Alle 5.45, quando lasciamo l’ormeggio, molte delle barche accanto a noi sono già partite. A motore costeggiamo la costa piatta fino a Punta Stilo. Di qui si entra nel Golfo di Squillace che, secondo il detto, “al marinaio non dà pace”. Oggi lo attraversiamo a vela con un vento da ovest fino a 20 nodi. Habibti corre veloce sull’acqua seminando una barca che era partita poco prima di noi, e raggiungendone un altro paio che inizialmente ci avanzavano di un bel po’. Tutto ottimamente fino a Capo Rizzuto. Qui il vento ce lo troviamo contro e anche bello sostenuto. Fatichiamo un bel po’ a percorrere le 10 miglia che separano quest’ultimo capo da Capo Colonna. Ci contrasta anche una discreta onda. Per evitare di prenderla direttamente sulla prua comincio a bordeggiare provandole veramente tutte. Prima con il motore e la sola randa, poi con randa e genoa, infine con motore e randa scarrellata in modo da prendere il vento con l’angolo più stretto possibile. Quest’ultima soluzione risulta quella meno peggio. Dopo due ore e mezzo di sofferenza finalmente doppiamo Capo Colonna e ci dirigiamo verso il porto. Solo allora ci torna in mente il consiglio che ci diede un amico velista calabrese incontrato tanti anni fa. Questi ci aveva suggerito di risalire quest’ultimo tratto di mare ad almeno una decina di miglia dalla costa. Purtroppo questo prezioso consiglio riemerge dalla memoria troppo tardi. Entriamo nel porto di Crotone alle 17 ormeggiando allo Yachting Kroton Club, tra un catamarano con a bordo una signore australiana di origini campane e un tedesco stranamente simpatico e gioviale che da otto anni vive sul suo ketch piuttosto datato. Una volta ormeggiati facciamo un salto in paese per fare un po’ di spesa. Troviamo dei vini delle Tenute Iuzzolini e Russo&Longo che già conosciamo e che non possiamo non comprare. Poi ci fermiamo in una pescheria dove acquistiamo un chilo di alici che cucineremo per cena. A Crotone incontriamo anche Giampaolo e Basak, una coppia che sta restaurando un vecchio sloop dal passato sfortunato. Il suo nome è “Rebound”. La barca era affondata in porto alcuni fa e Giampaolo, romano di nascita e sua moglieBasak, nata in Turchia, lo stanno riportando a nuova vita. Dopo tre anni di importanti lavori direi che sono a buon punto. Ceniamo tardi e la stanchezza per la lunga e impegnativa giornata comincia davvero a farsi sentire.
(Giornale di bordo)

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