CRONACA, LETTERARIA E NON, DELL'ANDAR PER MARE







giovedì 28 ottobre 2010

Colpo di fulmine



Vidi, alla prima occhiata, che era una nave di gran classe, una creatura armoniosa nelle linee del corpo fine e nell'altezza proporzionata dell'alberatura. Qualunque fosse la sua eta', qualunque fosse la sua storia, conservava l'impronta dell'origine. Era una di quelle imbarcazioni che, per il disegno e le finiture, non sembrano mai vecchie. Tra le compagne ormeggiate alla riva, tutte piu' grandi di lei, pareva un essere di razza pura, un destriero arabo in mezzo a dei cavalli da tiro.
Intanto una voce alle spalle mi diceva malignamente: - spero che vi soddisfi capitano -. Non voltai neppure la testa. Era il comandante del vapore. Non so che cosa intendesse, ne' che cosa pensasse, ma compresi che essa, come certe rare donne, era una di quelle creature che, solo per il fatto di esistere, destano nell'animo un disinteressato diletto, poiche' ci fanno sentire che e' bello vivere dove sono loro.
Il mio sguardo corse rapido su di lei, l'avviluppo', impossessandosi della forma che concretava il concetto astratto del mio comando. Per il resto la vidi libera da ogni condizione materiale del suo stato. La riva, cui era ormeggiata, pareva che non esistesse piu'. Che cos'erano per me tutte le contrade del mondo? In tutte le parti del globo, bagnate da acque navigabili, la nostra relazione sarebbe stata sempre la stessa - e intima piu' di quanto le parole non possano esprimere. All'infuori di essa, ogni episodio, ogni scena, non sarebbero state che semplici immagini fuggevoli.

(Joseph Conrad, La linea d'ombra)

mercoledì 27 ottobre 2010

La traversata del capitano Solo



L'equipaggio urla: "Tempesta!", "Tempesta a babordo!" Gli uomini salgono in coperta. Guardano le grandi onde avvicinarsi. Si affannano. Preparano le difese. Qualcuno gia' suggerisce di calare le scialuppe di salvataggio. La nave ondeggia. Gli uomini si aggrappano ai parapetti per spostarsi lungo il ponte. La bufera li sballotta da un capo all'altro. Il terrore deforma i loro volti. La voce adesso si spegne in gola. Annaspano come formiche impazzite nel formicaio scoperchiato.
Il capitano Solo non esce dalla sua cabina. Beve un whisky dal sapore affumicato, tiene sulle ginocchia un romanzo d'avventura, aspettando che il rollio finisca per riprendere a leggere. Guarda la tempesta, tranquillo. E la tempesta si placa.
Gli uomini si tolgono i sopprabiti di tela cerata. Ritirano le scialuppe. Qualcuno, piu' stanco, torna in cabina per dormire. L'orizzonte si rischiara, tra poco sara' mattina. Il viaggio della "Surprise" dura da mesi. La meta, l'isola del Pensiero, avrebbe dovuto essere raggiunta ormai da tempo. E invece non e' ancora stata avvistata. Il morale dell'equipaggio e' basso. Gli uomini pensano di essere fuori rotta, in una traversata sempre piu' rischiosa. E' l'alba quando qualcuno grida: "Terra!", "Terra a babordo!" In un attimo sono di nuovo tutti sul ponte, tutti aggrappati ai parapetti a scrutare l'orizzonte.
"E' l'isola del Pensiero, terra delle donne panna e degli alberi d'argento" urlano. Il capitano Solo resta in cabina. Finisce l'ultima pagina del suo libro. Lo posa. E poco dopo l'avvistamento si rivela un abbaglio. Gli uomini riprendono le loro attivita'. Delusi. Il capitano Solo e' l'unico a sapere che la "Surprise" e' una nave in bottiglia. L'unico a vedere il vetro, trasparente e imperforabile, che la protegge dalle tempeste. Ma le impedisce qualsiasi approdo.

(Gabriele Romagnoli, Navi in bottiglia)

martedì 26 ottobre 2010

Musica



Spesso e' un mare, la musica, che mi prende ogni senso!
A un bianco astro fedele,
sotto un tetto di brume o nell'etere immenso,
io disciolgo le vele. Gonfi come una tela i polmoni di vento,
varco su creste d'onde,
e col petto in avanti sui vortici m'avvento
che il buio mi nasconde. D'un veliero in travaglio la passione mi vibra
in ogni intima fibra;
danzo col vento amico o col pazzo ciclone
sull'infinito gorgo.
Altre volte bonaccia, grande specchio ove scorgo
la mia disperazione!

(Charles Baudelaire, Poesie)

domenica 24 ottobre 2010

Filibusta



Ogni nave e' un nemico e, se s'incaglia, una preda.
(Jules Michelet, Il mare)

venerdì 22 ottobre 2010

La filosofia e il mare



Mare e filosofia, l'associazione e' insolita. Eppure la filosofia e' nata sotto il segno dell'acqua. Nel VI secolo a.C., in Asia Minore, nelle citta' fiorenti dello Ionio, in riva al mare Egeo. Per Talete di Mileto, l'elemento liquido costituisce il principio del mondo: secondo lui, la terra e' appoggiata sull'oceano come un disco. Anassimandro, suo allievo, che scopri' i solstizi, gli equinozi e disegno' la prima carta geografica, indica il pesce come l'antenato dell'uomo.

Osservando il cielo, per capire la formazione dei temporali, dei lampi e dei tuoni, lo sguardo dei primi pensatori si volge verso il mare. Dall'evaporazione degli oceani nascono le nuvole, le piogge, il vento: il ciclo della vita. In quell'epoca, le magnifiche intuizioni di Eraclito di Efeso, detto l'Oscuro sono evidenti: "Non ci si bagna due volte nello stesso fiume". O ancora, secondo il capovolgimento ironico delle cose: "Mare, l'acqua piu' pura e la piu' snaturata, per i pesci bevibile e salutare, per gli uomini imbevibile e mortale".

A partire dal 546, la grande citta' di Mileto, invasa dai persiani, cade in rovina: la filosofia si sposta nell'Italia del Nord, in Sicilia e poi in Grecia. Il pensiero s'innalza al di sopra del Mare Nostrum. La citta' impone il suo potere sul Mediterraneo. Si afferma come primo esempio di talassocrazia della storia. Il mare conferisce uno splendore incomparabile al suo impero prima di inghiottirlo. Nel 404, alla fine della guerra del Peloponneso che la oppone a Sparta, Atene ha perso tutto, compresa la democrazia. Della sua flotta tanto temuta, la citta' greca conserva solo dodici navi.

Platone cresce durante questo periodo di disordini che culmina con il governo oligarchico dei Trenta Tiranni, con il ritorno infine della democrazia, con Pericle e poi con Anito, che condanna a morte Socrate. Dovra' bere la cicuta quando la nave tornera' dall'isola di Delo, dove nacque Apollo. Il mare e' anche un messaggero sinistro. Da parte sua, Platone, con il celebre mito di Atlantide, denuncia i pericoli di un imperialismo navale.

Quest'isola, racconta Crizia nel dialogo incompiuto che porta il suo nome, era "estesa come la Libia e l'Asia Minore messe insieme" al largo delle Colonne d'Ercole, l'attuale stretto di Gibilterra. I suoi abitanti , gli atantidei, avevano creato "un impero vasto e meraviglioso". Avidi di ricchezze, potere, piaceri, vollero conquistare l'antica Atene. La risposta fu tanto smisurata quanto il loro orgoglio: dopo i diluvi e i terremoti, Atlantide sprofonda sotto i flutti in un sol giorno e in una sola notte.

Il mare e' il simbolo di hybris, l'eccesso che il filosofo condanna a beneficio dell'armonia, della stabilita', sinonimo di perfezione. I riflessi cangianti dell'oceano sono l'immagine del contingente. Platone preferisce il cielo delle Idee al mare delle apparenze sensibili. Come potrebbero l'informe e l'imprevedibile costituire un punto d'appoggio del pensiero?

Se i primi pensatori sono affascinati dall'acqua, un'intera corrente filosofica fa del mare il teatro dell'illusione metafisica, dove il senso si perde e la coscienza si inabissa. Il mare rappresenta una metafora ideale per denunciare gli smarrimenti della ragione quando questa abbandona il terreno dell'esperienza: "Il paese della verità" scrivera' Kant "e' un'isola circondata da un vasto e tumultuoso oceano, sede dell'apparenza, dove parecchie coltri di nebbia e numerosi banchi di ghiaccio sul punto di sciogliersi presentano l'immagine ingannevole di nuovi paesi, e non smettono d'ingannare con vane speranze il navigatore partito all'avanscoperta, e lo trascinano in avventure alle quali non puo' rinunciare, ma che non puo' mai condurre a buon fine". Di certo lo spettacolo che offriva Konigsberg, citta' natale di Kant, porto aperto sul Baltico, prigioniera dei ghiacci per la maggior parte dell'anno, deve aver ispirato questa allegoria del filosofo.

Nietzsche, nella sua opera La gaia scienza, sottolinea l'avidita' delle onde che paragona alla volonta' dell'uomo animata dalla cupidigia: in Aurora insiste sul silenzio del mare: "Oh, l'ipocrisia di questa muta bellezza".

Piu' tardi, nel XX secolo, il mare rappresentera' l'insignificanza, la perdita di senso: l'uomo, come scrive Foucault in Le parole e le cose, tende a diventare un "volto di sabbia" che il mare presto cancellera'.

L'oceano trova veramente il suo posto e la sua estensione in letteratura: le opere che gli sono consacrate, oltre all'Odissea di Omero, sono racconti di spedizioni, trattati di idroterapia. Robinson Crusoe (1719), secondo alcuni il primo romanzo inglese, fu ispirato a Daniel Defoe dalla storia vera di Alexandre Selkirk, marinaio che si fece sbarcare sull'isola deserta di Mas a Tierra, al largo del Cile, dopo una lite con il capitano della spedizione. Il mare non e' piu' la posta in gioco in battaglie e ricchezze, ormai invita all'avventura, insegna un'igene di vita e di sopravvivenza! Paul e Virginie di Bernardin de Saint-Pierre, best seller del 1787, libro prediletto di Madame Bovary, che ha come cornice scintillante l'isola di Mauritius, cristallizza tutti i luoghi comuni: innocenza, amore, separazione, naufragio.

Musa di scrittori e poeti, di pittori e musicisti, il mare suggerisce l'orrore e la bellezza, la morte e la purezza, l'evasione e l'esilio. L'idea di "coltivare il proprio giardino" secondo l'espressione di Voltaire alla fine del Candido, scritto nel 1759, quattro anni dopo il terremoto di Lisbona, ignora volontariamente la presenza del mare, pericoloso, agitato, che non invita affatto al raccoglimento, alla meditazione. In un giardino, proviamo la felicita' di veder nascere i frutti della nostra pazienza e si raccomanda persino di riposarvisi la domenica, come il Creatore. Il mare invece non offre una tale soddisfazione: e' una distesa di acqua mortale per l'uomo, una regione ingovernabile, il dominio dell'insocievole. Non genera alcuna messe: qualsiasi cosa vi si semini, non cresce niente. "Non si puo' scrivere niente sul mare" aggiunse il filosofo Alain. Quindi non e' ragionevole tentare di scolpirci delle verita' piu' di quanto lo sia sperare di vedervi crescere un campo di grano!

Eppure il mare e la filosofia condividono lo stesso movimento: incarnano la vita, le indicano una rotta. Menone, il giovane bello e ricco venuto dalla Tessaglia che voleva sapere se la virtu' s'insegna, paragona Socrate a una torpedine, un grande pesce di mare che ha il potere di stordire la sua vittima. Niente resiste al lavorio regolare e agile dell'acqua, espresso dalle parole paradossali del filosofo taoista Lao-Tzu: "La debolezza ha ragione della forza". O ancora: "In questo mondo il piu' tenero domina sul piu' duro".

Dobbiamo domare le contraddizioni dell'oceano, permanente e mobile, uniforme e vario, regolare e aleatorio. Indifferente alla gioia e al dolore, sollecita senza sosta il contemplativo. E' la preghiera pressante di Barnabooth, il protagonista viziato di Valery Larbaud:


Lasciatemi solo, lasciatemi solo col mare!

Abbiamo tante cose da dirci, non e' vero?

Conosce i miei viaggi, le mie avventure, le mie speranze:

E' di questo che mi parla frangendosi

Sui cubi di granito e di cemento del molo...


Spetta all'uomo chiarire le sue impressioni, sperimentare le sue idee, capire il piu' possibile la sua sete di mare.

(Cecile Guerard, Piccola filosofia del mare)

giovedì 21 ottobre 2010

Capitani coraggiosi


All'orizzonte di quell'oceano ci sarebbe stata un'altra isola, per ripararsi durante un tifone, o per riposare e amare. Quell'orizzonte aperto sarebbe stato sempre li', un invito ad andare...

(Hugo Pratt, Corto Maltese)

martedì 19 ottobre 2010

Ostinazione



Entro' all'improvviso nel mio campo visivo, con la lentezza di un sauro ferito a morte. Non potevo credere ai miei occhi. Con la splendente meraviglia di San Pietroburgo sullo sfondo, il povero cargo stava invadendo lo spazio con le sue fiancate cosparse fino alla linea di galleggiamento di tracce untuose di ossido e di sporcizia. Il ponte comando, e, in coperta, la fila di cabine destinata all'equipaggio e ad occasionali passeggeri, erano stati verniciati di bianco in tempi molto remoti.
Scivolava, irreale, con l'ansimare agonico delle sue macchine e il ritmo sconnesso delle sue bielle che, da un momento all'altro, minacciavano di tacere per sempre. C'era, in quell'errabondo relitto marino, una sorta di testimonianza del nostro destino sulla terra. Lo sentii come un fratello sventurato, vittima dell'incuria e dell'avidita' degli uomini, a cui rispondeva con la volonta' ostinata di continuare a tracciare su tutti i mari la scia opaca delle sue pene.

(Alvaro Mutis, L'ultimo scalo del Tramp Steamer)

lunedì 18 ottobre 2010

L'ansia dell'inutile


Il mattino seguente il sole era degno del Due Luglio, tanto era splendente e caldo, il cielo nitido, il mare come un lenzuolo d'acciaio lucente solcato dall'orgogliosa nave dalla prua altera. Quando il Comandante, terminato il bagno, trovo' la colazione servita in cabina, il cameriere di bordo tutto premuroso e sorridente, aveva un'altra volta la cresta alta e beveva la brezza marina come ai tempi dei suoi viaggi sulle rotte dell'Asia e dell'Australia.
S'infilo' la divisa bianca, canterellando la canzone famosa della ballerina Soraia, una che parlava di mare e marinai.
Si sparpagliava per le sale e i corridoi, la popolazione caratteristica di quei piroscafi che per tanti e tanti anni hanno disceso e risalito le coste del Brasile, da Porto Alegre a Belem del Parana'. Al tempo in cui non ancora gli aerei sorvolavano i cieli accorciando le distanze, abbreviando il tempo, togliendo ai viaggi tutta la loro poesia e il loro fascino. Quando il tempo era piu' lento e meno utilizzato, meno sciupato nell'ansia inutile di arrivare il piu' presto possibile, nell'avidita' di vivere cosi' in fretta da trasformare la vita in una povera avventura senza colore ne' sapore: in una corsa, in uno scontro, in una mortale stanchezza.
(Jorge Amado, Due storie del porto di Bahia)

sabato 16 ottobre 2010

Voce


Se mai perisse la mia voce a terra,
la porterete a livello del mare:
la deporrete là presso la riva.
Voi me la poserete accanto alle onde,
poi la nominerete capitana.
O mia voce, decorata
con le insegne marinare!
Porti un'àncora sul cuore,
sopra l'àncora una stella:
sopra la stella, il vento
libero, e sopra il vento, alta, la vela.
(Rafael Alberti, La Capitana)

mercoledì 13 ottobre 2010

... quegli occhi verdi come il mare


Qui dove il mare luccica e tira forte il vento
su una vecchia terrazza davanti al golfo di Surriento
un uomo abbraccia una ragazza dopo che aveva pianto
poi si schiarisce la voce e ricomincia il canto.
Te voglio bene assaie
ma tanto tanto bene sai
e' una catena ormai
che scioglie il sangue dint'e vene sai.
Vide le luci in mezzo al mare penso' alle notti la' in America
ma erano solo le lampare e la bianca scia di un'elica
senti' il dolore della musica si alzo' dal pianoforte
ma quando vide la luna uscire da una nuvola
gli sembro' piu' dolce anche la morte
guardo' negli ochhi la ragazza quegli occhi verdi come il mare
poi all'improvviso usci' una lacrima e lui credette d'affogare.
Te voglio bene assaie
ma tanto tanto bene sai
e' una catena ormai
che scioglie il sangue dint'e vene sai.
Potenza della lirica dove ogni dramma e' un falso
che con un po' di trucco e con la mimica puoi diventare un altro
ma due occhi che ti guardano cosi' vicini e veri
ti fan scordare le parole confondono i pensieri
cosi' diventa tutto piccolo anche le notti la' in America
ti volti e vedi la tua vita come la scia d'un'elica
ma si e' la vita che finisce ma lui non ci penso' poi tanto
anzi si sentiva gia' felice e ricomincio' il suo canto.
Te voglio bene assaie
ma tanto tanto bene sai
e' una catena ormai
che scioglie il sangue dint'e vene sai.
(Lucio Dalla, Caruso)

lunedì 11 ottobre 2010

Binomio indissolubile


Disse anche che, se non esistessero ne' il mare ne' l'amore, nessuno scriverebbe libri.
(Marguerite Duras, L'amante)

domenica 10 ottobre 2010

Le navi


"Mi sono innamorata per la prima volta di una nave a sette anni. Era un traghetto, fatto come quelli veri che portano alle isole, era rosso, blu e di plastica. Non desideravo altro, neppure una barca vera, perche' con quella e solo con quella potevo viaggiare tutte le volte che volevo. Riempivo d'acqua un grande catino da bucato e bastava che vi galleggiasse sopra perche' fosse gia' partita. Su quella nave navigavano i miei sogni di bambina. Quella passione divento' una flotta: arrivarono un rimorchiatore, una scialuppa, un pattino a remi, e un giorno anche una barca a vela. Il catino non bastava piu' e il porto si sposto' nella vasca da bagno che, impaziente e assorta, riempivo fino all'orlo. Era una passione senza ritorno, ma poiche' crescevo, trasferii pian piano quell'amore fuori casa, lungo la riva di un mare vero o immaginario. Senza sapere bene perche', mi attraeva ogni cosa che fosse una cosa per andare sul mare. Mi piacevano tutte senza distinzione: i trasatlantici del cinema, i velieri dei fumetti, i battelli da pesca, i vaporetti di Venezia, i porta-container con le gru, e le barce a vela con tutte quelle cime complicate; tutte, tranne le navi da guerra e i motoscafi affusolati. Le prime avevano una sagoma sinistra, gli altri, una supponenza arrogante e insopportabile.
Poi imparai la vela e la cosa venne naturale, essendo quella l'unica barca che anche una ragazzina puo' portare: non ci vuole forza ne' coraggio, e' tutto istinto. Mi ci abbandonai senza riserve: fendeva il mare con la stessa naturalita' del vento, tagliava l'orizzonte come il volo fluido di un gabbiano, rispondeva ad un lasco di scotta come si risponde ad una chiamata per nome. Era come se la barca fosse il braccio della mente. Mi piace eccome la vela, ma senza esclusivita' e senza fanatismo. Continuano a piacermi tutte quelle cose che navigano sul mare e hanno ancora una forma di nave: una prua che non somigli a un cruise o ad un tornado, un ponte che non abbia lustrini e vetri a specchio, una poppa che non ricordi un'astronave. Le navi dovrebbero rimanere navi, le barche barche, le vele vele. E non e' soltanto nostalgia: mi piacciono anche gli aerei se e' per questo; anch'essi disegnano rotte di evasione, rincorrono le nuvole, e, a loro modo, attraversano un oceano. Ma la nave e' un'altra cosa, la nave non ha un numero ma un nome.
Oggi voliamo, e non navighiamo piu'. Voliamo affidandoci ad ali di leghe leggere; voliamo su chaise-longue numerate aspettando un vassoio di composte di frutta e cheese-cream sottovuoto. E la' in alto sorvoliamo oceani di cui nulla e' concesso e, alla fine, raggiungiamo mondi di cui tutto e' gia' scritto. Poi planiamo, viriamo e atterriamo, su una pista di luci piu' azzurre del mare; e scendiamo, inghiottiti da una hall di aeroporto senza vento ne' sole. Sono i porti di oggi, delle navi del cielo se anche quelle son navi. Hanno radar, cabine, timoni e stive leggere; un carico di lucidita', di tecnologia, di cronometri e screen luminosi, e di hostess che parlano sei lingue ma fanno il giro del mondo senza sgualcire la piega del tailleur. Sono navi che non viaggiano, e quando partono sono gia' arrivate".
(Valeria Serra, Le parole del mare)

venerdì 8 ottobre 2010

Certezze


Il cappello di paglia gli era ricaduto in basso sulla nuca e il vecchio si lascio' sprofondare a prua sotto la spinta della lenza mentre sentiva girare il pesce.
Ora lavora, pesce, penso'. Ti prendero' alla svolta.
Il mare si era alzato parecchio. Ma c'era un'aria da bel tempo e il vecchio ne aveva bisogno per ritornare a casa.
"Bastera' che mi diriga a sud e a ovest" disse. "Non ci si perde mai in mare, e l'isola e' lunga".

(Ernest Hemingway, Il vecchio e il mare)

giovedì 7 ottobre 2010

Anelito


E' la calma, la calma soave di un mattino nel Mezzogiorno, e gia' mi pare di aver lasciato da settimane, da mesi, da anni le persone che parlano e si agitano; mi sento pervadere dall'ebbrezza di essere solo, la dolce ebbrezza del riposo che nulla turbera', ne' la lettera bianca , ne' il dispaccio turchino; ne' il campanello della mia porta, ne' l'abbaiare del mio cane. Non mi si puo' chiamare, invitare, trascinar fuori, opprimere con sorrisi, assillare di cortesie. Sono solo, veramente solo, veramente libero.
Quanto a me, galleggio dentro una dimora alata che si dondola, graziosa come un uccello, piccola come un nodo, piu' morbida di un'amaca e che erra sull'acqua, a piacere del vento, senza essere attaccata a nulla.
(Guy de Maupassant, Sull'acqua)

mercoledì 6 ottobre 2010

Pagina fluttuante


L'ignoranza non ammira il mare,
perche' ha poco o nulla da scrivere col pensiero
su quella immensa pagina pulita,
e l'immensita' semplice non e' bella che per chi pensa.
(Edmondo De Amicis, Sull'oceano)