CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







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martedì 15 settembre 2026

Gpiuseppe Ruocco detto “Giacchetta”.


Cresciuto sul mare, era rimasto così affascinato dalla grande distesa azzurra, che quasi faceva fatica a vivere sulla terra ferma. Il rischio e la quotidiana lotta con gli elementi marini, lo attiravano sempre, ma la sicurezza che aveva di sé, della sua esperienza, non sfociava mai nell’arroganza e nella presunzione, ben sapendo che il mare è crudele e spietato con chi lo sfida. Quando morì la moglie, in segno di lutto, dipinse di nero la sua barca da pesca, la “Santa Filomena”. La morte della sua compagna lasciò un vuoto incolmabile nella sua esistenza. Assalito dalla tristezza, preferiva vivere da solo. Lo si vedeva spesso assopito, sui gradini antistanti l’uscio della sua modesta casetta di fronte al mare, a scrutare l’orizzonte infinito. La vita, però, doveva riprendere il suo normale corso e “Giacchetta” trascorreva i giorni, affogando nel mare e… nel vino, il suo dolore. Prima dello spuntar dell’alba era già pronto sulla banchina, ad attendere l’arrivo delle prime lampare. Poi il solito rituale: scarico della pesca e spartizione del pesce. Era una gara frenetica, tra pescatori, a riempirgli la “spasella” di alici lucenti e sardine guizzanti. Terminato il cerimoniale, “Giacchetta”, ormai avanzato negli anni, dopo aver deposto nella tasca dei pantaloni l’inseparabile pipa, si avviava, a piedi scalzi, verso la stazione ferroviaria di Agropoli. Lungo il percorso gridava con voce invitante: “Tengo u’ pesce frisco. Accattateve u’ pesce”. Nella zona delle palazzine ferroviarie, poi, aveva installato una precaria bancarella. Durante l’estate, quando non vi erano lampare da aspettare, racimolava qualche lira noleggiando al Lido Azzurro, la “Santa Filomena”. Più che novantenne continuava a spingersi al largo con la sua barca a remi, che sembrava più vecchia di lui.

(Mario Sicilia, Gente di Agropoli)

martedì 1 settembre 2026

Feri e corde


Alle lezioni pratiche di vela per la patente nautica della sezione di Roma della Lega Navale Italiana che si svolgevano a Fiumicino, c’era un ragazzo che arrivava fino sulla banchina con una Porsche ultimo modello, altre volte invece con un imponente fuoristrada. Considerando il suo tenore di vita, gli chiesi se una volta conseguito l’esame avrebbe acquistato una barca nuova. Quello, che si esprimeva in dialetto romanesco, rispose: “Sì, ma me sa che me la pjo a motore, ‘a barca a vela è scomoda, troppo lavoro de arzà ‘e vele. E poi ce so troppi feri, troppe corde, te le ritrovi dappertutto “.

(Roberto Soldatini, Carpathia)

sabato 22 agosto 2026

Il Mediterraneo in barca


La mia goletta è arrivata ieri dall’Isola d’Elba. È un solido veliero italiano che finora ha trasportato soltanto marmo di Carrara. Il mio capitano è biondo e non ha neanche trent’anni. I quattro marinai dell’equipaggio hanno ridipinto la barca dalla punta dell’albero maestro fino alla chiglia per presentarla al “Signore”. Partiamo domani. Non ci sono neppure le cabine, per cui dobbiamo usare delle amache, che abbiamo sistemato nella stiva o fra le sartie. Tra ventiquattr’ore, o tra quindici giorni, saremo a Genova: dipende dal vento. Sì, perché il Mediterraneo è anche il vento! Quante cose rischiamo di dimenticare quando tentiamo di dare una definizione! Vento dell’Est, mistral o scirocco, significano porti devastati, raccolti distrutti, intere popolazioni floride o ridotte in rovina! Dai giornali apprendo che a Parigi ci si preoccupa dei congressi di partito, di unità o mancanza di unità, oltre che di un delitto commesso dal figlio di non so più quale procuratore. Qui, invece, ci preoccupiamo di sapere quale vento soffierà domani, e i miei uomini, sotto un sole che già picchia duro, fanno rotolare dei grossi barili d’acqua dolce che l’argano consegna a bordo cigolando. Sulla piazza di Porquerolles la gente gioca a bocce, e il grande evento di cui tutti parlano è che da ieri in paese è arrivata la birra alla spina. Improvvisamente si vedono pance gonfie dappertutto. Ecco, il Mediterraneo è anche questo! Questo e tante altre cose che cercherò di raccontarvi, un po’ alla volta, a seconda dei venti e delle correnti, e della direzione che la mia barca prenderà.

(Georges Simenon, Il Mediterraneo in barca)

sabato 15 agosto 2026

Amare le isole


Ci sono la luce, la nebbia e poi le isole. Ogni isola è un mondo a sé. Galleggiano, scivolano, scompaiono, si sparpagliano. Sembrano piccoli universi. A volte si sfaldano, macchie di isole disperse dal vento. Cosa collega le une alle altre? Le vie del mare. La scia delle navi le riunisce come perle sfilate di una collana. Il marinaio circola tra i relitti. Quando l’aria è ferma, sembrano animali, o picchi di un massiccio di cui il mare ha inondato le valli. Sulla loro superficie la vegetazione è rada: i Greci hanno lasciato le loro isole alle capre, che se ne nutrono. Ognuna difende la sovranità di un mondo, di uno splendido impero flottante in miniatura, con i suoi animali, i suoi dei, le sue regole e i suoi mestieri. Certe mattine scompaiono nella bruma, poi tornano a stagliarsi nell’aria limpida. Come lampi. Basta aver soggiornato qualche tempo su una briciola cicladica spazzata dal vento, tra i suoi giochi di luce, per soffrire la solitudine. L’isola racchiude nella sua membrana, si erge a mondo a sé stante. I vicini diventano stranieri. Le isole spiccano in lontananza, inaccessibili, separate da pericolosi canali. Ognuna nasconde un doloroso segreto.

(Sylvain Tesson, Un’estate con Omero)

sabato 1 agosto 2026

San Nicola

 


“Buongiorno” saluto io sfilando a pochi metri dalla banchina. “Buongiorno” risponde il pescatore, senza alzare gli occhi dalla lenza. “Posso accostare?”. Non apre bocca, ma fa un gesto eloquente con la testa. “Mi prende la cima di prua?”. “Forza” dice, fermando la lenza che ha in mano a un anello. Il mare è calmissimo. In pochi minuti sono accostato al molo. È sul lato sud occidentale dell’isola con davanti l’isola di San Domino e a nord l’isolotto di Cretaccio. Il vecchio ha ripreso la lenza e non sembra aver voglia di parlare. Ma ci riprovo, anche per avere qualche altra informazione pratica, visto che in giro non c’è anima viva. “Posso fermarmi qua?”. “Dipende; per quanto tempo? Nel pomeriggio arriva il traghetto “ mi dice con un inaspettato accento napoletano. Solo in seguito scoprirò i segreti linguistici di queste isole. “A che ora?”. “Verso le tre”. “Bene. Mi fermo un po’ per decidere cosa fare”. Scendo sottocoperta e rileggo velocemente il portolano. Meno di mezza pagina per l’isola di San Nicola, dove si conferma che gli attracchi sono praticamente inesistenti. Ritorno quindi in pozzetto per chiedere al pescatore informazioni sull’ancoraggio nello stretto braccio di mare che separa l’isola dalla più grande San Domino. “Dov’è meglio accostarsi?”. “Di là, sotto costa a San Domino”. “Quant’acqua c’è?”. “A mezzo miglio, ci saranno una ventina di metri. Il fondo tiene”. Poi prosegue: “In questa stagione non c’è nessuno. Il tempo è buono. Stai tranquillo”. Non chiedo altro, mentre sistemo un paio di parabordi. Preparo lo zainetto, chiudo il tambuccio e scendo a terra. Non ho fretta e così mi siedo su una grossa butta a guardarmi intorno e ad ascoltare l’isola. Anche il pescatore tace. Lo guardo in controluce. La lenza è invisibile. Lui sta fermo sul margine della banchina, muovendo solo il braccio destro. Una danza ascetica, una ritualità nettunia. Un’arsa magrezza lo fa sembrare più alto di quanto sia. 

(Fabio Fiori, Isolario italiano)

giovedì 19 febbraio 2026

Oceano


Un romanzo di solito arriva come un’onda: guardi il mare piatto, percepisci qualcosa all’orizzonte, un movimento, poi l’acqua che si gonfia e s’avvicina e fa la spuma. A quel punto, se sei svelto e hai una buona tavola da surf, ci monti sopra e ti fai investire dall’emozione; altrimenti la lasci infrangere. Questa volta invece il mio romanzo è arrivato zoppicando alle dieci e trentacinque di ieri mattina e ha suonato il campanello. Il suo nome, manco a farlo apposta, era “ Oceano”.

(Francesco Vidotto, Oceano)

venerdì 5 settembre 2025

Ritorno


Ma soprattutto si erano raccontati di quanto avrebbero fatto al loro ritorno: sarebbero andati al mare, uno in quello di Catania e l’altro a Rimini, nudi a farsi scaldare sulla sabbia e poi a ballare, rivedere gli amici e, come allora, andare per mare in lunghe notti pescose. Si erano poi incamminati per raggiungere ciascuno il proprio caposaldo. “Quando sarà finita la guerra e torneremo a casa” disse Sarpi “dovrai venire con me in barca. Ti piace andare in barca? Dico in barca a vela naturalmente.” “Sì molto” rispose lui “non sono però gran che pratico di come condurla. Credo che le prime volte avrei una paura del diavolo.” “Ti insegnerò io e in poco tempo diventerai un buon marinaio. In fondo non è difficile andare in barca a vela. Bisogna solo aver rispetto del mare e conoscerlo. Così come è per la montagna. Non si può lasciare nulla al l’improvvisazione. Certo ci vuole una buona barca di almeno 10 metri. Con quella ti puoi permettere di andare con qualsiasi mare e con qualsiasi vento.” “So che mi piacerebbe soprattutto per il silenzio e la solitudine che ci si trova ma le prime volte vorrei proprio essere con te. Penso che dovrebbe essere molto bello riuscire a navigare insieme”. “Per una barca di 10 metri l’ideale è essere in due. Mi ricordo che proprio qualche tempo prima di essere richiamato ci sono stato per dieci giorni filati con un amico e abbiamo fatto il giro delle Eolie. Il vento era sempre teso, le vele cantavano e il mare quasi calmo. Erano notti di luna. Sul far del mattino là si vedeva oltre la metà del cielo mentre dal lato opposto rimaneva l’ultima stella nel chiarore di quelle albe indimenticabili. A mala pena si distingueva la linea del mare piatta all’orizzonte. Poi il levare del sole che lentamente sembrava uscire dalle acque e da esse prendere vigore”.

(Nelson Cenci, Ritorno, la drammatica esperienza degli alpini sul fronte russo)

venerdì 6 settembre 2024

Vicino al mare


Il tempo è più complesso vicino al mare, che in qualsiasi altro posto, perché oltre al transito del sole e al volgere delle stagioni, le onde battono il passare del tempo sulle rocce e le maree salgono e scendono come una grande clessidra.

(Johnatan Steinbeck, Scritti)

venerdì 26 luglio 2024

La libertà del mare


Ciò che conta di fronte alla libertà del mare non è avere una nave, ma un posto dove andare, un porto, un sogno, che valga tutta quell'acqua da attraversare.

(Alessandro D'Avenia, Bianca come il latte, rossa come il sangue)

mercoledì 17 luglio 2024

Sic transit


Il mare non trattiene le linee tracciate dagli uomini. Cancella quei confini in una danza di onde. Sa i pesci liberi di muoversi e le dimentica. Le isole sono pause di terra, perché il mare è fatto per passarci, non per restare.

(Marco Aime, L'isola del non arrivo)

domenica 17 marzo 2024

Viaggiare per mare


Viaggiare per mare non si improvvisa. Ci vogliono perizia e sagacia per trasformare la linea sinuosa segnata con un dito sulla carta in manovre puntuali quand’anche improvvise, inventate al momento. Viaggiare per mare è la condanna feroce a costruire per sempre un viaggio che non sarà mai completamente tuo. Decide il vento. Decide il mare. Poi, solo poi, arrivi tu. Perché non è possibile uscire indenni dal viaggio per mare, dal viaggio per mare lungo una vita. Non è possibile giungere nel profondo del proprio mare, li dove mille cose indicibili vibrano sotto la superficie, e non portarne i segni per sempre.

(Salvatore Magri, dalla sua prefazione di “Il mare è il tuo specchio” di Giovanni Acquarone)

lunedì 4 marzo 2024

Maestri d’ascia


L’altra materia prima usata negli arsenali era il legno che arrivava da varie zone del Mediterraneo. La preparazione dei tronchi e delle tavole era una fase importante della lavorazione. Il tronco restava a mollo in acqua di mare per lunghi periodi, anche anni, poi veniva asciugato al sole e unto con oli vegetali e solo a questo punto era tagliato in travi e sgrossato in tavole, che venivano “bruciate” sulla superficie per renderle durevoli e flessibili. Altre maestranze erano impegnate con la lavorazione del catrame che veniva fatto con legno di abete vecchio o di Pino. Il tronco di legno restava a lungo a cuocere finché rimaneva il catrame, una materia densa e scura che veniva ripulita e distillata per togliere le impurità, ottenendo così la pece. Senza la pece qualsiasi costruzione di barca, anche la più semplice, era irrealizzabile. La pece chiudeva tutte le cavità e impediva che le tavole di legno, al caldo e all’umidità, potessero marcire, inoltre, con l’aggiunta di sego, veniva passata come rivestimento protettivo sulle funi. La pece si induriva rapidamente e i maestri calafati la rendevano fluida con il fuoco per colarla tra le fessure del fasciame insieme alla stoppa, in tal modo, con il calafataggio si riusciva a rendere perfettamente impermeabili e stagne le carene e le coperte delle barche. Chi sovrintendeva a tutte le lavorazioni nell’ arsenale era il maestro d’uscita che conosceva le essenze dei legni, la loro durezza e lavorabilità e, soprattutto, il loro impiego per i diversi elementi costruttivi: la robinia o il gelso per i madieri e le ordinate; il cipresso o l’avete rosso per l’alberatura; il frassino o l’acero per i remi; la quercia, il leccio o l’olmo per la chiglia; la quercia, la robinia o l’avete per la falchetta e i bagli; il larice o l’avete per la coperta o il fasciame.

(Bruno Zan, Da Venezia a Rodi sulle rotte dei capitani da mar)

venerdì 23 febbraio 2024

Viaggiatori


Il deserto del beduino, il mare del marinaio, la neve dello sciatore: la sabbia, l’azzurro, il bianco. Nel loro elemento, questi viaggiatori non seguono piste, ma navigano di posto in posizione, tirando linee in astratto. Il marinaio raggiunge il porto, l’alpinista il rifugio, il carovaniere l’oasi. Tra una tappa e l’altra, l’ignoto. In ogni caso, un filo verso la vita teso nel vuoto.

(Sylvain Tesson, Bianco)

venerdì 16 febbraio 2024

Incertezza

 


Noi navighiamo in un vasto mare, sempre incerti e instabili, sballottati da un capo all'altro. Qualunque scoglio a cui pensiamo di aggrapparci e restar saldi vien meno. Per noi nulla si ferma. Desideriamo ardentemente di trovare un assetto stabile ma ogni nostro fondamento si squarcia e la terra s'apre in abissi.

(Blaise Pascal, Pensieri)

martedì 16 gennaio 2024

Stagioni


Sono un uomo di montagna ma pure amo molto il mare: quelle rive povere e solitarie dove non si sentono altoparlanti e musiche ma dove unico rumore sono le onde che si infrangono sulla riva e i richiami del gabbiani.

(Mario Rigoni Stern, Stagioni)

mercoledì 6 dicembre 2023

Passione


Soffiava una brezza di terra. Il vento si rafforzava. Presto avrebbe soffiato più forte. Si era fatto giorno è presto il sole sarebbe divenuto cocente. Le rose sulle guance della sposa non sarebbero sbiadite. Il pallore di lui, invece, vinceva persino l’abbronzatura, quella che aveva fin da piccolo. Il vento si rafforzava. Non avevano pensato di metterci la zavorra. Chi avrebbe dovuto pensarci? Non gliene importava. Sigurantsas era sbronzo. Lo sposo non se ne intendeva di mare. Era un uomo di terra, lui, con i suoi campi e i suoi beni. Il vento soffiava sempre più forte. C’era il pericolo che capovolgesse con una raffica la barca priva di zavorra? Sarebbe bastata una raffica. Più un piccolo errore di Sigurantsas al timone, più una piccola distrazione di Ghiorghìs alla vela. Allora tutte le cose avrebbero galleggiato sul mare… Tutti sarebbero precipitati fra le onde. Lo sposo sarebbe calato a picco come piombo, era un uomo di terra, lui, e non conosceva il mare. Se Sigurantsas avesse deciso di salvare la vecchia Maruditsa, lui, Ghiorghìs, avrebbe salvato a nuoto Archondo: “Ti salverò io, mio corpo angelico”. Una raffica, bastava soltanto una piccola raffica. Ma poi perché ci voleva una raffica? Non bastava una manovra sbagliata di Sigurantsas? Non bastava una stretta alle vele? E questo non dipendeva da Ghiorghìs e da lui soltanto? Con la mano poteva forzare la vela e col piede poteva far uscire la chiavarda della barca. L’imbarcazione aveva un foro otturato dalla chiavarda, accanto alla carena. Era questo il piano di Ghirorghìs, che conservava ancora qualcosa delle sue inclinazioni infantili nella sua vita di marinaio e desiderava, proprio come i bambini affondano le loro barchette giocattolo, affondare spesso la sua barca, per saziarla di mare, e saziarsi a sua volta di nuoto. Con un calcio, ancor meno, con un colpetto di un dito del piede, poteva mandare all’altro mondo tre anime: marito, suocera e moglie… A meno di non voler salvare quest’ultima! Il capitano era goffo, ma in qualche modo se la sarebbe cavata nuotando. La riva distava soltanto mezzo miglio. Lo sposo sarebbe calato a picco con tutte le sue case… o meglio, senza le sue case, senza i campi e senza i beni. La vecchia Maruditsa… lei aveva fatto il suo tempo. Ormai la figlia l’aveva maritata, ormai era padrona di casa. Alla messa funebre ci avrebbe pensato lui… insieme ad Archondo. Avanti! Coraggio! Forza! No, non doveva affondare la barca togliendo il rapporto. Il mezzo non era degno di un galantuomo, era anzi spregevole! E non era neanche il più sicuro. Era capitato spesso che dei naufraghi si salvassero pur non sapendo nuotare. Mentre, d’altra parte, molti nuotatori provetti erano annegati perché la barca si era capovolta. Ecco quindi quello che bisognava fare. La barca non doveva affondarla: doveva capovolgerla! Sarebbe stato uno spettacolo dilettevole vedere Sigurantsas nuotare come una foca lontano da lui. Si sarebbe staccato dallo sposo, si sarebbe liberato della suocera e si sarebbe gettato in mare. La vecchia avrebbe fatto appena in tempo a segnarsi l’ultima volta, e la voce dell’agonia sarebbe stata soffocata negli abissi. Lui invece avrebbe preso Archondo per il braccio… per l’ascella… no, per la vita! E avrebbe galleggiato e nuotato con lei. Per una volta sarebbe diventato dolce l’amaro del mare salato! Filava, filava come un delfino, soffiava e spruzzava acqua come una balena, e portava avanti il braccio con i fendenti di un pesce spada. Nuotava col braccio destro e teneva stretta la ragazza col sinistro. In alto la testa, in alto, per farla respirare con la sua boccuccia rotonda… “Amore mio, non avere paura!”. A poco a poco, miglio dopo miglio, sarebbe andato avanti… Si sarebbe avvicinato alla terraferma, l’avrebbe raggiunta. “Ecco, anima mia, finalmente ci siamo!”. Il male era scongiurato: erano salvi! “ Hai la nausea, anima mia? Adesso è tutto a posto. È annegato qualcuno? No, perché tu sei salva”. E allora, estenuati, mezzo annegati, si sarebbero gettati sulla sabbia stillando acqua di mare. Come rinati e ribattezzati. Lui novello Adamo e lei nuova Eva, con le vesti zuppe di mare incollate alla pelle, peggio che nudi. Alla fine capovolse la barca? Fece annegare i passeggeri? È la ragazza la salvò? Non capovolse la barca, non li fece annegare. Mancò poco che lo facesse, ma questo “poco” mancò. Si fece il segno della croce di nascosto sopra il cuore, sotto la camicia. Si ricordò di dire tre volte “Signore Gesù Cristo”, come gli aveva insegnato sua madre, quando era piccolo, e da allora lo aveva dimenticato. “Se è questo quello che vuole, tanto peggio per lei. Vada pure a vivere con suo marito! Salute e gioia!”. Soffocò la passione, si impose di calmarsi, riprese il controllo di sé e pianse. E apparve un eroe dell’amore.

(Alexandros Papadiamandis, Sogno sull’onda)

martedì 5 dicembre 2023

Il mare ci rende uomini


In mare l'uomo si rasserena. E' la distesa immensa, la vastità incommensurabile che tranquillizza, consola, e sminuisce i problemi della vita. Le difficoltà sulla terraferma,  le frizioni, le frustrazioni, i rapporti con le persone,  gli obblighi, è sufficiente guardare le onde e l'esistenza si placa in petto. Poi magari si alza il vento, le onde torreggiano sopra la barca, più alte, sempre più alte, gli avvallamenti così profondi che quasi vedi il fondo dell'oceano, come se stesse salendo verso la superficie per venire a prenderti. L'umidità pungente, il lavoro, la fatica di trascinare il pesce a riva e lavorarlo in qualsiasi condizione,  con il sole e il caldo, con il gelo e la neve. L'arte marinara è libertà.  Ma la libertà significa anche non poter contare su nessuno, affidarsi a nessuno, e tantomeno le proprie preghiere,  perché la benevolenza del cielo rimane sulla terraferma.  Non si può fare affidamento che su se stessi. Ecco perché il mare ci rende uomini.

(Jon Kalman, I pesci non hanno gambe)

venerdì 27 ottobre 2023

Mare d’Islanda


La finestra della stanza di Oddur e dei suoi due fratelli guardava il mare, e ogni sera si addormentava con le onde che incalzavano incessantemente la riva e si svegliava al mattino alla stessa melodia. Il mare gli parlava, componeva le sue ninnananne per cullarlo e fargli prendere sonno, lo destava ogni giorno con il suo chiacchierio allegro, è più facile essere felici se si vive sul mare.

(Jon Kalman Stefansson, I pesci non hanno gambe)

martedì 10 ottobre 2023

Kaflavik


A Kaflavik ci sono tre punti cardinali: il vento, il mare e l’eterno.

(Jon Kalman Stefansson, I pesci non hanno gambe)

mercoledì 26 luglio 2023

La voce del mare

La voce del mare, ora rassicurante, leggera,  ironica, ora grave, si sovrappone alla nostra voce interiore. Impercettibilmente,  come un cuore, batte al minimo dell'onda.


(Cecile Guerard, Piccola filosofia del mare)