“Buongiorno” saluto io sfilando a pochi metri dalla banchina. “Buongiorno” risponde il pescatore, senza alzare gli occhi dalla lenza. “Posso accostare?”. Non apre bocca, ma fa un gesto eloquente con la testa. “Mi prende la cima di prua?”. “Forza” dice, fermando la lenza che ha in mano a un anello. Il mare è calmissimo. In pochi minuti sono accostato al molo. È sul lato sud occidentale dell’isola con davanti l’isola di San Domino e a nord l’isolotto di Cretaccio. Il vecchio ha ripreso la lenza e non sembra aver voglia di parlare. Ma ci riprovo, anche per avere qualche altra informazione pratica, visto che in giro non c’è anima viva. “Posso fermarmi qua?”. “Dipende; per quanto tempo? Nel pomeriggio arriva il traghetto “ mi dice con un inaspettato accento napoletano. Solo in seguito scoprirò i segreti linguistici di queste isole. “A che ora?”. “Verso le tre”. “Bene. Mi fermo un po’ per decidere cosa fare”. Scendo sottocoperta e rileggo velocemente il portolano. Meno di mezza pagina per l’isola di San Nicola, dove si conferma che gli attracchi sono praticamente inesistenti. Ritorno quindi in pozzetto per chiedere al pescatore informazioni sull’ancoraggio nello stretto braccio di mare che separa l’isola dalla più grande San Domino. “Dov’è meglio accostarsi?”. “Di là, sotto costa a San Domino”. “Quant’acqua c’è?”. “A mezzo miglio, ci saranno una ventina di metri. Il fondo tiene”. Poi prosegue: “In questa stagione non c’è nessuno. Il tempo è buono. Stai tranquillo”. Non chiedo altro, mentre sistemo un paio di parabordi. Preparo lo zainetto, chiudo il tambuccio e scendo a terra. Non ho fretta e così mi siedo su una grossa butta a guardarmi intorno e ad ascoltare l’isola. Anche il pescatore tace. Lo guardo in controluce. La lenza è invisibile. Lui sta fermo sul margine della banchina, muovendo solo il braccio destro. Una danza ascetica, una ritualità nettunia. Un’arsa magrezza lo fa sembrare più alto di quanto sia.
(Fabio Fiori, Isolario italiano)


































