentre recupero la catena vedo che nelle maglie si è incattivita una lenza da pesca. Sapendo quanto le lenze siano infide nel caso si attorciglino intorno al piede dell'elica dove rischiano di rompere la sua guarnizione, la recupero. Purtroppo non mi accorgo in tempo che legati alla lenza, a distanza di circa un metro uno dall'altro, ci sono una serie di ami da pesca. Me ne rendo conto quando uno di essi mi si conficca profondamente nel dito medio. Recuperata la lenza, che forma una grossa matassa, sono costretto ad estrarlo, ma purtroppo una scheggia della punta dell'amo resta nel dito. Cercherò inutilmente di estrarla durante la traversata verso Fethiye. Percorriamo le 14 miglia che ci separano da questa località con un bel vento al traverso che diventa sempre più forte, fino a raggiungere i 30 nodi nell'imboccatura della baia. Qui ci ridossiamo per una mezz'oretta in una piccola insenatura con delle boe che impediscono di avvicinarsi troppo alla riva. Facciamo uno spuntino e poi ci spostiamo nella grande baia di fronte all'abitato, dove si trovano l'Ece Marina e una serie di altri pontili. Diamo fondo in 8 metri d'acqua. Comincia a piovere e dopo una decina di minuti la coperta di Habibti ed il tender sono coperti di uno strato di sabbia. Purtroppo per togliere la scheggia dell'amo da pesca dal dito l'unica soluzione è andare al pronto soccorso dell'ospedale. Dopo aver pagato per l'accettazione e la visita, il medico manco mi guarda e dice ad un infermiere di farmi subito l'antitetanica, 50 euro, e una radiografia, altri 200 euro. Fatte entrambe, il medico guarda le lastre e mi dice che non c'è niente e che posso andare. Avevo accettato mio malgrado il soppruso della radiografia, ma sarebbe proprio il colmo di essere venuto in ospedale, aver speso tutti questi soldi e ripartire con il dito come quando ero arrivato. Tanto più che la scheggia si vede ad occhio nudo. Una volta capito che non intendo assolutamente andarmene, il medico chiede ad un infermiere di occuparsene. Per fortuna quest'ultimo è una persona di buon senso e dopo avermi fatto una puntura anestetica mi apre leggermente la parte del dito interessata e con un paio di pinzette appuntite la estrae. Un'esperienza, quella dell'ospedale di Fethiye, davvero da dimenticare. Ce ne torniamo in barca sotto una pioggerella fine carica di sabbia e con un dito con una fasciatura enorme. Prima che scenda il buio da fondo accanto a noi una barca a vela con bandiera tedesca. Lo skipper continua a trafficare a prua, tanto che penso abbia un problema al verricello dell'ancora Invece ha impiegato tutto questo tempo per mettere un enorme grippiale. Il che, in una baia con una profondità di meno di dieci metri e un fondo di sabbia e fango, mi sembra del tutto inutile. Non essendo lontani dall'ingresso del Marina, mi sembra invece molto più prudente segnalare Habibti aggiungendo alla luce di fonda due luci stroboscopiche, una  prua e l'altra a poppa. Così possiamo dormire un sonno tranquillo.

(Giornale di bordo)

domenica 1 maggio 2022

Yasica Adalari - Round Bay


Stamattina sono passate a trovarci alcune anatre a cui abbiamo dato i resti del pane secco che avevamo a bordo. Poi abbiamo aspettato inutilmente che passasse nella baia il barcone di Carrefour per fare un po' di cambusa. Non vedendolo arrivare, verso le 11 abbiamo deciso di partire. Al momento di togliere una delle due cime a terra, questa risulta bloccata da quelle delle due barche a motore arrivate dopo di noi due giorni fa. L'unico modo per liberarla è quello di allentare le altre due. Operazione che viene fatta, con tanto di scuse, dai marinai dei due yachts. Per far ricaricare un po' le batterie ci spingiamo fino alla non lontana baia di Gocek. Al suo esterno ha dato fondo l'Eclipse, lo yacht di Abramovic, che con i suoi 163 metri di lunghezza è il secondo yacht privato più grande al mondo. A bordo dicono esserci addirittura un sistema di difesa anti-missile. Lo avevamo già incrociato a Marmaris dove probabilmente aveva effettuato le formalità di ingresso in Turchia essendo dovuto fuggire dall'Unione Europea per non essere sequestrato, come invece è accaduto a quelli di altri  oligarchi russi a causa del conflitto in Ucraina. Farouk ci dirà che la notte precedente a bordo dell'Eclipse è dovuta intervenire la gendarmeria turca per sedare una rissa. Proprio bella gente!! La baia di Gocek è piena zeppa di barche, proprio come ci aveva detto Farouk e in più, oggi, vi entra anche un'onda fastidiosa. Facciamo un rapido dietro front e risaliamo la costa settentrionale del golfo di Skopea Limani alla ricerca di un buon ancoraggio. Troviamo un buon posto a Round Bay, dove vi sono già numerose altre barche alla ruota. Non oso immaginare che cosa debba essere questo posto in estate. Farouk ci raggiunge nel primo pomeriggio e mentre siamo su Alisee arriva anche il Bavaria 46 di Peter e Damiana, due suoi amici, lui tedesco e lei slovena, di cui faremo la conoscenza in serata. Domani approfitteranno del vento favorevole per raggiungere Rodi e, una volta passata la burrasca prevista nei prossimi giorni, continueranno per Creta dove si recano per partecipare ad un matrimonio. Ritorneranno da queste parti in luglio e trascorreranno qui un altro inverno in barca. Farouk ci dice che quest'anno il tempo è davvero strano ed imprevedibile. Nella baia in cui si trovava stamattina, senza che fosse previsto, soffiavano 35 nodi, mentre qui tutto era calmo. Tornati su Habibti facciamo un po' di spesa su uno dei barconi adibiti a supermercato. Rispetto a quelli di Carrefour e Migros è piccolino ma troviamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno. In serata entra nella baia un Oceanis 38 con a bordo un gruppo di ragazzi dall'aria gioviale, ma totalmente ignari delle nozioni basilari dell'andare a vela, compreso lo skipper che si ostina a voler dare fondo con la prua in favore di vento. Tutte le barche accanto, compreso noi, cerchiamo invano di spiegargli ad ampi gesti quale sia la manovra corretta da fare e, infine, dopo un'ora di infruttuosi tentativi lo capisce. Trascorriamo la serata su Alisee in compagnia dei nostri amici. Farouk e Peter fumano tutto il tempo e dopo un po' l'aria sottocoperta diventa quasi irrespirabile. A parte questo dettaglio siamo stati bene e anche il dolce e il liquore all'uovo preparato da Damiana sono stati apprezzati da tutti.
 
(Giornale di bordo)

sabato 30 aprile 2022

Yasica Adalari


Tania, come al solito, si sveglia all'alba. Prendere il caffè in pozzetto guardando il sorgere del sole fa parte di un suo rito quotidiano quasi irrinunciabile quando siamo in barca. Da parte mia, se proprio non ve ne è necessità, preferisco prendermela più comoda e così, anche stamattina, non esco dal letto prima delle 7.30. Le previsioni confermano una giornata piuttosto ventosa. Ma è nei prossimi giorni che è previsto l'arrivo di un'altra burrasca, questa volta da nord-est. L'area di Kas sarà quella più interessata, ma anche in questa zona vi saranno venti sopra i 40 nodi. Per oggi, il nostro ridosso è perfetto. Nei prossimi giorni vedremo il da farsi, tuttavia, avendo tempo a disposizione non credo faremo lunghi spostamenti. Farouk oggi dovrà accompagnare la sorella di Osnya a Dalaman, pertanto ci rivedremo domani sera. I due yacht a motore sono ancora ormeggiati accanto a noi. Su quello più grande il generatore continua ad essere costantemente acceso. Al seguito ha anche un enorme gommone semi-cabinato di colore nero con due potenti motori fuoribordo e un impianto stereo da paura. Ogni qualvolta qualcuno degli occupanti della barca sale sul gommone per farsi un giro per prima cosa accende l'impianto stereo che spara musica techno a tutto volume. Una delle particolarità del golfo di Gocek è che essendovi molte barche vengono forniti anche molti servizi. Tra questi, oltre il ritiro dei sacchi dell'immondizia, c'è anche la possibilità di fare cambusa senza la necessità di scendere a terra. Allo scopo, durante tutta la giornata circolano dei battelli-supermercato. Il più grande è quello di Migros che è un piccolo traghetto, ma ce ne sono anche di più piccoli. Questi ultimi solitamente applicano dei prezzi un po' più cari. Un servizio davvero comodo e che non avevamo mai trovato altrove. Per far trascorrere la giornata e fare un po' di moto facciamo un giro con il tender a remi. Usciamo dalla piccola baia passando accanto ad una meda che segnala dei bassi fondali. Sulla restante parte dell'isola è ormeggiata una schiera di super yacht di diverse forme e dimensioni. Sono tutti alla fonda con le cime portate a terra e legate a delle bitte cementate. In tutta quest'area, infatti, non sarebbe consentito legare le cime d'ormeggio agli alberi. Di fronte a Yasica Adalari si trova un'isola privata sulla quale in mattinata abbiamo visto atterrare un elicottero. Farouk ci dirà appartenere ad un magnate turco che spesso la usa per dei festini. Tra tutti questi simboli di ostentata opulenza noi ce la godiamo sul nostro piccolo tender a remi. Sull'isola alle nostre spalle ci sono alcune capre, oltre a numerose galline e qualche gallo. Sul bagnasciuga, invece, vediamo un paio di piccole tartarughe che non sembrano per nulla infastidite dalla nostra presenza. La giornata è soleggiata e rientrati in barca montiamo il tendalino. Verso sera ormeggia a debita distanza un piccolo caicco che trascorrerà qui anche la notte.
 
(Giornale di bordo)

venerdì 29 aprile 2022

Seagull Bay - Yasica Adalari


Nella baia di prima mattina è arrivata un'altra barca vela. Telefoniamo a Farouk che nel frattempo si è spostato a Gocek per fare cambusa. Ci dice che non c'è uno spazio libero a pagarlo un milione, nè al Marina nè nella baia antistante. Ci accordiamo che ci vedremo in serata a Yasica Adalari. Partiamo alle 10 spostandoci a motore per ricaricare un po' le batterie. Facciamo una rapida puntata a Tersane, una piccola baia che sulla carta risulta particolarmente ridossata. A partire da questa sera, infatti, il vento dovrebbe rinforzare da ovest. Vi troviamo parecchie barche. Inoltre, gran parte della baia è inacessibile a causa di una serie di boe che segnalano bassi fondali. A Yasica Adalari diamo fondo in 5 metri d'acqua nella baia settentrionale dell'isola portando due cime a terra. Poco lontano, a dritta, c'è una striscia di terra coperta di sassi che chiude la baia ad est e sulla quale si trova un piccolo chiosco. Nel pomeriggio una barca a vela ormeggia davanti a noi ad una distanza appena sufficiente per non incrociare le rispettive catene dell'ancora. Farouk arriva verso le 17. Osnya, la sua giovane moglie, lo aiuta nella manovra in modo impeccabile. Vivendo in barca in modo stabile da oltre un anno ormai è diventata bravissima. Li raggiungiamo a bordo di Alisee con il nostro tender. L'accoglienza è, come ci attendevamo, molto calorosa. Facciamo la conoscenza della sorella di Osnya che ci prepara un tè di benvenuto che beviamo seduti a poppa. Farouk, che è sempre una miniera di informazioni, ci dice che sull'isolotto sul quale abbiamo portato le cime a terra ci sono molti topi e che è meglio spostare Habibti accanto ad Alisee. Terminato il tè cambiamo subito ormeggio. Il rischio di avere topi a bordo da sempre mi terrorizza. Ceniamo su Alisee: zuppa con carne macinata, fagioli e pomodorini, alla quale io aggiungo un po' di peperoncino. Un piatto delizioso. Farouk ci intrattiene per tutta la serata con la sua serie infinita di storie. E' davvero una forza della natura. Terminiamo la mezza bottiglia di raki che avevamo portato con noi seduti in pozzetto. L'aria è quasi fredda e si sta bene con indosso un pail e una giacca. Nel frattempo, ormeggiano accanto ad Habibti due grossi yacht a motore. Su uno di essi terranno il generatore acceso giorno e notte. Per fortuna il rumore è attutito dalla presenza del secondo yacht che si è frapposto tra noi e loro. Farouk si lamenta con i marinai delle due barche perchè hanno assicurato le loro cime su uno dei nostri punti di ancoraggio. Si fosse trattato di barche di piccole dimensioni poteva pure andare bene, ma i due yachts sono davvero grandi e il peso potrebbe essere eccessivo. Il vento previsto nella notte dovrebbe arrivare da prua e quindi, alla fine, lasciamo perdere. Tornati in barca ce ne andiamo subito a letto. Domani resteremo qui in attesa che il tempo migliori.
 
(Giornale di bordo)