CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







venerdì 7 maggio 2021

Turgutreis

 
Salutiamo Habibti e prendiamo l'ultima fotografia di questa vacanza dal pontile. Sono le 8.30. La notte è stata umida e il teak in coperta è ancora tutto bagnato quando la salutiamo. Il sole non ha ancora avuto il tempo di asciugarlo. Chiudo prese a mare, interruttore del motore, quello della della batteria, il gas, spengo il Mastervolt. Sul suo "screen", benchè abbia staccato il cavo dell'elettricità dalla colonnina, rimane ancora la scritta 230V. Strano, dovrebbe apparire 0. Speriamo non sia un'altra novità! D'altra parte non ho più tempo per occuparmene. Chiederò ad Ozgur di controllare. In ogni caso a bordo non c'è nessun consumo elettrico e quindi le batterie non dovrebbero scaricarsi. Inolttre, il piccolo pannello solare posto sulla tuga dovrebbe mantenerle sempre in carica. Il taxista ci aspetta al fondo del pontile e salutiamo Turgutreis. All'aeroporto, prima di prendere l'aereo per Roma, abbiamo una sorpresa. L'aereo parte alle 11.00, ma poichè abbiamo fatto il test per il Covid alle 10.20 di due giorni fa il capo scalo non vuole farci imbarcare sull'aereo. Dice che il test deve essere fatto al massimo 48 ore prima e quindi, poichè l'aereo parte alle 11.00, esso è da considerarsi scaduto per 40 minuti. Gli faccio notare che sono le 9.30 e che quindi devono considerarlo valido. Alla fine la spunto. Cheppalle!!! Quando decolliamo da Bodrum-Milas diamo mentalmente un ultimo saluto ad Habibti. Non so ancora con esattezza quando potremo essere di ritorno, spero in settembre. Siamo un po' tristi. D'altra parte fra qualche settimana comincerà l'alta stagione, con le sue baie affollate, il chiasso, purtroppo la maleducazione sempre più imperante anche tra chi va per mare. Ci consoliamo con il pensiero che almeno resteremo lontani da tutto ciò per fare ritorno quando tutto questo delirio sarà terminato. Di navigare in Mediterraneo in estate non è più cosa. Meglio l'autunno, l'inverno e la primavera. Così faremo quando, il prima possibile, me ne andrò finalmente in pensione e potremmo così trascorrere gran parte dell'anno in barca. Ci siamo quasi!! Mentre condivido con Tania queste riflessioni, l'aereo sorvola il Mar di Marmara. Dal finestrino dell'aereo riconosco i luoghi in cui siamo passati e quelli nei quali ci siamo fermati con Habibti. Era il 2019. Solo un paio di anni fa, ma tante cose sono cambiate da allora. Ci fermeremo a Roma per una settimana, facendo anche una scappata in Toscana. Poi ritorneremo a Riad, dove già ci sono temperature che superano abbondantemente i 40 gradi. Ma è solo l'inizio della seconda torrida estate che trascorreremo in Arabia Saudita. Habibti, Turgutreis, amici turchi aspettateci. Sarà una gioia ritrovarvi tutti fra qualche mese, anzi, affinchè il periodo sembri più breve, tra qualche settimana.

(Giornale di Bordo)

giovedì 6 maggio 2021

Turgutreis

 
Giornata di grandi pulizie e lavori vari. Per prima lavo per bene ponte e tuga e poi mi dedico a mettere della vaselina tecnica su tutte le guarnizioni degli oblò e degli osteriggi. Habibti è splendente e si nota ancor di più in quanto la sorella maggiore che è accanto a lei, l'Hallberg Rassy 40 il cui proprietario non viene da due anni, è coperto di sabbia all'inverosimile. E poichè mi piange il cuore vedere una barca così in quelle condizioni, mi armo di buona volontà e do anche a lei una bella pulita. Ciò mi da l'opportunità per studiare da vicino e con tutta calma come è organizzata la coperta e paragonarla nell'insieme ad Habibti. Intanto c'è da dire che la prima impressione è che questo 40 piedi da l'impressione di essere molto più massiccio rispetto al 372. Non per niente pesa quasi 3 tonnellate in più. Poi il passaggio sul ponte a livello delle sartie non è così agevole come sulla nostra.  Anche gli spazi nel pozzetto, in questo caso centrale, sono veramente ridotti. Per i miei gusti troppo ridotti. Probabilmente questo layout sarà perfetto nei climi freddi, ma nel complesso mi da un senso di soffocamento. D'altra parte ricordo che quando comprai Habibti al salone di Dusseldorf avevo guardato con attenzione anche questo 40 piedi, che mi aveva dato fin da subito l'impressione di avere spazi un po' troppo ridotti, anche sottocoperta. Pare che il nuovo modello che lo ha sostituito, il 40C, sia molto più ampio, ma di quest'ultimo non mi convincono affatto le due pale del timone che per una barca da crociera trovo poco pratiche, ma soprattutto più esposte ad eventuali urti. Tempi che cambiano, ma soprattutto nuove mode. La giornata è veramente calda e siamo costretti a montare il tendalino per proteggerci dal sole. Ritiriamo la biancheria pulita e in un negozio di accessori nautici compro un nuovo spruzzino per la doccia esterna in quanto quello originale non trattiene più l'acqua. Da Migros acquistiamo due "pitta" al formaggio che riscaldiamo in forno e mangiamo per pranzo. Ricevo anche un messaggio da Barbara, un'amica di Terni. Mi dice che un suo conoscente è interessato all'acquisto di un caicco che vorrebbe utilizzare per fare charter e mi chiede se per caso conosca qualcuno a cui poterlo indirizzare. Così chiamo Faruk, la cui ex moglie è un brooker proprio per questo genere di barche e li metto in contatto. Mi fa sempre piacere potere essere utile a qualcuno. Nel pomeriggio riceviamo la visita di Ozgur che mi presenta Cagdas, colui che in questi mesi di nostra assenza si prenderà cura di Habibti. Successivamente arriva anche l'elettricista che, oltre a montare il nuovo interruttore generale, cerca, ma senza successo, di eliminare un piccolo contatto ai winch elettrici, risultato del pessimo lavoro fatto a Cesme quando abbiamo sostituito i relativi pulsanti. Nulla di grave, ma per ovviarvi occorrebbe disporre delle parti originali Lewmar che al momento non abbiamo. Ne approfitto anche per lasciare le chiavi di riserva al Marina. Serviranno ad Ozgur quando di tanto in tanto verrà a controllare la carica delle batterie. La cena a casa di Ozgur e Samra è squisita e altrettanto piacevole è la loro compagnia. Restiamo in giardino fino a quando l'aria, che è notevolmente rinfrescata, ci suggerisce di spostarci all'interno. Restiamo a chiacchierare fino alle 22 e, benchè teoricamente a quell'ora non si possa più circolare, entrambi ci riaccompagnano a piedi fino al Marina. Su Habibti le valige sono pronte e domattina, purtroppo, si riparte.
 
(Giornale di bordo)

mercoledì 5 maggio 2021

Bodrum

 
Oggi dobbiamo andare a Bodrum a fare il tampone per il Covid, necessario per poter prendere l'aereo venerdì prossimo. Ieri avevamo telefonato al direttore dell'ospedale americano, che avevamo conosciuto lo scorso anno e che ci ha dato appuntamento in mattinata. In realtà l'ospedale è una clinica privata. Il test lo si potrebbe fare anche in un ospedale pubblico pagando molto meno, ma in questo caso non sarebbe assicurata la tempistica per la consegna dei risultati. Un incognita che non ci possiamo permettere. Il cielo oggi è coperto anche se ormai la temperatura è quasi estiva. Alle 9.30 Ismail ci porta all'ingresso del Marina l'auto che avevamo prenotato: una Peugeot non nuovissima ma che ci è costata sicuramente meno di quanto avremmo pagato per un viaggio di andata e ritorno in taxi. Anche il direttore della clinica si chiama Ismail. Ci sta aspettando. Si conferma essere estremamente gentile e ci assicura che ci invierà il risultato del test per e-mail già nel pomeriggio. Lo scorso anno avevamo dovuto aspettare 24. Fatto il tampone facciamo un salto allo Yat Lift. A Bodrum a seguito del lockdown la maggioranza dei negozi sono chiusi e c'è molta meno gente in giro. Si respira un'aria un po' triste. Allo Yat Lift troviamo solo le due impiegate dell'amministrazione, quelle che non sorridono mai. Sia Mustapha che Sevgin non ci sono. Il cantiere, ci spiegano, ha ricevuto l'autorizzazione per poter continuare a lavorare, ma a ranghi ridotti e così il personale è soggetto a turnazioni. Qui ritiriamo il pacco speditoci a fine marzo dall'Hallberg Rassy con i pezzi di ricambio per il timone. Con nostra gran sorpresa non dobbiamo pare nessuna tassa per lo sdoganamento. Un vero miracolo, viste le precedenti analoghe esperienze. Torniamo a Turgutreis percorrendo una strada alternativa che costeggia tutto il litorale. In parte l'avevamo già fatta in moto lo scorso anno. Ora ci sono un sacco di lavori in corso ed è in gran parte piena di buche o sterrata. Una deviazione ci costringe poi a doverci orientare in un dedalo di stradine senza che vi sia alcuna indicazione che ci riporti sulla strada principale. Nonostante tutto questo tratto di costa sia già antropizzato a dismisura stanno costruendo nuovi complessi edilizi. Un vero massacro. Tornati in barca portiamo la biancheria da lavare in tintoria e facciamo ancora qualche lavoretto minore. La giornata scorre in fretta e verso sera ceniamo finendo le poche cose rimaste in cambusa. Questa sera, non volendo utilizzare delle lenzuola pulite per solo un paio di notti,  ci toccherà dormire nei sacchi a pelo.
 
(Giornale di bordo)

martedì 4 maggio 2021

Catalada - Turgutreis

 
Sveglia presto e dopo aver fatto colazione partiamo per Turgutreis. I pescatori hanno già recuperato le reti gettate ieri sera. Alle 11 entriamo nel Marina. Attendiamo che gli ormeggiatori ci indichino il pontile a cui ormeggiare. Inizialmente ci indirizzano verso il pontile "F" assegnandoci un posto sul suo lato nord. Andrebbe bene se dovessimo fermarci per pochi giorni in quanto, essendo qui il vento prevalente il Meltemi, il pozzetto risulterebbe meglio protetto e più vivibile. Ma dato che dovremmo lasciare Habibti per alcuni mesi, preferisco che il vento tenda ad allontanare la barca dal pontile. Chiedo quindi che ci venga assegnato un posto sul lato sud di quest'ultimo. Mentre sto entrando in retromarcia scopro che la cima per la trappa dobbiamo fornirla noi. Do quindi agli ormeggiatori una di quelle che solitamente uso quando do fondo portando una cima a terra. E' una soluzione temporanea, in quanto nei giorni successivi la sostituirò con una cima da 12 millimetri, molto più adatta allo scopo. Il posto assegnatoci è il numero 53. Terminato l'ormeggio andiamo nell'ufficio del Marina per adempiere alle pratiche amministrative. L'impiegato è molto gentile e decisamente sveglio, tanto che ci facciamo dare tutta una serie di dritte che ci serviranno quando dovremo rinnovare il "transit log" al nostro ritorno. Da Migros facciamo un po' di spesa, giusto per integrare le ultime cose che ci sono rimaste in cambusa. Accanto a noi in banchina c'è un Hallberg Rassy 40 di Singapore, "Oojoo". Il nostro dirimpettaio, un signore turco di Turegutreis e armatore di un Dufour 385, mi dice che l'Hallberg Rassy è fermo qui da un paio d'anni. Commentiamo che probabilmente il suo proprietario è rimasto bloccato a causa delle restrizioni ai viaggi imposte dal Covid. Il mio vicino mi dice che di tanto in tanto gli da una pulita, ma comunque è sempre un po' triste vedere una barca abbandonata su un pontile per così tanto tempo. Nel pomeriggio, dopo aver messo a poppa le cime con gli ammortizzatori e la catena, mi dedico a lavare con acqua dolce ed ammorbidente tutte le cime d'ormeggio e le varie scotte. Un'operazione che richiede sempre tempo. Riceviamo anche la visita di Ozgur e della moglie Samra, la cui casa non è lontana dal Marina. Ozgur mi dice di aver già comprato il nuovo interruttore generale con il quale sostituire quello attuale. Lui e la moglie sono una coppia davvero carina e sempre disponibilissimi ad aiutarci ogni qualvolta se ne presenta la necessità. Ci invitano a cena a casa loro il prossimo giovedì. Invito che accettiamo con gran piacere. Questa sera per cena non ci va di cucinare e pertanto preparo degli scampi in salsa rosa e poi alcune fette di salmone affumicato che mangeremo con burro e limone. La giornata è stata piuttosto stancante e subito dopo cena ce ne andiamo a dormire. 
 
(Giornale di bordo)  

lunedì 3 maggio 2021

Kuçuk Adasi - Catalada

 


Lasciamo Kucuk Adasi nella prima mattinata. Puntiamo su Koca Burun, il capo che si trova a poche miglia a nord di Kos e che raggiungiamo e poi superiamo lasciando sulla nostra sinistra un piccolo isolotto. Da una delle baie disseminate lungo la costa appare una barca a vela che ci precede. Questo tratto di costa purtroppo è cosparso di abitazioni quasi senza soluzione di continutà. Superato il capo facciamo molta attenzione a tenerci a debita distanza da una secca posta a circa 500 metri dalla riva e segnalata esclusivamente sulla carta nautica che riporta una inquietante profondità di soli 1,8 metri. Poi lasciamo sulla nostra destra una seconda secca, questa segnalata da una meda. Qui viriamo a dritta puntando sull'isola di Catalada che si trova ad un paio di miglia da noi e ad altrettante da Turgutreis, il paese nel quale si trova l'omonima Marina. Appena superato uno sperone roccioso poco a sud di Catalada veniamo fermati da una motovedetta della guardia costiera che controlla i documenti della barca e i nostri passaporti. Nessuno dei militari a bordo parla inglese, ma in qualche modo riusciamo comunque a comunicare. Gli spieghiamo dove siamo diretti che siamo diretti e che domani lasceremo la barca al Marina di Turgutreis. La motovedetta si allontana a tutta velocità. Nel corso della giornata la vedremo più volte sfrecciare nel tratto di mare antistante, che è anche quello che separa la costa turca da Kos e Pserimos, due isole greche che si trovano a poche miglia di distanza. In quest'area il vento prevalente soffia da nord-ovest. In questo periodo dell'anno ancora non è costante, ma lo diventerà nei mesi estivi quando il Meltemi raggiungerà la massima intensità. Diamo fondo nella baia ad ovest dell'isola, davanti ad un pontile in legno e poco lontani da un'altra barca a vela sulla quale durante tutto il corso della giornata non vediamo nessuno. Scendiamo a terra e facciamo due passi sull'isola. All'ombra di alcuni alberi sono stati posti alcuni tavoli e relative panchine in legno. Il fatto che quest'area sia utilizzata per fare dei pic nic, senza che vi sia da parte di chi la usa il doveroso rispetto per l'ambiente circostante, fa sì che l'intera zona sia stata ridotta ad un mezzo immondezzaio. Facciamo queste considerazioni mentre, siamo seduti ad uno dei tavolini bevendoci una birra ghiacciata che avevamo portato con noi. Dopo poco, annunciato da una musica a tutto volume, che fortunatamente spegne una volta giunto nella baia, arriva un caicco che si ferma giusto il tempo per far fare un bagno ai pochi turisti che ha a bordo. La stagione turistica non è ancora iniziata ed al momento è fortemente compromessa dall'attuale lockdown. Nel corso della giornata le uniche altre barche che vedremo nelle vicinanze sono quelle dei pescatori. Alcune di queste utilizzano il pontile per ormeggiare temporaneamente e sistemare le reti. Verso sera le butteranno in corrispondenza dei due punti estremi della baia, dove i fondali diventano più bassi e rocciosi. Con il buio si accendono le centinaia di luci che illuminano la costa e l'antistante isola di Kos. Queste si riflettono sull'acqua creando un effetto quasi magico. Ci godiamo questo spettacolo seduti in pozzetto. E' la nostra ultima sera in una baia durante queste nostre lunghe vacanze. Nei prossimi giorni, una volta raggiunta Turgutreis, dovremmo sistemare la barca e organizzarci per il viaggio di ritorno. Cosa che in questi tempi di Covid non è affatto semplice. 

(Giornale di bordo)    


domenica 2 maggio 2021

Cokertme - Kuçuk Adasi


 
Lasciamo Cokertme di buon'ora. Soffia un leggero vento da est sui 3 nodi. Habibti scivola lenta e leggera parallelamente alla costa. All'interno di Kargil Limani, una delle baie che si trovano a poche miglia ad ovest, vediamo una barca vela alla fonda. La successiva insenatura di Ilgin Limani si presenta invece un po' troppo aperta al vento prevalente. Proseguendo verso occidente un bel ancoraggio nel quale varrà la pena fermarsi in futuro è Alakisla Buku, non lontano da Orak Adasi. Quest'ultima è un'isoletta rocciosa su cui il portolano segnala un paio di ancoraggi. Ci avviciniamo facendo attenzione alla secca che si trova di fronte alla sua costa orientale. Nella piccola insenatura poco distante c'è un catamarano alla fonda. Il posto non mi fa impazzire. Decisamente più bella è invece la baia che si trova a nord dell'isola, anche se è decisamente piccola. Oggi è occupata da un caicco e rimane ben poco posto per un'altra imbarcazione. Continuiamo il nostro giro esplorativo della zona. Qui i due ridossi che reputo migliori migliori sono la baia di fronte a Karglick Buku e, meglio ancora dal punto di vista paesaggistico, l'ansa che si trova poco più a sud. Giunti in prossimità dell'isola di Karaada apriamo il gennaker che tuttavia non riusciremo a tenere aperto a lungo. I giri di vento che ci sono in prossimità del capo dell'isola non ci consentono di tenere una rotta stabile. Qui decidiamo di andare a dare un'occhiata alla costa meridionale dell'isola che, pur essendo nelle immediate vicinanze di Bodrum, è pressochè disabitata. L'unico ancoraggio serio è quello che si trova sul suo lato orientale, di fronte ad un piccolo isolotto roccioso. Mentre tutta la costa meridionale non solo è rocciosa ma anche caratterizzata da fondali molto profondi. In compenso quest'area deve essere molto ricca di pesce. Lo testimoniano le numerose barche intente a pescare. Superata l'isola ci dirigiamo verso la baia di Kucuk Adasi, che già conosciamo bene per avervi trascorso più di una notte. Essendo molto vicina al Marina di Bodrum, come mi aspettavo, la troviamo piuttosto affollata. Diamo fondo accanto ad un Comet 375. Nella zona circolano alcuni gommoni della gendarmeria e della guardia costiera che effettuano controlli lunghi ed accurati. Noi ne siamo risparmiati, probabilmente grazie alla bandiera italiana. Nel pomeriggio da fondo accanto a noi un caicco con un paio di famiglie con i bambini a bordo. Dai vestiti e dalle acconciature stiule rasta dei genitori ci sembrano tanto giamaicani. Trascorreranno qui un paio d'ore, fino al tramonto. Poi, con il calare del sole, la baia si svuota. Noi facciamo una telefonata al Marina di Turgutreis annunciando il nostro arrivo per dopo domani. In serata, mentre siamo seduti in pozzetto ad ascoltare un po' di musica, sentiamo alcune esplosioni di cui non sappiamo spiegarci l'origine. Verremo poi a sapere che si trattava dei fuochi d'artificio esplosi nell'isola greca di Kalimnos per festeggiare la Pasqua ortodossa. Questa isola dista di qui almeno una ventina di miglia eppure il rumore delle esplosioni si percepisce come se fossero dietro l'angolo. Domani cominceremo ad avvicinarci a Turgutreis, dove lasceremo Habibti per un po' di tempo. Ma per ora è meglio non pensarci troppo e gustarci i pochi giorni che ci restano prima di ripartire.
 
(Giornale di bordo)   

sabato 1 maggio 2021

Gokagac Koyu - Cokertme

 
E siamo arrivati a maggio. Non ci sembra vero che è già da più di un mese che siamo in Turchia. Il tempo, quando si sta bene, scorre velocemente. Troppo velocemente. Al risveglio, come prima cosa, invio un messaggio di auguri ad Annie, la mia figlia minore che oggi compie 22 anni. Stavamo giustappunto dicendo di come il tempo scorra veloce. Anche ricorrenze come questa stanno lì a ricordartelo. Nella baia non c'è un alito di vento e nell'aria c'è una leggera foschia che riduce la visibilità. Alle 9 partiamo per Cokertme. Per raggiungere questa baia dobbiamo attraversare tutto il golfo di Gokova. Sono una ventina di miglia che percorriamo a motore. In mare, nonostante il lockdown totale, avvistiamo qualche barca di pescatori e due vele che stanno ridiscendendo, anche loro a motore, la costa meridionale. Il fondale in questa parte del golfo ha profondità oltre i duecento metri, tuttavia per lunghi tratti il nostro strumento della profondità ne segnala non più di tre o quattro, a volte anche meno. La logica farebbe pensare ai soliti cavi sottomarini, anche se, considerata l'estensione dell'area in cui questa situazione si protrae, non posso che pormi qualche interrogativo in proposito. La baia di Cokertme, nonostante il lockdown, non è più semi deserta come l'avevamo trovata qualche settimana fa. La maggior parte delle barche sono alla fonda alla ruota, ma noi preferiamo portare due cime a terra, un po' in disparte. Con il tender scendiamo a terra e in un negozietto del paese facciamo un po' di scorta di vino e birra. Ufficialmente la loro vendita durante il lockdown sarebbe vietata, ma qui per nostra fortuna tutti sembrano fregarsene altamente. D'altra parte non capisco quale nesso possa esistere tra un lockdown e il divieto di vendita di alcoolici. Anche le atre limitazioni non sembrano essere rispettate da nessuno. Ciò almeno fino al momento in cui sulla spiaggia  appaiono due gendarmi che obbligano le persone presenti ad andarsene ritirandosi nelle rispettive abitazioni o nelle loro camere d'albergo. Ciò vale anche per le due famiglie turche che avevano affittato ombrelloni e lettini accanto a noi. Per quanto ci riguarda, dai gendarmi ci viene semplicemente chiesto se siamo stranieri e alla mia disponibilità di mostrargli i passaporti questi replicano che non ce n'è bisogno. Gli stranieri sono esentati dalle varie misure restrittive. Una volta terminati i controlli i due militi se ne vanno e a questo punto il camieriere del ristorante ci dice che se vogliamo pranzare ci possiamo accomodare ad uno dei tavolini un po' in disparte. Tutti gli altri tavoli, infatti, non solo non sono apparecchiati, ma hanno le sedie appoggiate in modo che nessuno possa sedersi. Siamo così i soli avventori e ci gustiamo un ottimo polpo alla griglia e delle triglie fritte. Trascorriamo il resto del pomeriggio in barca. I nostri vicini più prossimi sono due barche a vela messe a pacchetto dalla quale proviene una musica ad alto volume. Gli occupanti devono avere un po' esagerato con l'alcool in quanto passando con il tender accanto ad Habibti restano impigliati in una delle nostre due cime che solo un cieco, o un ubriaco, poteva non vedere. In queste settimane trascorse navigando per lo più in aree solitarie, circondati da una natura in pieno risveglio dopo l'inverno, che per quanto temperato, a queste latitudini resta pur sempre inverno, ho avuto l'ennesima conferma che la mia vera natura è quella di vivere in semplicità, gustandomi l'essenziale dell'esistenza. Possibilmente lontano dalla folla e da tutti quei rumori scomposti che spesso essa produce. Proprio come quello che stanno continuando a fare quei rompiscatole dei nostri vicini. Fortunatamente dopo una fase di euforia, l'alcool spesso produce il suo effetto opposto e così, verso sera, anche sulle due barche accanto cade finalmente il silenzio.
 
(Giornale di bordo)           

venerdì 30 aprile 2021

Teke Koyu - Sakli Koyu - Gokagac Koyu

 
Lasciamo la baia molto presto. Le vespe che ieri avevano in parte rovinato la piacevolezza di questo ancoraggio, con il chiarore del giorno sono riapparse. Le sentiamo ronzare all'esterno mentre facciamo colazione in quadrato. Nel recuperare l'ancora faccio particolare attenzione alle reti che galleggiano in superficie non troppo lontano dalla prua di Habibti. I pescatori che le avevano gettate ieri sera non sono ancora venuti a recuperarle. Risaliamo a motore tutta la baia e puntiamo verso il passaggio settentrionale che da accesso a Yedi Adalar, che già conosciamo bene essendo ormai la terza volta che lo percorriamo. Nell'ampio specchio d'acqua protetto dalle cosiddette "sette isole" c'è una sola barca vela alla fonda. Noi ci dirigiamo invece verso il fiordo di Sakli Koyu. Al suo interno c'è una seconda barca a vela, uno Janneau 42 CC. Diamo fondo nella prima caletta entrando sulla destra e con tecnica ormai collaudata porto rapidamente due cime a terra. Benchè anche questo posto sia paesaggisticamente incantevole, purtroppo sentiamo immediatamente ronzare alcune vespe intorno a noi. Non so spiegarmi il motivo per il quale in questi ultimi due giorni questi fastidiosi insetti abbiano fatto la loro apparizione in massa. Decidiamo comunque di fare un giro con il tender all'interno del fiordo. A remi ci avviciniamo allo Janneau alla fonda poco lontano dove sulla sartia di sinistra vedo issata la bandiera italiana. A bordo nulla sembra muoversi, poi, dal pozzetto, chiuso dallo sprayhood e da un suo prolungamento a poppa, si affacciano un ragazzo e una ragazza sulla ventina. Gli chiedo immediatamente se per caso siano italiani ricevendo una risposta negativa. Ad essere italiano è il proprietario della barca, che è il compagno della madre della ragazza. Per non essere infastiditi dalle vespe si sono rintanati sotto lo sprayhood che hanno affumicato dando fuoco a del caffè macinato. Un rimedio particolarmente efficace contro ogni genere di insetto. Peccato che noi non si possa fare altrettanto. In barca, infatti, abbiamo solo del caffè liofilizzato. "Ne volete per caso un sacchetto?", aggiungono carinamente, "Intanto fra un po' noi ce ne andremo. Qui non c'è segnale internet e per studiare abbiamo necessità di trasferirci in un posto coperto dalla rete". Decisamente non avevo pensato alla possibilità di utilizzare la barca come luogo per studiare in remoto in questi tempi di Covid. Forse per questi ragazzi la pandemia non rappresenta solo qualcosa di negativo. Dopo aver preso il nostro sacchetto di caffè e ringraziato ci inoltriamo nel fiordo, superando una zona di bassi fondali che impediscono alle barche a vela di percorrerlo nella sua intierezza. Prima di rientrare su Habibti facciamo un salto su una spiaggietta che si affaccia sull'ampia baia posta sul lato opposto a quello  dove ora siamo ancorati. In questo punto non vi è segno di vespe e pertanto, rientrati su Habibti, senza indugio ci spostiamo a Gokagac Koyu, l'insenatura dove eravamo già stati qualche giorno fa. Qui di vespe ce ne sono molte di meno e riusciamo così a trascorrere un pomeriggio decisamente più tranquillo. Verso sera prendiamo un aperitivo seduti sulla tuga e per cena cucino una minestra di funghi che accompagniamo con una bottiglia di vino rosso comprato a Lipsi.
 
(Giornale di bordo) 

giovedì 29 aprile 2021

Kargilibuk - Teke Koyu

 
Oggi è il primo giorno di lockdown totale. E anche se ai turisti stranieri questa misura non si applica preferiamo tenere un profilo ancora più basso, cercando di spostarci il minimo indispensabile e trovando, ove possibile, dei ridossi discreti. Lasciamo il fiordo di Kargibuluk prima che il vento si alzi. In mare aperto ci sono già 16 nodi, ma li prendiamo al gran lasco e quindi scivoliamo veloci sull'acqua con le onde che ci accompagnano. Superimo, rispettivamente Tutzutan Burun, Koyun Burun e Teke Burun, i tre capi che delimitano questa parte della costa del golfo di Gokova. Poco prima di Koyun Burun, in un'insenatura divisa in due anse c'è ancora, nello stesso identico posto, il caicco che avevamo visto alcuni giorni fa. Ne deduciamo che abbia svernato qui. Nella baia più orientale vi è invece una barca a vela che la volta scorsa non c'era. Superato il terzo capo e ci inoltriamo nel la baia di Teke Koyu dove troviamo qualche barca di pescatori. Ci dirigiamo verso l'ampia spiaggia che ne delimita la sua parte finale. Qui, dietro ad un piccolo promontorio roccioso, si apre un'ansa particolarmente protetta dove diamo fondo in 5 metri d'acqua, portando due cime a terra. Un ridosso perfetto dal vento odierno ed anche particolarmente discreto in quanto Habibti non risulta visibile dal mare aperto. Scendiamo a terra e imbocchiamo una strada sterrata che dall'estremità settentrionale della spiaggia si inoltra nella retrostante foresta. In questo primo tratto purtroppo non mancano i segni di sporcizia lasciati dai vari visitatori. I sacchetti di plastica purtroppo la fanno da padrone. Inoltrandosi nella foresta, lungo una strada a curve e in salita, la situazione migliora. Camminiamo per una buona mezz'ora prima di arrivare ad un bivio. Lontano, di fronte a noi, vediamo un'abitazione, probabilmente di contadini in quanto i campi circostanti sono coltivati. Seguiamo il tratto di strada sulla sinistra che continua in leggera salita fino a quando si sdoppia nuovamente. Qui ci teniamo nuovamente a sinistra percorrendo un largo sentiero che ci conduce sulla cresta delle colline che circondano la baia. Il crinale è attraversato longitudinalmente da un'ampia striscia disboscata creata apposta per prevenire l'espandersi del fuoco in caso di incendio. Qui ci si presenta un panorama mozzafiato. Habibti appare tutta sola nella baia in lontananza, mentre intorno a noi è un tripudio di fiori. Stiamo una decina di minuti seduti a guardare questa meraviglia che ci circonda, poi per altri dieci minuti seguiamo la striscia senza alberi sulla quale ci troviamo. E' già un paio d'ore che camminiamo e decidiamo di fare dietro front. Nel pomeriggio, mentre su Habibti combattiamo una quanto mai inutile lotta con delle fastidiosissime vespe, sulla spiaggia parcheggia un auto dalla quale scendono due persone che si incamminano lungo la rocciosa e frastagliata costa che abbiamo di fronte. Un paio di ore dopo vediamo che si dirigono verso di noi. Sono padre e figlio e  come risposta ad una mi domanda specifica il genitore mi risponde: "We are fishing!". Probabilmente devono avere delle nasse poste in punti precisi della costa in quanto non hanno nessuna canna da pesca al seguito. Nel pomeriggio, anche per distrarci un poco dal continuo ronzio delle vespe che continuiamo ad avere intorno, facciamo il primo bagno della stagione, in un'acqua sì limpidissima ma ancora piuttosto fredda. Verso sera, infine, arriva una barca di pescatori che getta una rete davanti alla punta del promontorio roccioso poco distante da noi. Le reti restano a galla e, benchè segnalate con due piccole boe, costituirebbero un bel pericolo in caso di un atterraggio notturno. Con il buio, fortunatamente, anche le vespe si tranquillizzano e possiamo finalmente cenare in santa pace. 
 
(Giornale di bordo) 

mercoledì 28 aprile 2021

Kargilibuk



Questo posto è talmente bello che decidiamo di fermarci qui un altro giorno. Anche oggi faremo una passeggiata, questa volta in direzione di Tuzla Koyu continuando lungo la strada che da questa baia prosegue verso sud. Mentre discutiamo sul programma odierno, ci viene il dubbio che a seguito del lockdown totale imposto a partire dal 29 aprile e annunciato ieri sera alcuni voli potrebbero essere cancellati. E' pertanto fondamentale, appena troveremo un posto con un po' di campo per la rete telefonica, chiamare la Turkish Airlines per avere informaioni al riguardo. Per raggiungere Tuzla Koyu prendiamo la ormai nota scorciatoia che ci evita di effettuare un largo giro verso l'interno. Passiamo così nuovamente accanto alle tre tombe sotto i cipressi e costeggiamo la rete metallica che delimita una delle fattorie della zona. Una volta ripresa la strada principale incontriamo il vecchietto che l'altro giorno tagliava l'erba all'interno della fattoria. E' in bicicletta e, pensando possa venderceli lui, gli chiediamo dove si possano trovare dei pomodori nella zona. Invece ci fa presente che se vogliamo comprare frutta e verdura possiamo rivolgerci ad Ali, il proprietario del ristorante. Faremo senz'altro così. Seguiamo il tracciato della strada che, dopo essere passata accanto ad un paio di cale nella baia di Tuzla Koyu, si inerpica per la montagna. Quando la vista diventa un po' più ampia ne vediamo il lungo tracciato che in un ampio giro sulle colline circostanti si snoda verso l'interno per poi risalire a mezzacosta fino ad un colle. Di qui, secondo i miei calcoli dovrebbe vedersi la limitrofa baia di Hirsiz Koyu. Tuttavia, per raggiungere il colle bisognerebbe percorrere almeno una decina di chilometri, che dovremmo poi ripercorrere a ritroso. Un programma un po' troppo ambizioso. Ma proprio mentre stiamo facendo queste riflessioni scorgiamo sulla nostra destra il ripido tracciato di una vecchia carrareccia che dal punto in cui siamo sembra puntare direttamente al colle summenzionato. Potrebbe essere una vecchia strada in disuso ed incuriositi la risaliamo per una buona mezz'oretta. Man mano che la percorriamo diventa sempre più difficile procedere a causa della vegetazione sempre più fitta. Purtroppo a poche centinaia di metri sotto il colle la strada diventa impraticabile. La macchia mediterranea, costituita da rovi e alberi pieni di spine ostruisce definitivamente il passaggio. Non ci resta pertanto che tornare sui nostri passi, controllando di tanto in tanto se sul telefono appare un seppur minimo segnale di rete. Un paio di tacche appaiono in corrispondenza di un punto un po' più aperto dal quale è visibile l'antistante  centrale elettrica di Oren. Chiamiamo la Turkish Airlines e dopo un po' di passaggi riusciamo finalmente a parlare con un operatore che ci conferma che per ora il nostro volo per Roma è confermato. Una buona notizia. Non che si abbia molta voglia di lasciare questi posti meravigliosi, ma ormai è da oltre un anno e mezzo che manchiamo dall'Italia e ci dobbiamo necessariamente tornare, anche se solo per una settimana. Torniamo su Habibti dopo quattro ore di camminata. Le due barche che hanno trascorso qui la notte se ne sono andate e siamo quindi nuovamente soli in questo fiordo spettacolare. La camminata ci ha messo appettito e per smorzarlo in attesa della cena ci prepariamo due panini al prosciutto che mangiamo accompagnati da una birra fresca. Prima di cena vorremmo infatti fare un po' di bucato approfittando dell'acqua che è disponibile sul pontile. Lo raggiungiamo nel tardo pomeriggio con il tender. Al momento Ali non c'è. Facciamo invece la conoscenza di Bairam, un suo amico che ci dice lavorerà qui per la tutta stagione estiva. Mentre facciamo il bucato arriva a bordo di un auto un po' sgangherata un coppia di persone anziane che si siedono ad uno dei tavolini del ristorante per un caffè. Sarà per la barriera linguistica che ci divide ma ci ignorano completamente. Una volta ripartiti, Bairam ci dirà che si tratta di uno dei fratelli più anziani di Ali e della moglie. Veniamo così a scoprire che tutte le persone che vivono in questa zona appartengono alla famiglia di Ali. Sono tutti contadini ed allevatori che, oltre a vendere i loro prodotti nei vari mercati locali, riforniscono anche il ristorante sul cui retro scopriamo esservi un negozietto. Terminato il bucato ci sediamo ad uno dei tavolini in attesa di Ali. Per fare la spesa dobbiamo infatti necessariamente aspettarlo in quanto Bairam non conosce i prezzi. Arriva dopo un'oretta e ci saluta calorosamente con la sua parlata un poco strana. Oltre ad offrirci un caffè ci fa fare una breve visita dell'area retrostante al ristorante occupata da un'ampio piazzale, dove razzolano decine di galline, un locale dove ha costruito i bagni per gli ospiti del pontile e una baracca un poco diroccata dove vive tutto l'anno. Poichè è così gioviale, in modo forse un po' indiscreto, gli chiediamo di chi siano le tre tombe sotto i cipressi. Ci dice che sono rispettivamente di sua nonna, di suo padre e di un fratello morto giovane in circostanze che ci resteranno misteriose in quanto liquida l'argomento con un eloquente ".. è una lunga storia". Fatta un po' di spesa e salutati i nostri amici, ce ne torniamo in barca. Questa sera la cena prevede salmone affumicato con una bottiglia di rosè. Le previsioni, che guardo prima di andare a letto, annunciano un paio di giorni con vento da est-sud-est pertanto domani ci sposteremo in una baia ridossata un poco più a sud.

(Giornale di bordo)

martedì 27 aprile 2021

“English Harbour” - Kargilibuk


Anche oggi ci svegliamo presto, benchè le miglia da percorrere siano veramente poche. Intendiamo raggiungere Kargibuluk, lo stretto fiordo che vira a 90 gradi e che avevamo raggiunto a piedi la scorsa settimana da Tuzla Koyu. Il vento nei prossimi giorni soffierà da ovest e quel ridosso è perfetto. Quando lasciamo la baia in cui abbiamo trascorso la notte Behcet dorme ancora e non riusciamo a salutarlo come invece avremmo voluto. Usciti dal ridosso, il mare e il vento sono calmi. Solitamente in quest'area entrambi cominciano a rinforzare a partire da mezzogiorno. Avanziamo paralleli alla costa lasciando sulla sinistra alcuni luoghi a noi già noti. L'ingresso nel fiordo di Kargilibuk è molto particolare in quanto man mano che ci si inoltra la vista si apre sulla sua parte più interna e nascosta. Un vero covo di pirati. Si può avanzare in tranquillità fino all'altezza della foce di un fiumiciattolo che immettendosi in mare insabbia la zona circostante. Oltre questo punto il pescaggio diventa inferiore ai due metri ed è meglio non avventurarsi con una barca a vela. Diamo fondo in una decina di metri d'acqua e portiamo due cime a terra, dove la profondità resta elevata fino a pochissimi metri dalla riva. Anche l'ancoraggio odierno è uno spettacolo. Scendiamo a terra attraversando il fiordo con il tender ed utilizzando i remi. Lo ormeggiamo al pontile del piccolo ristorante di proprietà di Ali, con cui facciamo conoscenza. Ad esso sono anche ormeggiate alcune barche stanziali: un caicco, un catamarano a motore e un peschereccio. Ali ci dice che è possibile fare il pieno d'acqua nel caso ne avessimo bisogno e che attorno al pontile il fondale è di tre metri. Cosa che, a guardare bene, mi sembra proprio improbabile. Il segnale del telefono è assente, se non in un punto specifico dell'ampio piazzale antistante il ristorante dove la linea va e viene a fasi alterne. Forse è anche per questo che quando Ali parla al telefono urla come un ossesso. Oggi la nostra abituale passeggiata non ce la toglie nessuno. E così, lungo una strada sterrata, ci dirigiamo verso est, in direzione di una baia che avevamo visto dal mare e che raggiungiamo dopo aver scavallato una collina. La stessa strada continua costeggiando il litorale. Notiamo all'ingresso della baia, in mezzo al mare e non segnalata, una secca davvero pericolosa. Per il resto il panorama, i colori e i profumi sono eccezionali. Un tripudio di contrasti cromatici come solo la primavera ti sa regalare. Papaveri, fiori di tutti i colori e il verde intenso dei pini, tutti con la punta o il tronco piegati dal vento. Incontriamo anche qualche tartaruga. Seguiamo il percorso della strada fino a quando esso si trasforma in una irta salita che funge anche da sparti fuoco. A questo punto ritorniamo sui nostri passi e prendendo qualche scorciatoia in prossimità del fiordo dove si trova Habibti lo raggiungiamo dopo 3 ore di cammino. Mentre, in pozzetto, stiamo gustandoci la frittata con l'aglio fresco e le bruschette che abbiamo preparato per pranzo, nel fiordo entra la barca a vela che avevamo visto ieri ad "English Harbour". L'equipaggio, composto da due persone che hanno tutta l'aria di essere padre e figlio, ci saluta e dopo aver fatto un breve giro nel fiordo se ne va.  Nel pomeriggio scendiamo nuovamente a terra a gettare la spazzatura. Per raggiungere il ristorante di Ali, che è chiuso a causa del lockdown, questa volta facciamo un lungo giro a piedi dell'insenatura che implica una buona mezz'oretta di cammino. Vicino ai cassonetti ci accorgiamo che la linea telefonica ed internet hanno una discreta recezione e pertanto ne approfittiamo per fare i biglietti aerei per Roma. Partiremo il 7 maggio prossimo. Ci restano pertanto un'altra decina di giorni, purtroppo sempre troppo pochi. Telefoniamo anche a Faruk che ci informa che, in considerazione dell'elevato aumento dei contagi, è stato imposto il lockdown totale dal 29 aprile fino al 17 maggio, giorno che corrisponde alla fine del Ramadan. Fortunatamente questa misura non si applica agli stranieri che non sono residenti nel paese e quindi non incide sui nostri spostamenti. Certo che, a guardarci intorno, ci sembra davvero impossibile che si stia vivendo un periodo così complicato. Attorno a noi non solo non c'è nessuno, ma anche tutta la natura circostante appare un vero e proprio inno alla vita. Ozgur, sempre molto attento nei nostri confronti, ci manda anche lui un messaggio per informarci delle nuove disposizioni. Ritorniamo così sui nostri passi, passando accanto ad una casa nelle cui prossimità pascolano indisturbate alcune pecore e un paio di mucche. Un paesaggio bucolico che rende ancor maggiore il contrasto con la realtà odierna. Nel fiordo, intanto, sono arrivate altre due barche a vela. Una ha già terminato la manovra di ormeggio sul lato opposto al nostro, mentre la seconda, il cui equipaggio deve essere alle prime armi, impiega quasi un'ora per dare fondo all'ancora e portare correttamente due cime a terra. Finiscono la manovra che è già notte. Nel frattempo si è alzato un po' di vento e noi ci rintaniamo al calduccio sottocoperta.

(Giornale di bordo)

lunedì 26 aprile 2021

Sogut - “English Harbour”

 
Sveglia alle 7.30. Dopo alcuni giorni a Sugut oggi ci sposteremo nella baia di Degirmen Buku. Al suo interno si dipartono una serie di piccoli fiordi che costituiscono un ottimo ridosso praticamente da tutti i quadranti. In quello più meridionale, denominato Okluk Koyu, ora è vietato l'ingresso in quanto è prossimo alla residenza estiva del Presidente Erdogan. Mentre per gli altri è consentito l'ancoraggio nei periodi in cui il capo dello stato non è qui. Tra questi vi è anche Canak Koyu, meglio conosciuto come "English Harbour" per il fatto che è servito da rifugio ad alcune navi da guerra inglesi nella seconda parte del secondo conflitto mondiale. Mentre ci prepariamo a partire vediamo che anche Behcet è già sveglio e sta apprestandosi a fare la stressa cosa, per la stessa destinazione. Su "Alisee", invece, tutto tace. Hosnya e Faruk devono essere partiti presto per andare a fare il vaccino e probabilmente Jan ne approfitta per farsi una dormita più lunga del solito. Usciamo dalla baia e con rotta verso ovest lasciamo sulla sinistra Andali Burun e le due piccole isolette di Kara e Zeytinli Adasi. Superata quest'ultima ci dirigiamo all'interno dell'ampia baia virando nuovamente ad ovest appena superato la sua punta occidentale. Qui lasciamo sulla destra la piccola insenatura di Hrsiz Koyu ed entriamo nel successivo fiordo, nostra meta odierna. Non c'è nessuno e diamo fondo in 5 metri d'acqua portando due cime a terra, nel suo ramo più settentrionale. Non abbiamo ancora terminato l'ormeggio che arriva una pilotina della polizia. Ce lo aspettavamo, essendo quest'area, per i motivi già menzionati, sotto alta sorveglianza. I due militari, che non parlano inglese, sono gentili. Ci chiedono il "transit log", i documenti della barca e i passaporti che gli forniamo. Tutto è in regola e presi tutti i nostri dati, ci salutano e se ne vanno a controllare Behcet che nel frattempo è arrivato e ha dato fondo alla ruota nel mezzo del fiordo. Poi vediamo la pilotina ritornare verso di noi. Si erano dimenticati di restituirci il "transit log". Non avendo ancora risistemato i documenti al loro posto, ancora non ce ne eravamo accorti. Il luogo è davvero molto bello e avremmo voglia di scendere a terra per fare la nostra passeggiata quotidiana. Sul lato opposto della baia, infatti, intravediamo una strada sterrata che si inoltra nella foresta che circonda l'insenatura. Behcet, che passiamo a salutare invitandolo per cena su Habibti, ci sconsiglia di inoltraci a piedi in quest'area. Il fatto che sia limitrofa alla casa del Presidente rende la gendarmeria che la sorveglia poco affabile nei confronti degli intrusi. Non vogliamo avere grane e quindi optiamo per un giro a remi del fiordo con il tender. All'ora di pranzo facciamo uno spuntino con un insalata russa gustandocela seduti in pozzetto al sole. Oggi era previsto vento da nord, ma qui deve fare strani giri in quanto in mattinata entrava da ovest e nel pomeriggio addirittura da sud. Fortunatamente è più una brezza che altro e il nostro ancoraggio resta perfetto. Nel pomeriggio arriva una terza barca a vela, "Demetes III", che da fondo occupando con le sue cime a terra tutta la parte settentrionale del fiordo alla nostra dritta. Devono conoscere bene la zona in quanto effettuano le manovre di ormeggio a colpo sicuro. Per il resto della giornata non arriverà più nessuno. Alle 18, puntuale, Behcet sale a bordo, non prima di essere passato a salutare gli altri ospiti della baia. Quando si vive da soli in barca si sente comunque il bisogno di socializzare. Tania prepara delle ottime bruschette che prendiamo come aperitivo in pozzetto. Poi, appena scende il buio, ci trasferiamo sottocoperta dove cucino degli gnocchi con pomodorini e zafferrano. Molto apprezzati. La conversazione con Behcet è molto interessante e spazia dalla musica, alle barche, ai viaggi che egli ha fatto prima che decidesse di trasferirsi a vivere definitivamente i barca. La sua parlata calma e ragionata infonde serenità. Trascorriamo così una piacevolissima serata che concludiamo aprendo l'ultima bottiglia di "Samos", un vino da dessert greco che abbiamo a bordo. 
 
(Giornale di bordo)

domenica 25 aprile 2021

Sogut

 
La notte è trascorsa tranquilla. Oggi vorremmo fare una passeggiata e raggiungere il piccolo villaggio di Camlikoy, che si trova ad alcuni chilometri ad est di qui. Guardando su Google Earth non sembra che vi siano strade che lo raggiungano direttamente senza fare un lungo giro nell'interno. Ma poichè tutta la zona circostante è coperta da fitte foreste, può anche essere che esista qualche scorciatoia nel bosco che non si individua facilmente con una visione satellitare. Una volta scesi a terra, per prima cosa chiedo se sia possibile comprare da qualche parte un paio di litri di benzina. Quella che utilizziamomo per il fuoribordo, infatti, sta quasi per terminare. Lo chiediamo ad un locale che però ci dice che il distributore più vicino si trova sulla strada per Marmaris, ad una quindicina di chilometri di distanza. Fortunatamente viene in nostro soccorso Behcet che gentilmente si offre di riempire la nostra tanica quel tanto necessario per renderci autonomi per alcuni giorni. Risolto il problema ci dirigiamo verso il sentiero che costeggia la riva orientale della baia e che avevamo visto dalla barca. Questo sembra condurre nella direzione da noi desiderata. Per raggiungerlo attraversiamo prima un'area con alcune case al momento disabitate, ma che nel periodo estivo pare siano utilizzate come bed&breakfast, e poi una zona paludosa che si trova alle spalle della baia dove è ancorata Habibti. Qui incrociamo una giovane coppia con un cane che si diverte a sguazzare nel fango della palude. Mentre con fatica cerchiamo un passaggio per raggiungere il sentiero, divincolandoci tra stagni acquitrinosi e una fitta vegetazione, il cielo si copre e comincia a soffiare un vento premonitore di pioggia. Riflettiamo un po' sul da farsi ed infine decidiamo di ritornare sui nostri passi. Prima di ritornare in barca ci fermiamo nel piccolo negozio di alimentari del paese e compriamo pane, yogourt e qualche bottiglia di birra Bomonti. Un birra di origine italiana  che, grazie ad una licenza governativa concessa al colosso turco Efes, da qualche anno è stata da questo nuovamente commercializzata. Si tratta di una birra non filtrata, non molto alcolica, dolce e poco gassata. Veramente ottima. Passando accanto al "Mehmhet Sogut Cafè", dove ieri avevamo comprato i "lahmacun", le ottime pizze turche, ordiniamo due porzioni di patatine fritte da asporto che accompagneranno le milanesi che cucineremo per pranzo e che accompagneremo con l’ultima bottiglia regalataci prima della nostra partenza dall’Italia da Giovanni. Porta l’etichetta con il nome ed l’acquarello della barca che aveva a quel tempo: un Comet 41S di nome “Nausicaa”. Il timore per la pioggia in arrivo fortunatamente si rivela infondato. Nel pomeriggio ci telefona Faruk, che oggi ancora non avevamo nè visto nè sentito. Ci dice che domani gli faranno la seconda dose di vaccino e che pertanto domattina partirà presto per Mugla. Da parte nostra domani vorremmo trasferirci ad “English Harbour", uno dei fiordi della baia di Degirman Buku, poche miglia ad ovest di qui. La stessa cosa farà anche Behcet. Domani e per i giorni a seguire, infatti, il vento girerà da nord e la baia di Sogut risulterà molto meno protetta. Trascorriamo la serata a bordo, commentando il nostro soggiorno in questo splendido luogo. In effetti questi giorni trascorsi a Sogut, molti di più di quelli che avevamo originariamente preventivato, sono stati veramente piacevoli.
 
(Giornale di bordo)

sabato 24 aprile 2021

Sogut

 
Volendo trascorrere un'altra giornata a Sogut questa mattina ce la prendiamo con molta calma. E così resto a letto a leggere fino alle 10, anche perchè fuori il cielo è coperto e fa un po' freschetto. Mi godo soprattutto il fatto di non avere programmi predefiniti da rispettare. Un lusso che si possono concedere solo coloro che hanno la possibilità di trascorrere lunghi periodi in barca. Una volta alzato controllo nuovamente la sentina. Lo scottex che avevo messo sul fondo è perfettamente asciutto. Preferisco tuttavia aggiungere un po' di "afloat" intorno al golfare al quale è legata la cima che trattiene la catena nel gavone di prua. Ciò eviterà che vi possano essere delle piccole infiltrazioni quando lavo la catena con un getto di acqua dolce. Accendo anche il motore per caricare le batterie. Infatti, ancora non ho montato i pannelli solari, anche se questi sono sufficienti esclusivamente per compensare il consumo di alcune utenze, ma non a ricaricare le batterie. L'acquisto di un piccolo generatore diventa sempre più indispensabile, infatti sono convinto che almeno un terzo delle quasi 1700 ore del nostro Volvo Penta sono state fatte con il solo scopo di ricaricare le batterie. Verso le 11.00 scendiamo a terra con il tender. Qui incontriamo Behcet con il quale facciamo una passeggiata in paese a rifornirci di fragole e limoni. La solita cammionetta della Gendarmeria continua a girare per controllare che il lockdown sia rispettato, ma mi pare che lo facciano senza troppa convinzione. D'altra parte andare a fare la spesa è consentito, pertanto noi siamo in piena regola. Esce il sole e con lui la temperatura si alza immediatamente. L'estate si sta avvicinando. Benchè la notte dormiamo sempre sotto il piumino, negli ultimi giorni non è più necessario accendere il webasto la mattina per riscaldare l'ambiente sottocoperta. Sulla strada del ritorno, Behcet, che conosce perfettamente la zona, ci mostra alcune scorciatoie per arrivare ai pontili dal paese. Torniamo in barca e attendiamo che arrivi l'ora di pranzo. Nel frattempo ci viene a trovare, anche oggi, la coppia di papere che tutti i giorni nutriamo con il pane secco che abbiamo a bordo. Verso le 14 Jan ci viene a prendere. Pranziamo a bordo di "Alisee": caponata e vino bianco. A giudicare dal fatto che non è avanzato nulla credo che il piatto sia stato apprezzato. Jan mi chiede la ricetta. In effetti è un'ottimo piatto da offrire ai clienti che "Alisee" spera di avere presto a bordo. Come al solito, dopo pranzo ci sediamo a prua a chiacchierare. La compagnia dei nostri amici è veramente gradevole. Restiamo qui fino alle 18.30. Nel frattempo il cielo si sta rannuvolando di nuovo e noi ci godiamo un'altra tranquilla serata a bordo.

(Giornale di bordo)

venerdì 23 aprile 2021

Sogut

 
Sole, mare calmo e cielo che più azzurro non si può. A guardare la baia stamattina non ti verrebbe più voglia di andartene. Invece, ahimé, dobbiamo dare un'occhiata ai possibili voli che dovranno portarci prima a Roma, da dove manchiamo da oltre un anno e mezzo, e di qui a Riad. Abbiamo ancora alcune settimane davanti a noi, ma dobbiamo necessariamente rientrare in Arabia Saudita in tempo per fare la seconda dose di vaccino prevista per il 23 maggio. Mentre guardiamo i voli disponibili accendo il motore per ricaricare le batterie. Poi scendiamo a terra e a piedi raggiungiamo una delle numerose fattorie che si trovano nell'entroterra di Sogut. Qui compriamo aglio fresco, cipollotti, pomodori, basilico ed insalata. Li raccolgono dal campo sotto i nostri occhi. Più chilometro zero di così si muore. Tutto ha un'aria deliziosa, anche per me che con la verdura non ho prorio un rapporto idilliaco. Mentre siamo nella fattoria, sulla strada passa una cammionetta della Gendarmeria con una grande bandiera turca sul cofano, un altoparlante sul tetto e la musica a tutto volume. Oggi è la Festa Nazionale e il motivo che l'altoparlante sta diffondendo deve essere l'inno nazionale o qualche altro pezzo patriottico. Essendo giorno di lockdown teniamo un basso profilo ed evitiamo di farci vedere troppo. Prima di tornare su Habibti compriamo del ghiacchio in un piccolo negozio di alimentari sulla strada. A pranzo vorremmo mangiare un po' delle verdure che abbiamo appena comprato e berci un bicchiere di raki gelato. Verso le 11,30 passano a salutarci Faruk e Hosnya che avevamo visto precedentemente fare dei giri nella baia a bordo del loro gommone. Poi, a nuoto, ci raggiunge anche Jan. Gli offriamo un caffè e restiamo intesi che domani pranzeremo insieme su "Alisee". Propongo una caponata che cucinerò nel pomeriggio. La caponata è sempre più buona se mangiata, temperatura ambiente, il giorno dopo. Controllo la sentina che, grazie a Dio, è perfettamente asciutta. Per scrupolo, sul fondo lascio uno scottex, in modo da poter verificare che non vi sia il minimo trafilo d'acqua. Preparata la caponata e messa a riposare trascorriamo il resto del pomeriggio a prendere il sole in pozzetto. Per whatsapp mando ad Ozgur la foto dello switch che non funziona chiedendo di compramene uno nuovo e di buona qualità che monteremo una volta arrivati a Turgutreis. Nel pomeriggio nella baia arriva qualche barca. Ma non dovrebbe essere giorno di lockdown? Va a capire. Si tratta sicuramente di imbarcazioni che provengono dal vicino Marina di Gokova, nei pressi di Oren, sulla parte opposta del golfo. Una di esse, intorno ai 50 piedi, fa una manovra maldestra dando fondo all'ancora troppo vicino a riva tanto che una volta steso il calumo tocca il fondale con la deriva. Ripete la manovra un paio di volte, ma dato che da fondo più o meno sempre nello stesso punto, ogni volta lo scenario si ripete. Alla fine si sposta un po' più nel centro della baia dando fondo in corrispondenza del puto dove si trova l'ancora di un'altra barca, con il risultato che la loro poppa finisce con il trovarsi a pochi metri dalla prua di quest'ultima. Con tutto lo spazio che c'è a disposizione nella baia è legittimo pensare che si tratta di un equipaggio di veri imbranati. Dopo il tramonto ci ritiriamo sottocoperta e un paio d'ore dopo ce ne andiamo a letto. E' piacevole e salutare cominciare a seguire i ritmi del nostro orologio biologico.

(Giornale di bordo)

giovedì 22 aprile 2021

Sogut

 
Un'altra giornata di sole. Anche il vento si è definitivamente calmato. Decidiamo così di restare a Sogut. Vorremmo scendere a terra per comprare un po' di frutta e verdura nella fattoria in cui Tania era stata l'altro giorno. In mattinata riceviamo la visita di Behcet. E' un musicista ben conosciuto in Turchia e che ha ricevuto anche un premio alla biennale di Venezia. Non dimostra per niente le sue 75 primavere. E' originario di Istanbul, dove ha ancora una vecchia casa in legno sul Bosforo. Tuttavia, da alcuni anni si è trasferito a vivere in barca. Dopo averne avuto per lungo tempo una barca più piccola, nel momento in cui ha fatto la scelta di trasferirsi a vivere in barca ha comprato un Amel Maramu. Su questo ha anche installato un piano elettrico che gli consente di continuare a comporre. Gli parlo dell'analoga scelta fatta alcuni anni fa da un amico, Roberto che, oltre che con il suo compagno, convive in barca con una tastiera e il suo Stradivari. Con Behcet discutiamo un po' di barche e della nostra intenzione di trasferirci anche noi un giorno a vivere sul mare. Gli illustro poi alcune delle ulteriori migliorie che vorrei apportare ad Habibti a tale fine ricevendo alcuni preziosi consigli. Gli promettiamo che passeremo sulla sua "Pamphile III" per una visita. Scendiamo a terra con il tender, che ormeggiamo ad uno dei pontili. Ci dirigiamo a piedi verso la fattoria in cui Abdullah aveva accompagnato Tania il giorno del nostro arrivo a Sogut. Si trova ad un paio di chilimetri all'interno, non lontana dalla casa di Gokcem e Gokham. Mentre stiamo camminando riceviamo una telefonata di Faruk che ci dice che ci raggiungerà, insieme ad Hosnya, con il suo pulmino. Anche su "Alisee" hanno necessità di comprare frutta e legumi. Li attendiamo ad un bivio. Quando ci raggiungono andiamo insieme alla fattoria, ma purtroppo non vi troviamo nessuno. Dei vicini ci dicono che tutta la famiglia è andata a Marmaris in quanto oggi è giorno di mercato. Facciamo allora un breve giro in auto, fino all'ingresso della residenza estiva di Erdogan dove un posto di blocco ci fa fare dietro front. Al ritorno compriamo delle fragole profumatissime, coltivate in uno dei campi retrostanti ad un negozio posto sulla strada. Tornando in barca ci fermiamo da Behcet al quale regaliamo un cestino delle fragole appena acquistate. Il suo Amel è tenuto molto bene E' una barca che ha i suoi anni ma che porta molto bene, grazie alla sua ottima qualità costruttiva. Behcet ci mostra la sua tastiera e ci offre un bicchiere di vino bianco fresco. Mentre continuiamo la conversazione iniziata su Habibti, davanti ad uno dei pontili da fondo un vecchio Hallberg Rassy 49 armato a ketch. Una barca che ha fatto il giro del mondo, ci dice il nostro interlocutore che ne conosce l'armatore. Tornati su Habibti Tania prepara delle bruschette, mentre io cucino dei tortellini che condisco con burro e salvia. Terminiamo anche una delle ultime bottiglie ci seguono dalla Grecia. Poichè di tanto in tanto ho l'abitudine di dare uno sguardo in sentina, così faccio dopo pranzo. Purtroppo ho l'inaspettata sorpresa di trovarci un po' d'acqua. D'acchito penso subito alla gurnizione del timone, appena sostituita, ma poi constato che si tratta di acqua dolce. Faccio subito tutti i controlli di rito: dal serbatoio dell'acqua, ai tubi dell'impianto idraulico, allo scaldabagno. Nulla, tutto è apparentemente a posto. Mi vengono allora in mente due altre possibilità. La prima è che vi possa essere stata una piccola infiltrazione dal gavone di prua dove si trova la catena dell'ancora la cui estremità è fissata con una cimetta ad un golfare attorno alla cui base è stato posto del mastice apposito per evitare le infiltrazioni. Potrebbe essere che l'altro giono, mentre ho lavato la barca, un po' di acqua sia filtrata all'interno. La seconda possibilità è quella che vi sia una piccola perdita dall'autoclave, che purtroppo da anni di tanto in tanto si mette in moto da sola. Un problema che non sono mai riuscito a risolvere. Se dipendesse da questo, potrebbe essere che con il tempo da qualche parte nella chiglia si sia creato un piccolo deposito di acqua che l'altro giorno, quando la barca ha beccheggiato notevolmente prendendo un paio di onde piuttosto alte e ripide, si è scaricato in sentina. Di acqua ce ne sono solo quattro dita, ma domani dovrò andare ulteriormente a fondo della questione, magari cominciando con l'aggiungere un po' di "afloat" intorno al golfare nel gavone di prua. Trascorriamo la serata leggendo. Siamo seduti in quadrato quando giunge una telefonata di Behcet. Ci dice che la radio ha appena annunciato che domani, in occasione della Festa Nazionale turca, è stato decretato il lockdown generale, che si protrarrà nei due giorni successivi essendo il fine settimana. Saranno quindi tre i giorni durante i quali teoricamente non ci potremmo muovere da qui. Dico teoricamente perchè non è del tutto chiaro se le barche battenti bandiera straniera siano o meno esentate da questa disposizione. In questa materia regna molta confusione e noi non intendiamo prendere rischi inutili. Tanto più che qui a Sogut, in compagnia dei diversi amici che abbiamo conosciuto, si sta davvero bene. Fermarci per ulteriori tre giorni è un piacere più che una costrizione.
 
(Giornale di bordo

mercoledì 21 aprile 2021

Sogut - Sehir Adalari - Sogut


Un'altra giornata di sole. Il vento di ieri pomeriggio si è calmato e il tratto di mare che vediamo fuori dalla baia è calmo. Telefoniamo a Faruk dandoci appuntamento per i prossimi giorni e leviamo l'ancora. La meta odierna è il gruppetto di isole che prende il nome di Sehir Adalari, dove eravamo già stati lo scorso anno visitando anche il sito archeologico che si trova su quella più grande.  Usciti dalla baia seguiamo la costa lasciando sulla nostra sinistra l'isolotto di Karaca Adasi, circondato da alti fondali. Superiamo prima Kargi Burun e poi Domuz Burun, i due capi che delimitano la baia di Boncuk Koyu, molto aperta al vento prevalente. Lasciando sulla sinistra la meda che segnala la secca antistante Sehir Adasi, ci infiliamo nel passaggio che divide quest'ultima dalla terra ferma. Sulla parte meridionale dell'isola sono evidenti i resti dell'antica cinta muraria. Diamo fondo in 5 metri d'acqua nella baia dove si trovano i pontili ai quali in estate attraccano i battelli che portano i turisti sull'isola. Il generatore che ricordavo esserci nelle vicinanze è acceso, ma non da più di tanto fastidio. In prossimità della casa del custode vediamo alcune persone. Sono probabilmente gli inservienti del sito archeologico. Diversamente dallo scorso anno nella rada non c'è nessuno. Due "milanesi" e un'isalata verde con i pomodori costituiscono il nostro pranzo, che consumiamo in pozzetto. Nel pomeriggio si alza il vento che, verso le 16,  raggiunge l'intensità di 25 nodi. Habibti brandeggia un poco. Insieme al vento si instaura anche un po' di risacca. Che la baia sia soggetta a questo fenomeno quando ci sono queste condizioni ce lo conferma Behcet, l'armatore dell'Amel Maramu che era alla fonda accanto a noi a Sogut e che Faruk mi passa al telefono. Gli dico che resteremo qui ancora un po' nell'auspicio che il vento diminuisca in serata. Ciò purtroppo non accade e quindi, prima che scenda il buio, optiamo di tornare nuovamente nella baia di Sogut, che Faruk essere tranquilla. Non ha alcun senso infatti trascorrere una notte sballottando quando lo si può evitare. Usciti dal ridosso troviamo una discreta onda che prendiamo sul musone. La prua di Habibti beccheggia non poco, ma come al solito fende le onde in modo impeccabile. Lascio l'isolotto di Karaca Adasi sulla sinistra e, appena la conformazione della costa me lo consente, faccio in modo di tenere l'onda al mascone. Questa rotta mi porta un po' più a destra rispetto all'ingresso della baia di Sogut. La mantengo fino a quando, virando, Habibti prende il vento al gran lasco. In questa andatura entriamo nella baia. Diamo fondo in 23 metri d'acqua nello stesso punto di ieri. Ad attenderci c'è Faruk che ci saluta dalla prua di "Alisee" in compagnia di Behcet. Quest'ultimo, una volta che ci siamo sistemati, gentilmente ci viene a prendere con il suo tender portandoci su "Alisee", dove ceniamo. Stasera è Hosnya a cucinare. Trascorriamo insieme ai nostri amici una bella serata al termine della quale Jan ci riaccompagna su Habibti. Siamo ben felici della decisione che abbiamo preso di trascorrere la notte in questa baia. Il vento, infatti, non è per nulla diminuito e fossimo rimasti a Sehir Adalari non avremmo certamente trascorso una notte tranquilla.

(Giornale di bordo)

martedì 20 aprile 2021

Sogut

 
Ci svegliamo presto. Il cavo del rollaranda dello Janneau 53 ormeggiato poco lontano da noi continua imperterrito a sbattere all'interno dell'albero. Noi oggi ce ne andremo, ma penso che rottura di scatole ciò rappresenta per coloro che hanno le barche permanentemente ormeggiate al pontile. Al risveglio ci accoglie una bella giornata di sole e a sentire le previsioni questa alta pressione prevarrà anche nei prossimi giorni. Ne approfitto allora per pulire a fondo la coperta di Habibti che, con la pioggia di sabbia dei giorni scorsi, si è sporcata nuovamente. Mi ci vogliono un paio d'ore per rimetterla splendente, compresi i candelieri e le altre parti in acciaio inox che sfrego per bene con un prodotto apposito. Terminato il lavoro faccio una doccia rinfrescante nei bagni del Marina: spartani ma puliti. Preparandoci a lasciare l'ormeggio, accendo la strumentazione. Il plotter si mette nuovamente a fare le bizze, nel senso che si accende ma non prende il segnale GPS. Lo spengo e lo riaccendo un paio di volte e poi finalmente riprende a funzionare correttamente. Tania mi dice di aver constatato che questo inconveniente accade quando lo accendiamo prima di accendere il motore. Non vedo quale possa essere la connessione tra le due cose, ma decido comunque di attenermi, non foss'altro che per scaramanzia, a questa sequenza anche nei giorni a venire. L'elettronica a bordo ha sempre un qual che di imprevedibile. Risolto l'inconveniente, Ali viene a togliere la cima del corpo morto e, una volta scapolato la punta del pontile, diamo fondo nella baia antistante non lontani da "Alisee".  Faruk ci aspetta a bordo per pranzo. Non lontano da noi c'è anche alla fonda un Amel Maramu di colore blu con un tender legato a poppa. E' di Behcet, un musicista turco settentacinquenne che vive in barca e con cui faremo amicizia nei prossimi giorni. Tania mette in un sacchetto gli ingredienti per preparare il sugo alla puttanesca,  un pacco di spaghetti De Cecco e una bottiglia di vino bianco fresco, poi telefoniamo a Faruk che gentilmente ci viene a prendere con il gommone. Cucino e pranziamo a bordo di "Alisee". Gli spaghetti sono molto apprezzati da tutti, ma in particolare da Jan che però rimane un po' deluso quando vede che ne ho fatti solo 500 grammi. Tania ed io solitamente ne utilizziamo 80 grammi a testa, ma oggi non abbiamo calcolato che tra le cinque persone che erano a tavola c'era anche un aitante  venticinquenne abituato a ben altre porzioni. Dopo pranzo ci spostiamo sull'ampia prua di "Alisee" sedendoci su dei comodissimi puff. Hosnya ci offre caffè e dolci turchi mentre Faruk, che è una miniera inesauribile di storie ed avventure, ci intrattiene piacevolmente fino al tramonto. Per tutto il pomeriggio siamo rinfrescati da una piacevole brezza. In reltà il vento oggi soffia piuttosto forte formando evidenti creste bianche in mare aperto, tuttavia nella baia giunge smorzato grazie alle colline boscose che la circondano. Su una di queste si sente spesso il paupulo sgraziato di alcuni pavoni che intravediamo da lontano nel giardino scosceso di una villa. Mentre il sole sta scomparendo dietro il crinale di una collina Jan ci riacompagna su Habibti. Quella di oggi è stata una giornata trascorsa in tranquillità e in buona compagnia. Una di quelle che scorrono piacevoli e che fanno apprezzare anche gli aspetti più semplici e banali di vivere il mare. 
 
(Giornale di bordo) 

lunedì 19 aprile 2021

Marmaris


  
Anche se non dobbiamo prendere l'autobus per Marmaris in quanto Faruk ci accompagnerà lui in auto, ci svegliamo molto presto. Stiamo vestendoci quando alle 8 sentiamo una voce che ci chiama dal pontile. E' Faruk che si presenta con tra le mani un "burek" caldo che ci ha portato per colazione. Poichè so che doveva andare a prendere la sua macchina a Akbuk, una località che si trova sul lato opposto del golfo di Gokova a circa una decina di miglia da Sogut, gli chiedo quando si è svegliato per essere già qui a quest'ora. Ci dice di essere partito con "Alisee" alle 5 del mattino e dopo aver attraversato il golfo e recuperata l'auto, ha percorso i restanti 50 chilometri di strada fino a qui. La barca la riporterà indietro il figlio Jan in giornata. Fatta colazione partiamo per Marmaris. Verrà con noi anche sua moglie Hosnya, che non parla inglese ma con la quale in qualche modo riusciamo ad intenderci. L'auto è un pulmino Wolkswagen nero, con i sedili posteriori contrapposti e i vetri offuscati. Ci dice che è comoda perchè spaziosa e puo' facilmente trasportare anche i clienti quando fa charter. E' piuttosto anzianotta ma fa ancora ampiamente il suo dovere. La strada da Sogut a Marmaris si snoda tra una fitta foresta di pini. Quella dal paese fino al bivio della statale è ampia e scorrevole. Si vede che è stata rifatta recentemente. Faruk ci spiega che è così ben intrattenuta perchè conduce alla residenza estiva del Presidente Erdogan. Aggiunge anche che quando arriva il Presidente essa viene chiusa al traffico in attesa che transiti il lungo corteo di auto, la maggior parte della sua sicurezza. Nonostante in questo momento egli non si trovi qui, c'è comunque un gran numero di veicoli della Gendarmeria che girano nelle vicinanze. Ci speghiamo così anche la presenza dell'auto con la scritta "Jandarma" che avevamo visto nella fattoria accanto a Kargibuluk l'altro giorno. Prima di arrivare a Marmaris, nel tratto di strada che scende a curve verso l'abitato, sul bordo della carreggiata noto un mazzo di fiori. Faruk ci dice che è il luogo dove pochi giorni fa è avvenuto un incidente in cui hanno perso la vita una coppia di stranieri in moto. Mi pare veramente un controsenso perdere la vita in questo modo in questo posto,  in un punto in cui il panorama mozzafiato sulla baia di Marmaris sembra essere un inno alla vita. Giunti in paese ci dirigiamo immediatamente nel negozio dove so di trovare la bombola del camping gas. Fatto lo scambio con quella vecchia, compro anche un regolatore per le bombole del gas con l'attacco turco, nell'eventualità che in futuro non riuscissi più a trovare da queste parti le ormai rare bombole con l'attacco europeo. Accompagno Faruk in un breve giro in alcuni dei numerosi negozi di attrezzature nautiche che vi sono nelle vicinanze del Nestel Marina. Sta cercando un pezzo dell'elettronica di bordo che non funziona più. Non lo trova, ma in un negozio che ricondiziona dei vecchi strumenti si mette d'accordo con il tecnico che gli promette che verrà a Sogut nei prossimi giorni per cercare di riparare quello a bordo. Poi parcheggiamo l'auto sul piazzale retrostante il Marina. Con Tania stiamo cercando un paio di scarpe da vela con un buon grip per sostituire quelle attuali che hanno perso la loro aderenza. Le troviamo in due negozi diversi, entrambe delle Helly Hansen, non proprio regalate. Mentre Tania ed Hosnya sono dal parrucchiere con Faruk facciamo una passeggiata nel Marina. Nel vedere numerose barche con la bandiera degli Stati Uniti ed immatricolate nel Delaware, che so bene appartenere a degli armatori turchi, Faruk mi spiega che fino ad oggi questo sistema era adottato per evitare di pagare alcune tasse, ma che recentemente il governo ha emanato una legge che ha disposto che nel giro di due anni tale tipo di immatricolazione non sarà più consentita e che le barche che attualmente battono bandiera americana ma che sono di proprietà di cittadini turchi dovranno sostituirla. Per chi non lo dovesse fare ci saranno delle multe salatissime. Ecco un'altra di quelle decisioni che confermano come l'attuale "establishment" che governa la Turchia stia imponendo un forte spirito nazionalista, ma di una natura ben diversa da quello di impronta laica creato all'inizio del secolo scorso da Ataturk. Nella nostra passeggiata, passiamo anche accanto ad una grande "gulet", ormeggiata all'inglese. Faruk mi dice che è stata costruita in un famoso cantiere di Antalya, lo stesso nel quale è stato costruito il galeone utilizzato nella serie cinematrografica "Pirati dei Caraibi" con Johnny Deep. Vengo anche a sapere che in Turchia è stato introdotto il cosiddetto "bollini blu", vale a dire un certificato divenuto obbligatorio e che viene aggiornato ogni qualvolta si scaricano le acque nere nei luoghi adibiti a questa operazione. E' qualcosa che ignoravo, che noi non abbiamo e che francamente spero non ci venga mai richiesto. Recuperate le signore andiamo in un grande Carrefour a fare la spesa. Ormai la nostra cambusa si è ridotta considerevolmente. Alle 14.30 siamo nuovamente a Sogut. Durante il tragitto spieghiamo a Faruk che ci sta accadendo una cosa strana. Sul telefono con la scheda turca che abbiamo acquistato a fine marzo a Bodrum, per la terza volta nelle ultime 24 ore, stiamo infatti ricevendo una telefonata sempre dallo stesso numero telefonico. Chi chiama è una voce femminile che parla esclusivamente in turco. Pensando che si tratti di qualcuno che ha sbagliato numero e non riuscendo a comunicare in questa lingua abbiamo sempre interrotto la comunicazione. Tuttavia, alla telefonata è sempre seguito un SMS con un messaggio vocale. Lo facciamo ascoltare a Faruk che ci spiega che si tratta di un messaggio del Ministero della Salute nel quale si dice che il titolare di questa linea telefonica risulta essere stato positivo al test Covid effettuato nei giorni precedenti. Poichè non siamo certo noi, ciò sta a significare che qualcuno che recentemente ha effettuato questo test, deliberatamente o meno, ha dato il nostro numero telefonico al momento della sua registrazione in ospedale. Faruk prova a richiamare il numero in questione, ma risponde un disco registrato. Ci dice di non preoccuparci e che semmai dovessimo ricevere una nuova chiamata mentre siamo con lui spiegherà lui l'errore. Cosa che fortunatamente non sarà necessaria in quanto nessuno ci chiamerà più da quel numero. Salutati e ringraziati i nostri amici, pranziamo in barca: burro e acciughe e rochefort e pomodorini. Fa decisamente caldo e montiamo il tendalino per proteggerci dal sole. Dalla parte opposta del pontile rispetto ad Habibti sono ormeggiati due grandi yacht a motore con a bordo i rispettivi marinai. Mentre un poco più in là è ormeggiato uno Janneau 53 al momento privo di vele. Il cavo della randa rollabile sbatte incessantemente all'interno dell'albero facendo un rumore che, alla lunga, è davvero fastidioso. Intanto, sempre grazie all'aiuto di Abdullah, riusciamo a far lavare la biancheria sporca in una casa privata di suoi conoscenti. Con una modica spesa ci verrà restituita, profumata, l'indomani. Verso sera ci risentiamo al telefono con Faruk dandoci appuntamento per l'indomani. Nel frattempo il cielo si è coperto e verso sera cadono anche due gocce. Il vento da nord provoca un po' di risacca sul pontile. Purtroppo il cavo all'interno dell'albero dello Janneau continua a sbattere, ma fortunatamente una volta chiusa la porta della cabina di prua il rumore arriva attenuato e riusciamo ad addormentarci senza problemi.

(Giornale di bordo)

domenica 18 aprile 2021

Sazan Koyu - Sogut


  
Durante la notte la catena che di tanto in tanto si muoveva sul fondale mi ha svegliato. Normale quando si ha molto calumo e la barca cambia posizione a causa del mutare della direzione del vento. In ogni caso mi sono alzato per verificare che tutto fosse in ordini. E lo era. Mentre me ne ritorno a letto, sento sulla tuga il tintinnio di qualche goccia di pioggia. E' una sensazione che mi piace molto, anche se al mattino la coperta di Habibti è tutta sporca di sabbia. Conseguenza del vento proveniente dai quadranti meridionali che trasporta ad alta quota la sabbia del deserto africano. Nella notte abbiamo avuto anche la visita di qualche ape degli alveari posti lungo la strada sterrata che conduce a Sogut e che abbiamo percorso ieri a piedi. Lo capisco dal fatto che ho trovato qualche macchietta gialla sullo sprayhood. Macchiette che occorre pulire immediatamente con acqua e sapone perchè altrimenti rischiano di diventare indelebili. Decidiamo di anticipare il nostro arrivo a Sogut. Teoricamente, essendo oggi giorno di lockdown, non ci si potrebbe spostare per mare, ma le miglia che ci separano da Sogut sono veramente pochissime. Telefono ad Abdullah, uno degli ormeggiatori del pontile dove intendiamo fermarci e ci diamo appuntamento per le 10. Mentre raggiungiamo la nostra destinazione passiamo accanto ad un barchino di pescatori fermo su un basso fondale nei pressi di Kara Adasi, un isolotto di fronte a capo Sazan Burun. Il mare è calmissimo. Entriamo nella baia di Sogut contemporaneamente ad una barca a vela proveniente dalla direzione opposta alla nostra. A testimonianza che le regole imposte dal lockdown vengono interpretate in modo non troppo rigido. La barca ci precede di poco e si dirige ad uno dei pontili che si trovano sulla riva occidentale della baia. Abdullah già ci aspetta su quello del Karacasogut Marina. Entriamo nella parte interna del pontile che, pur essendo molto vicina alla riva, ha un fondale di quasi una decina di metri. Qui sono ormeggiate un discreto numero di barche, a vela e a motore. Tutte svernano in questa baia estremamente ridossata. Ci infiliamo tra due barche a vela e, mentre l'ormeggiatore fissa la trappa a prua, passo le cime d'ormeggio ad un signore che ci accoglie con un caloroso: "Buongiorno". E' Faruk, che si presenta subito come il capitano di "Alisee", un ketch di venti metri costruito una trentina di anni fa a Taiwan, battente badiera delle Barbados e di proprietà di un italiano. Tutte queste informazioni ci vengono date mentre ancora stiamo sistemando le cime della barca. Faruk si dimostra fin da subito come una delle persone più espansive che io abbia incontrato. Parla un tedesco perfetto, un buon inglese e anche un po' di italiano. Mi dice che "Alisee" è di proprietà di Antonio, un italiano di origini calabresi che lavora in Australia come professore in un'Università di Sidney. Dopo aver fatto un rapido calcolo della differenza oraria che ci separa dall'Australia prova a chiamarlo per presentarmelo. Antonio non risponde, ma Faruk non si perde d'animo. Mi dice: "Allora provo a chiamare il padre di Antonio in Italia". E così, mentre ancora ho tra le mani cime e mezzomarinaio, mi trovo a far conversazione con un educato signore di Crotone. Questi mi dice che "Alisee" è stata portata quest'anno da uno skipper dalla Croazia alla Turchia e che da qualche mese Faruk se ne sta occupando per fare alcuni lavori a bordo e tenerla in ordine. A causa della pandemia nè lui nè il figlio Antonio con la famiglia sono riusciti ad utilizzarla negli ultimi due anni. Gli dico che conosciamo bene Crotone in quanto ci eravamo fermati con Habibti prima di raggiungere la Grecia e gli faccio i nomi di alcuni amici che abbiamo da quelle parti. Terminata questa conversazione telefonica, Faruk, ancora non soddisfatto, riprova a chiamare l'Australia. E così eccomi in una nuova conversazione, questa volta in video chiamata, con Antonio, un signore sulla quarantina, educato, gioviale e molto dispiaciuto di non petrsi godere la barca in questo periodo in cui lo spostarsi in aereo è reso complicato dalle misure imposte dal Covid. Terminata la conversazione dico a Faruk che passeremo più tardi a vedere "Alisee" sulla quale, naturalmente, ci ha già invitati. Per una mezz'oretta mi dedico alla pulizia, anche se un po' sommaria, della coperta di Habibti. Il cielo è nuvoloso e non sono del tutto sicuro che in giornata non pioverà nuovamente. Nel frattempo Tania va a pagare il pontile: 155 lire turche a notte, vale a dire 15 euro con acqua ed elettricità incluse. E qui non aggiungo altro! Sistemate le restanti cose a bordo scendiamo sul pontile e saliamo su "Alisee". Qui facciamo la conoscenza di Hosnya, la terza e giovane moglie di Faruk, e di Jan, il figlio venticinquenne che ha avuto dalla la seconda moglie, tedesca, e che lui chiama semplicemente "my german wife". Ci viene offerto un caffè turco. Faruk è veramente una forza della natura: sessantenne, pieno di energia, ex ufficiale di Marina, ma soprattutto un fumatore incallito. Per questo ultimo motivo, ogniqualvolta che si accende una sigaretta, vale a dire ogni dieci minuti, riceve gli improperi del figlio che mi dice preoccupato che il padre non dovrebbe fumare in quanto pochi mesi prima ha avuto un infarto. Faruk ci scherza sopra replicando che la sua vita la vuole vivere a modo suo e che lo lasciassero in pace. Ci fermiamo a bordo per un'oretta a chiacchierare seduti nel quadrato del grande caicco i cui interni sono tutti in legno con tanto di sculture di Buddha e dragoni, essendo stato costruito a Taiwan. Durante questo tempo, il nostro anfitrione ci intrattiene con l'ironico racconto del suo viaggio dalla Germania all'India, negli anni '70, a bordo di un autobus comprato per l'occasione, attrezzato alla bisogna e su cui, con lui, viaggiavano alcuni hippies tedeschi; delle sue navigazioni nei Caraibi; delle sue avventure giovanili a Parigi, con un amico turco; di quella volta che in uno dei suoi viaggi in Francia, avendo una terminato i soldi, propose di dare il suo giubbotto di pelle ad un benzinaio in cambio di un pieno di benzina per poter fare ritorno in Germania, dove viveva in quel periodo. Davvero un personaggio il simpatico Faruk. E anche estremamente generoso. Prima di salutarci ci dice che una volta terminata la pulizia della barca darà fondo nella baia antistante, dove già vi sono un altro paio di barche a vela alla ruota. Mi spiega di aver pagato lo stazionamento in banchina per sola mezza giornata, il tempo di fare le pulizie utilizzando l'acqua del pontile. Una permanenza più lunga, con venti metri di barca, per lui e famiglia è anti-economico. L'accordo con Antonio è che quest'ultimo gli ha dato in affidamento la barca, su cui lui e la famiglia possono vivere, ma certe spese fanno capo a loro, almeno fino a quando non vi saranno gli utili provenienti dal suo utilizzo come charter. Mentre io me ne torno in barca, Tania si fa accompagnata in macchina da Abdullah in una fattoria limitrofa per comprare l'insalata che abbiamo terminato. Fa ritorno con due sacchetti pieni di legumi vari e delle fragole profumatissime. Inoltre, da buona giornalista che era, già conosce vita e miracoli del suo accompagnatore. Tra le varie cose, Abdullah le ha raccontato di aver lavorato per anni al Marti Marina di Orhaniye, località nella quale ora ha anche un negozio di nautica. Questo è gestito per la maggior parte del tempo dalla moglie con la quale è sposato da poco. Lui, invece, si divide tra quest'ultimo e il lavoro qui a Sogut dove fa l'ormeggiatore per tre giorni a settimana. Nei restanti è sostituito da Ali, che noi conosceremo il giorno seguente. Nel pomeriggio riceviamo la telefonata di Gokcem e Gokham, conosciuti ieri. Ci verranno a prendere verso le 16.30 per cenare da loro nella fattoria che hanno da poco comprato. A quell'ora, puntuale, si presenta con il suo cammioncino Ramadam, la persona che si occupa del loro terreno. Parla solo turco, ma nel tragitto cerchiamo di fare un po' di conversazione tra gesti e sorrisi.  La casa di Gokcem e Gokham è piccolina, ma molto accogliente. Dopo l'acquisto hanno fatto qualche lavoro di ristrutturazione ed hanno piantato diversi alberi da frutta nel terreno antistante. Conosciamo anche il figlio di Gokham, un ragazzino quindicenne che, come la maggior parte dei coetanei in questo difficile periodo, sta frequentando le lezioni in remoto, anche perchè il numero dei caso di Covid in Turchia sta aumentando vertiginosamente. Gokcem, anche lui sessantenne, è un imprenditore di Smirne che stanco del lavoro ha deciso di vendere la sua attività e di trasferirsi a vivere a Sogut. A Smirne, ci racconta, ha ancora una casa piuttosto grande e una barca, il cui nome è "Cieli", che tuttavia usa molto poco. Gli suggerisco di portarla qui a Sogut, un luogo davvero ideale. La cena è costituita da un mix italo-turco. Io preparo degli spaghetti alla puttanesca e Gokcem una grigliata di carne. Trascorriamo così alcune ore molto piacevoli e alle 21 ci riaccompagnano in barca. L'indomani torneranno a Smirne per alcuni giorni per sbrigare alcune cose, ma ci ripromettiamo di tenerci in contatto. In barca ricevo una telefonata da Faruk al quale avevo detto che domani con Tania saremmo andati a Marmaris per sostituire la bombola vuota del camping gas. Avevamo infatti già programmato di prendere l'autobus che parte alle 7.30 dal piazzale antistante il Marina. Invece Faruk insiste nel volerci accompagnare lui con la sua auto. Provo a replicare dicendo che non è il caso, ma non ce nulla da fare. Davvero un gran cuore, quello di Faruk.
 
(Giornale di bordo)